Si può ancora parlare di destra e sinistra?

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Negli Stati Uniti abbiamo i Democratici e i Repubblicani; in Inghilterra i Conservatori e i Laburisti; Droit e Gauche in Francia, e così via; nomi che stanno a indicare i due principali schieramenti politici presenti in quei parlamenti a base democratica. In Italia, con un’esemplificazione estrema, potremmo riassumerli in “destra” e “sinistra”, anche se, con il trascorrere degli anni e la proliferazione di miriadi di partitini, questa suddivisione ha sempre meno mantenuto il suo significato iniziale. Cosa vuol dire, allora, in Italia, nell’Italia d’oggi, “destra” o “sinistra”? Per tutto il XX secolo era più facile definirle: la destra erano i Fascisti e la sinistra i Comunisti. Entrambi gli schieramenti avevano capi indiscussi che si identificavano nell’asse nazi-fascista di Hitler e Mussolini, e nel dittatore Stalin per l’URSS comunista. Non è necessario qui ricordare le atrocità indimenticabili commesse dai due regimi, che hanno lasciato tracce indelebili nella storia europea, ma esse servono a ricordarci che l’eventuale classificazione di una sinistra “buona” e di una destra “cattiva” non avrebbe alcun senso; entrambe si sono macchiate di tali crimini efferati che la storia non potrà mai perdonare né dimenticare. A sostegno di questo possiamo ricordare un’interessante intervista che nel lontano 1993 Norberto Bobbio rilasciò a Nello Ajello, nella quale l’indimenticabile e indimenticato politologo disse: “Dopo la Liberazione chiamarsi di destra era un atto di coraggio o addirittura d’imprudenza. Oggi quasi si può dire che è un atto di coraggio chiamarsi di sinistra. La sinistra viene contestata e si autocontesta. A un’ondata di sinistra è succeduta un’ondata di destra. Fino a una decina di anni fa si considerava positiva la sinistra e negativa la destra: oggi vale il contrario”. (La Repubblica, 6 marzo 1994)

Si ripropone, quindi, la domanda: cos’è la destra, cos’è la sinistra? Quali sono i tratti fondamentali che le distinguono e le contrappongono? Al riguardo, le risposte che vengono fornite sono numerosissime, e non c’è che l’imbarazzo della scelta. Facendo una digressione dalla serietà dell’argomento, piace ricordare che anche Giorgio Gaber se ne occupò in una sua nota canzone intitolata Destra/Sinistra, e vi si leggono contrapposizioni come: “Fare il bagno nella vasca è di destra/fare la doccia è di sinistra, un pacchetto di Marlboro è di destra/di contrabbando è di sinistra”. Il politologo e fondatore della rivista Il Mulino, Nicola Matteucci, per esempio, scriveva che: “Destra e sinistra non sono valori ma termini vuoti. La vera sfida è fra libertà e uguaglianza”, dove di destra è la libertà, di sinistra l’uguaglianza”; mentre, per Bobbio, “la libertà può essere tanto di destra quanto di sinistra, e la vera sfida tra sinistra e destra è fra l’attribuire maggior pregio all’uguaglianza o alla libertà”. Isaiah Berlin, politologo britannico di cui non è certamente necessario ricordare le credenziali, considerava di sinistra il liberalismo avverso l’eccessivo potere dell’autorità fondata sulla forza della tradizione, in cui vedeva la principale caratteristica delle destre, e aggiungeva che il regime autoritario dell’Unione Sovietica aveva reso inservibile l’uso della distinzione fra destra e sinistra, avendo usurpato il nome di sinistra. A questi non possiamo non aggiungere il nome di Vittorio Foa che, rievocando l’esperienza della guerra antifascista, cui prese parte, scrisse che: “È la libertà a costituire il più forte elemento di animazione della sinistra di questo secolo”.

Che la questione non sia puramente accademica, ma che poggi su situazioni politiche attuali e ben riconoscibili nel nostro Paese, è dimostrato dal fatto che per molti anni ha seduto nel Parlamento repubblicano una formazione politica, Alleanza Nazionale che fino a poco tempo prima si chiamava Destra Nazionale, che non solo non si nascondeva, ma si vantava di essere un partito di destra che nel suo simbolo richiamava fortemente le sue origini fasciste; e, insieme ad essa, sugli stessi banchi il maggior partito di allora si chiamava Partito Democratico della Sinistra (PDS). Entrambi oggi non esistono più, avendo ceduto, il primo, la sua eredità a Fratelli d’Italia (Meloni), mentre il secondo è oggi conosciuto come Partito Democratico (Letta), senza più l’attributo di “sinistra”. Sicché “destra” e “sinistra”, almeno formalmente, non si contrappongono più sui banchi del Parlamento. Vuol dire, questo, che il Fascismo e il Comunismo, lontani e sbiaditi antenati di queste due forze politiche, non facciano più parte dell’arco costituzionale? Assolutamente no! in quanto i fondamenti sui quali da sempre si è basata la loro contrapposizione sono ancora vivi e vegeti, ed esercitano un peso rilevante nella nostra società, ed i fondamenti di cui parliamo possono essere riassunti in una sola parola: uguaglianza. Su di essa due giganti del pensiero del passato, Rousseau e Nietzsche, avevano idee diametralmente opposte: secondo il primo, gli uomini sono nati uguali, ma la società civile li ha resi diseguali (Discorso sull’origine della disuguaglianza); per il secondo, gli uomini per natura sono diseguali, e soltanto la società, con la sua morale del gregge, con la sua religione della compassione e della rassegnazione li ha resi eguali. In sintesi, “l’eguaglianza naturale è un grazioso espediente mentale con cui si maschera, ancora una volta, a guisa di un secondo e più sottile ateismo, l’ostilità delle plebi per tutto quanto è privilegiato e sovrano” (Al di là del bene e del male).

