Ama il prossimo tuo …

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A una domanda postagli da un dottore della Legge, Gesù rispose con una frase che divenne una delle più note espressioni evangeliche: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Luca 10:27). La storia documentata del mondo che precedette la nascita di Cristo, e anche quella che vi ha fatto seguito negli ultimi duemila anni, ci ha dimostrato – e nessuno può revocarlo in dubbio – che mai, fra i tanti detti attribuiti al fondatore del cristianesimo, ve ne è stato uno più negletto e ignorato di questo; fatto che è comprensibile nella parte di umanità che professa religioni e ideologie diverse, ma anche – e questo lo è di meno – in Europa e nel resto del mondo occidentale che si professano “cristiani”.

Pur se con rammarico, siamo costretti ad ammettere che da quando, milioni di anni fa, un primate si sollevò sulle zampe posteriori e, come vividamente raffigurato nelle scene iniziali dell’indimenticabile Odissea nello spazio, impugnò a mo’ di clava una mandibola per colpire i suoi simili, ciò che ha sempre caratterizzato il cammino della specie umana, così orgogliosa della sua superiorità su tutte le altre, è stata l’invincibilità del male. Scrive, appropriatamente, Zygmunt Bauman in Paura liquida: «Le vittime di Eichmann erano “persone come noi” [il nostro “prossimo”]. Ma lo erano (terribile idea) anche molti dei loro assassini, esecutori degli ordini di Eichmann: e Eichmann? Entrambe queste idee grondano paura. Ma mentre la prima è un richiamo all’azione, la seconda ci blocca e ci rende inabili, sussurrandoci nell’orecchio che resistere al male è impresa vana. Forse è questo il motivo per cui ci opponiamo così strenuamente a quel secondo pensiero. Una sola paura è realmente e disperatamente insopportabile: la paura dell’invincibilità del male».

Chi, come noi, che ci attribuiamo la qualifica di persone “normali”, non si è mai posto la domanda, di fronte alle efferatezze che quotidianamente, da sempre, ci vengono rappresentate in misura sempre crescente dagli organi di informazione, di come sia possibile che persone come noi (il nostro “prossimo”) violentino le anime e i corpi, torturino e trucidino donne e uomini, vecchi e bambini, a migliaia o a milioni. La migliore risposta che possiamo darci, e che rappresenta una sorta di via di fuga dall’orrore per il cosiddetto male assoluto, radicale, è quella della mostruosità. Chi compie azioni del genere non è come noi, e quindi mostri sarebbero i volenterosi carnefici dei lager nazisti, e mostri gli sterminatori e i violentatori che hanno devastato la ex Iugoslavia, o il Darfur, o i Talebani in Afghanistan, o come Anders Breivik, il giovane autore della strage di Utoya, che nel 2011 uccise selvaggiamente 77 ragazzi in Norvegia, o come i tagliatori di teste, orgogliosi di farsi riprendere dalle telecamere mentre si avventano con devozione sulle loro vittime, staccandogli di netto la testa. A sentire C.S. Maier, in Il ventesimo secolo è stato peggiore degli altri?, sembra che nel secolo scorso siano stati uccisi dal loro “prossimo” 150 milioni di esseri umani (le epidemie impallidiscono al confronto), e non s’è trattato di un record. Ma è veramente così? Cos’è un mostro? Il termine corrispondente tedesco Unmensch, letteralmente “non uomo”, ci viene in aiuto. Non uomo è chi compia atti che ci appaiono riprovevoli, inammissibili. Mostro è il persecutore, il torturatore, lo sterminatore. Mostro è l’assassino dei figli, o dei genitori. Mostro, ancora, è lo stupratore del branco, il linciatore, l’assassino seriale e ogni altro fra gli innumerevoli non uomini di cui vivono i nostri palinsesti televisivi. Noi, invece, non lo siamo, mostri, né potremmo mai esserlo. Il fatto è che noi siamo gli uomini e le donne normali, così sicuri della nostra piena umanità. Siamo anche certi che mai potrebbe capitarci di frequentare la follia del male. E questa certezza ci induce a pensarlo come assoluto, radicale e folle, quel male. Se è così, la loro – ossia, quella degli altri che lo compiono, quel male – è una condizione patologica: “qualcosa” li fa essere quel che sono, qualcosa che siamo indecisi se considerare del tutto uno stigma sociale, una macchia indelebile.

