Auguri, Italia!

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Non è certamente necessario essere dei profeti per ritenere che l’anno che si approssima sarà molto difficile, e questo per svariati motivi. Innanzitutto, come ci viene costantemente ricordato dai medici, dai virologi, e da tutto il comparto che se ne occupa, assisteremo ad un’impennata dei contagi agevolata sia dalle temperature invernali che aggraveranno le condizioni fisiche dei più deboli, sia dal fatto che si tende a stare di più in luoghi chiusi che all’aperto come nei mesi estivi, e questo favorisce la trasmissione del virus.

Vi è, poi, un altro aspetto che, sotto certi profili, sembra essere ancor più foriero di difficoltà del precedente. Stiamo facendo riferimento alla situazione sia sociale che politica, che spesso si intrecciano insieme su alcuni temi. Siamo bombardati quotidianamente e in modo asfissiante dal “toto Quirinale” e, intorno al successore di Sergio Mattarella, è in atto una ormai insopportabile querelle che ha certamente stancato quegli italiani che ancora desiderano interessarsi di politica seria e non politicante. Non sta ai cittadini determinare chi sarà il nuovo presidente della Repubblica, ma sta certamente a loro – più che a ogni altro – volere fortemente che sia una persona che non soltanto riscuota la loro approvazione, ma che sia in possesso dei requisiti che ne garantiscano un settennato all’insegna della probità, della fermezza, della lontananza dalla becera politica di cortile che ci ammanniscono quotidianamente i partiti, e che meriti, più di ogni altra cosa, stima e rispetto, qualità che dovrebbero emergere da un vissuto trasparente, e non dalla propaganda. A questo punto ci consentiamo una piccola parentesi per accennare a uno dei nomi che da un certo tempo vengono associati a questa figura cardine del nostro Stato repubblicano, ed è quello di un individuo molto avanti con gli anni, di salute malferma e con un passato politico che dovrebbe far accapponare la pelle di chiunque conservi ancora un minimo di decenza e di “amor di patria”. Non è difficile intuire di chi stiamo parlando: si tratta del datore di lavoro del famoso “stalliere di Arcore”, Vittorio Mangano, mafioso, pluriomicida legato a Cosa Nostra, che per due anni lavorò a stretto contatto di gomito con il “Cavalier” Berlusconi, sponsorizzato dal raffinato consigliere politico di quest’ultimo, ovvero Marcello dell’Utri. In un Paese nel quale ci si permette anche soltanto per scherzo (ma non lo è, purtroppo), di proporre un personaggio del genere, è evidente che qualcosa non sta andando per il verso giusto. È un Paese, il nostro, nel quale per la prima volta, e ormai da alcuni anni, si fa veramente fatica ad accettare un personale politico che, nonostante l’ipotizzata abolizione del “pastone” televisivo, sia sulla prima rete RAI che in tutte le altre, continua a venirci presentato quotidianamente, ed è rappresentato quasi esclusivamente da volti e proposte che richiedono l’immediata assunzione di un potente antiemetico per trattenere la nausea. Rifletto sul fatto che siamo ormai il Paese in cui la destra (non i conservatori all’inglese, o quella incarnata da Gianfranco Fini nell’ultimo periodo della sua [dis]avventura politica) ha guadagnato una sempre crescente accoglienza fra file di elettori che sono talmente dimentichi che questa destra della Meloni, borgatara della Garbatella (molto più vicina alle coorti che marciarono su Roma che a Churchill, a Eden o a Macmillan), nazionalista e populista a tal punto da aver del tutto dimenticato cosa ha fatto il regime di destra (che ne è la matrice fondativa) nel famigerato ventennio, è alleata con le peggiori realtà illiberali dell’Est europeo, sotto le quali popoli gemono privi di ogni parvenza di democrazia; regime che a suo tempo inflisse al nostro Paese sofferenze e lutti, le cui cicatrici sono ancora evidenti. A questo personaggio in continua ascesa si affianca un degno “socio” di nome Matteo Salvini che, nella sua carriera politica ha fatto più giravolte di un acrobata del circo, pur di accattivarsi la benevolenza di quelle miriadi di italiani che, triste a dirsi, non sanno ormai più distinguere un politico da un funambolo delle parole. Come dimenticare le sue campagne per l’abbandono dell’euro e il ritorno all’italica liretta, o quelle per l’indipendenza della Padania, o per la “Italexit”, il tutto accompagnato da una marcata xenofobia che, proprio in questi giorni, lo vede ancora una volta alla sbarra per crimini contro i più dolenti ed emarginati degli esseri umani: gli immigrati. E come dimenticare le sue frequentazioni politiche molto simili a quelle della sua compagna di strada che, da sole, dovrebbero indurre a chiedersi come faccia a sedere sui banchi del Parlamento.