Alla luce di quanto precede, sempre secondo il ragionamento di Bobbio, il criterio per distinguere la destra dalla sinistra è il diverso apprezzamento rispetto all’idea di uguaglianza, dal quale ne deriva che (1) all’estrema sinistra stanno i movimenti insieme egualitari e totalitari; (2) al centro-sinistra, dottrine e movimenti insieme egualitari e libertari, una sorta di “socialismo liberale” che comprende tutti i partiti social-democratici; (3) al centro-destra, dottrine e movimenti insieme libertari e conservatori, che si distinguono dalle destre reazionarie per la loro fedeltà al metodo democratico, ma, rispetto all’ideale dell’uguaglianza, si attestano e si assestano sull’uguaglianza di fronte alla Legge, che implica unicamente il dovere da parte del giudice di applicare imparzialmente le leggi e sull’egual libertà, ovvero un egualitarismo minimo; (4) all’estrema destra, dottrine movimenti antiliberali e antiegualitari, i cui esempi ben noti sono i già menzionati Fascismo e Nazismo.

L’argomento è vastissimo, e ogni tentativo di riassumerlo e schematizzarlo è destinato e non riuscire. Bisognerebbe tirare in ballo persino Platone, Pareto, Beccaria e tanti altri. Ma, per rimanere con i piedi per terra – e in terra italica –, complice il fatto che fra poco si dovrà eleggere un nuovo Capo dello Stato e che molte voci si levano “da destra”, insistendo che il nuovo Presidente dovrà provenire “dalla destra”, dato che quelli degli ultimi trent’anni provenivano “dalla sinistra”, è opportuno collocare alcuni paletti perché non ci si smarrisca nell’assordante e confuso vociare che sta precedendo questo momento così importante della nostra vita democratica, tenendo sempre presente che il Presidente della Repubblica non è il capo di un partito, ma del Paese, e che, come tale, è assolutamente neutrale nel suo operare; il che, ovviamente non può impedirgli di avere una “fede” o pensiero politico frutto del suo libero convincimento.

Come abbiamo più volte scritto su questo giornale, fra i protagonisti della “corsa” al Quirinale è emersa un’autocandidatura che a molti italiani non avrebbe mai sfiorato il pensiero, nemmeno negli incubi più terrificanti: quella di Silvio Berlusconi. Per cui è d’obbligo la domanda: il “cavaliere” è uomo di destra? qual è il suo partito di appartenenza? Berlusconi non è di destra: è di Berlusconi; lui non appartiene ai partiti, lui li costruisce a sua immagine e somiglianza, e la sua parola è legge; essi sono sue creature ed esprimono la sua personalità, che tutti conosciamo. Difatti, l’unico partito al mondo (Forza Italia) che non è un vero partito, ma un’azienda travestita da partito, è la Fininvest, e che il suo capo corra per se stesso e non per il Paese, è evidente a chiunque. Bene scrisse Michele Serra su Epoca di tanti anni fa, congedandosene con queste parole: “Saluto Berlusconi del quale so, tra le altre cose, che considera quasi stupefacente il fatto che qualcuno non la pensi come lui. Si abitui all’ineluttabile. Non si può comprare tutto”. No, Berlusconi non si è abituato all’ineluttabile, perché sembra porsi al di sopra di tutti gli altri, per una sorta di diritto divino. Berlusconi è responsabile di uno dei delitti più gravi in una democrazia: ha spezzato il Paese che non si è più ricomposto. Ecco perché non si possono non condividere le parole di Marco Damilano secondo cui: “Dire no oggi a Berlusconi al Quirinale significa respingere il personaggio che più di tutti il vuoto (di progetto, di ambizione, di orizzonte) l’ha personificato, il deserto in cui sono cresciuti i Salvini, le Meloni … Vorrebbe diventare capo dello Stato chi ha sempre predicato che lo Stato è un ladro da cui proteggere le tasche degli italiani”. (L’Espresso, 9 gennaio 2022).

La stessa domanda si può porre riguardo a Salvini e Meloni: sono di destra? Salvini, anche lui, è solo di Salvini; è stato, a seconda del vento: comunista, bossiano, separatista e, principalmente, populista. È un camaleonte politico al quale i grandi nomi citati in questo articolo potrebbero non dire niente, e la cosa appare irrilevante perché sono probabilmente sconosciuti anche al suo elettorato, al quale basta sapere che Salvini li proteggerà dalle “invasioni barbariche”, dalle vessazioni fiscali e da tanti altri fastidi della democrazia. Di Meloni, che è certamente di “destra”, ci siamo già occupati più volte, ma non disperiamo di dedicarle altro spazio in futuro.

1 commento su “Si può ancora parlare di destra e sinistra?”

  1. elio mottola

    Bellissima e circostanziata analisi alla quale aggiungerei, ad abundantiam, che Berlusconi è il principale responsabile dello scadimento della politica a mero scontro verbale.

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