Rimarremmo certo stupiti nell’apprendere che le cose non stanno così. Eichmann era un oscuro ferroviere, un “normale” e buon padre di famiglia, profondamente convinto che il compito ingrato che gli era stato assegnato avesse come fine una buona causa, una causa assoluta e che quello era il prezzo da pagare al bene, e anzi proprio al Bene assoluto. Ecco, quindi, la spiegazione, che non suoni, però, come una giustificazione: quando gli esseri umani sono posti in determinati ruoli, in determinate situazioni da un’autorità – umana o presunta divina –, essi – persone del tutto normali – sentono di appartenere a un’istituzione legittimante, si sentono servitori di una buona causa, di un’ottima causa. Quel che essi fanno per essa, dunque, è il Bene. E se il Bene chiede loro di incrudelire è del tutto ovvio che devono farlo, non importano le conseguenze, il dolore dell’altro; l’altro è un’inezia, un dettaglio al cospetto del Bene. L’altro non è più il nostro “prossimo”, da amare come noi stessi. Lo sapeva già Adolf Hitler che nel Mein Kampf scrisse che se si vuole che i propri seguaci uccidano e sterminino il nemico politico, non si deve correre il rischio che provino compassione. “Così fanno le religioni”, annotò nel suo libro, e così deve fare chi intenda far vincere il Bene assoluto contro i suoi nemici, ossia contro il Male assoluto. E aveva perfettamente ragione. Come non ricordare, a proposito del ruolo svolto dalle religioni nei grandi massacri della storia, che essi sono stati tutti perpetrati al grido di Deus Vult! Fu proprio nel nome del loro Dio che il “popolo eletto”, la nazione d’Israele, scelta direttamente da Jahvé, sterminò intere popolazioni “pagane”, colpevoli soltanto di adorare una diversa divinità. Chi volesse può, nel libro di Giosuè, trovare la dettagliata narrazione di come il Dio d’Israele fece mettere spietatamente a morte uomini, donne, bambini, vecchi, animali domestici, con uno spargimento di sangue, fino a “inzuppare l’intero paese” come troviamo successivamente in Isaia (34:7) con la giustificazione che quelli erano il Male e loro, Israele, il Bene. Il trascorrere del tempo e l’avanzare della civiltà non apportò grandi cambiamenti. Secoli dopo, infatti, Pietro l’eremita indisse le crociate “cristiane” che, sempre nel nome del Bene contro il Male, causarono innumerevoli morti, carneficine e violenze, a dimostrazione del fatto che Hitler, in fondo, aveva ragione.

Qualche riga più su, nell’elencazione delle categorie dei “mostri” non abbiamo incluso quella delle folle. A questa categoria di esseri umani Gustave Le Bon dedicò un intero libro intitolato, per l’appunto, Psicologia delle folle. Sebbene ormai vecchio di circa 130 anni, questo testo rappresenta ancora un punto ineludibile di riferimento per chi voglia comprendere come sia possibile che, ad un certo punto, una qualunque persona, un impiegato, un operaio, una casalinga, possa trasformarsi da persona “normale” in uno spietato linciatore. Attenti lettori di Le Bon furono Lenin, Stalin, Hitler e perfino Mussolini. Da esso trassero ispirazione nell’uso di determinate tecniche di persuasione, fra le quali quella preferita dal Führer, “qualsiasi bugia, se ripetuta frequentemente, si trasformerà gradualmente in verità”. Come spiega Le Bon, “noi oggi sappiamo che un individuo può essere posto in uno stato in cui, annullata la sua personalità cosciente, egli ubbidisce a tutte le suggestioni dell’operatore che è intervenuto su di lui, commettendo anche azioni contrarie al suo carattere e alle sue abitudini … questo è all’incirca lo stato in cui si trova l’individuo facente parte di una folla … Per il solo fatto di far parte di una moltitudine, l’uomo discende di parecchi gradi la scala della civiltà … L’uomo isolato sa bene che non gli è permesso di incendiare un edificio o saccheggiare un negozio; e l’idea di farlo neppure lo sfiora. Ma quando è parte di una folla egli acquista consapevolezza della forza conferitagli dal numero, cederà immediatamente alla prima suggestione che vorrà spingerlo verso ogni sorta di nefandezza”.

Questo importante effetto che ha sull’uomo la trasformazione del concetto di Bene in quello di Male e le sue conseguenze, è trattato ampiamente da Philip Zimbardo in un volume intitolato L’effetto Lucifero, con sottotitolo: cattivi si diventa?, che è veramente un testo imperdibile per chi voglia intraprendere il lungo e affascinante viaggio all’interno della mente umana e per comprendere appieno la “banalità del male”.

Ciò che a noi importa, adesso, è trarre una conclusione. Il dottore della Legge al quale Gesù diede la risposta che abbiamo letto all’inizio, gli aveva posto la domanda: “Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?” Che noi siamo credenti o meno, che apparteniamo o no a una religione, non è ciò che adesso conta. Ciò che conta è che siamo esseri umani che comprendiamo che, se vogliamo vivere una vita degna d’essere vissuta, dobbiamo viverla alla luce di quel principio e che, esaminando attentamente noi stessi, ci rendiamo conto – senza che nessuno debba spiegarcelo – cosa è bene e cosa è male. Il male è il fatto della sofferenza dell’altro, e non possiamo, non dobbiamo impedirci di discernerlo. La sofferenza di altri, causata da noi, sia fisica che morale, è il Male, e dobbiamo avere il coraggio di dircelo, e questo è ciò che l’uomo o la donna del tutto ordinari – quali noi siamo – devono fare, cioè disubbidire a qualunque assoluto, quando si tratta di fare il male, o di impedire che altri lo facciano. Eroe è chi vede il dolore inferto e decide di prender partito. Ci ricorda Bauman che essere morali non significa essere buoni, ma significa, però, che cose o azioni possono essere buone o cattive e che spetta a noi, e ai noi soltanto, la scelta di dire di no, disubbidire per conservare “eroicamente” questa capacità di decidere e scegliere: questo è ciò che può aiutarci a sfuggire all’«Effetto Lucifero» e dare vero significato alla parola “prossimo”.

E, a chi condivide la mia veneranda età, desidero ricordare un film di grande successo, del 1937, Orizzonte perduto, dove, alla domanda posta dal protagonista al Grande Saggio, che aveva fondato Shangri-La, su quale fosse il segreto di quel popolo che viveva così a lungo e in pace in quell’angolo di paradiso sperduto fra montagne inaccessibili, quegli rispose con due parole: Moderatezza e Gentilezza.

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