Il Sebeto nella storia e nel mito

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Napoli – La Fontana del Sebeto (immagine tratta da Wikisource)

Secondo gli Annali di Tito Livio, quando nel 328 a.C. Roma attaccò Neapolis nell’ambito delle guerre puniche, il generale Publio Filone ordinò di installare il proprio quartier generale nel delta del fiume Sebeto. Scelta che si rivelò strategicamente vincente in quanto il fiume, che attraversava l’intera città, sfociava in mare in due località molto distanti tra loro. Non solo il suo campo militare era protetto naturalmente dalle acque ma, presidiando entrambi i lati del Sebeto, impediva i rifornimenti alla colonia greca sia dall’interno che dal mare.

Ma dove scorreva esattamente e che fine ha fatto questo fiume? Secondo l’ipotesi più accreditata dalla storiografia il Sebeto nasceva dalla sorgente detta “della Bolla” alle falde del Monte Somma. Il suo corso attraversava gli attuali comuni di Casalnuovo, Casoria e Volla. Sui declivi verso la città di Napoli la portata d’acqua aumentava sfruttando i numerosi torrenti alluvionali (Capodimonte, Capodichino, la collina detta Fonseca, la collina del Vomero) che vi affluivano. Come detto, aveva due foci: una nei pressi di piazza Borsa /piazza Municipio (la linea costiera era molto più avanzata rispetto a quella odierna, sino all’età aragonese). L’ altro sbocco era molto più ad est, sotto il Ponte della Maddalena. Tanto era forte la corrente in questo punto che il nome Sebeto si fa derivare dalla parola greca “sepeithos” che significa, appunto, impetuoso, irruento.

Il versate ovest, che costeggiava l’abitato cittadino era già, nel XIII secolo, divenuto un fiumiciattolo. Da documenti di età angioina apprendiamo che questo tratto era usato come canale di scolo dalle tante lavorazioni artigiane (fabbri, carradori, balestrai, conciatori, ecc.) fatte installare in loco dai monarchi provenzali. Nel 1331 (come si evince da una lettera del Petrarca al cardinale Colonna) il tratto ovest non esisteva già più. Fu tombato per permettere la costruzione delle banchine del nuovo porto angioino (attuale area archeologica ad est della stazione metropolitana “Municipio”). Rimase soltanto il versante orientale del fiume, che fungeva anche come confine erariale della città.

Sulla mappa topografica del Duca di Noia, datata 1775, notiamo, nel quadrante dove scorreva il fiume, la presenza di numerosi mulini (molino Inferno, molino dei Salici, molino delle carcioffole) alimentati proprio dalle “impetuose acque” del Sebeto. Molto idilliaca doveva apparire la zona per essere più volte citata dai poeti nei secoli: Basile, Pontano, ma soprattutto Jacopo Sannazzaro, di cui ebbe a dire: “luogo ameno e di delizia ove ancor si può ascoltare il canto delle Ninfe Silvane”. Riferendosi forse al mito greco di Sepeithos, cui accenneremo brevemente. 

Vesevo, figlio del dio Efesto, e Sepeithos, figlio di Poseidone, erano due amici abbastanza irruenti, sempre pronti a gareggiare tra loro. Un giorno mentre si tuffavano in mare dagli scogli videro una bellissima ragazza sdraiata sull’arenile. Rimasero abbagliati dal candore abbacinante della sua pelle. Altri non era che la ninfa marina Leucopetra adagiata al sole. I due semidei, resi folli dalla passione, iniziarono a nuotare forsennatamente verso Leucopetra per ghermirla. La Nereide impaurita chiese a Zeus di preservare la sua purezza. Il padre degli dei l’accontentò trasformandola in uno scoglio, una bellissima pietra bianca (leucopetra in greco) che ancora oggi si può ammirare dal mare guardando il litorale tra San Giovanni e Portici. Zeus punì i due giovani dei. Trasformò Vesevo in un vulcano, che da allora incominciò ad eruttare lava e ceneri per cercare di sfiorare la ninfa tramutata in scoglio (facendo diventare quelle spiagge nere per la sabbia vulcanica); Sepeithos, invece, che continuava a piangere disperato l’amata, fu trasformato in fiume impetuoso cui fu concesso solo di rimirare, da lontano, l’impietrita amata.

Il povero Sebeto è ormai scomparso come entità geografica. Il fiume deviato, prosciugato o tombato sotto una città cresciuta in maniera scriteriata e disarmonica negli ultimi due secoli. Il nome Sebeto rimane però eternato nei miti, nella poesia e nel marmo. Il bellissimo marmo che occhieggia dalla Fontana in suo onore, scolpita da Cosimo e Carlo Fanzago nel 1635 per il viceré Emanuele Zunica y Fonseca, a completamento della piazza reale (attuale piazza del Plebiscito). Una curiosità, nella sua vecchia collocazione (alla sommità di via Cesario Console) la statua aveva lo sguardo rivolto verso la spiaggia della Leucopetra. Nella sistemazione attuale (largo Sermoneta) anche questo ultimo privilegio gli è stato negato.

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