A questi due nomi, che insieme raccolgono quasi il 40 per cento delle preferenze di voto degli italiani, si aggiungono altri ai quali, personalmente, non mi sentirei di affidare nemmeno la gestione di un centro di raccolta rifiuti, e che quotidianamente, con le loro azioni e parole rendono sempre di più il nostro un paese da operetta. Ma la domanda più importante è: come mai tutto questo sta accadendo? cosa lo ha reso possibile? È sconvolgente il fatto che su sessanta milioni di italiani non si riesca a trovarne uno degno, retto, integro, capace, e che invece si debbano ascoltare nomi che suscitano rigetto solo nel sentirli pronunciare. Sconvolgente, ma non ci coglie di sorpresa se riandiamo per un momento al 10 giugno 1940, quando milioni di italiani assiepati in tutte le più grandi piazze d’Italia, straripanti di entusiastici cittadini, accolsero con un’ovazione corale le parole con le quali, da Piazza Venezia, Mussolini li informò che aveva appena firmato la condanna a morte di milioni di loro, dichiarando una guerra che non aveva ancora visto l’uguale per efferatezza. Erano gli stessi italiani che non avevano battuto ciglio di fronte alle nefandezze perpetrate dai nostri soldati nelle cosiddette colonie dell’impero a danno dei nativi; gli stessi italiani che oggi in quasi sei milioni rifiutano ostinatamente e immotivatamente di adempiere il sacrosanto dovere civico di proteggere se stessi e i loro connazionali da un’insidia mortale, nel nome di una malintesa violazione degli inviolabili diritti della persona, che così gli consente di rappresentare un serbatoio inesauribile di infezione e di morte, moderni untori di manzoniana memoria. Sono gli stessi italiani ascrivibili alle categorie di coloro che credono nella terra piatta, nelle più astruse teorie complottiste, nell’invasione degli alieni, nei microchip iniettati con il vaccino, nei “protocolli dei Savi di Sion”, nel disegno perverso delle grandi multinazionali responsabili della diffusione della pandemia al fine di accrescere i loro patrimoni. Questi italiani non si rendono conto, o fanno finta di non accorgersene, che chi li arringa dagli schermi televisivi, e ancor di più dai mezzi di comunicazione rappresentati dai cosiddetti “social”, come ottant’anni fa accadeva con gli altoparlanti di Piazza Venezia, sono imbonitori che hanno un solo ed esclusivo interesse: no, non il benessere del “popolo” strombazzato in lungo e in largo e al quale nessuno crede più, ma solo il loro personale interesse e convenienza. Ad alcuni lo si legge in faccia che quando aprono bocca parlando di taglio delle tasse, di difesa dei confini della “patria”, di assistenza alle classi lavoratrici, mentono spudoratamente, consapevoli che ci sono milioni di decerebrati che bevono come oro colato qualunque scempiaggine gli venga propinata. È a questi connazionali, quindi, che va rivolta la domanda: come mai affollate le urne (si fa per dire, dopo le ultime consultazioni elettorali municipali) per indicare certi nomi che non hanno né arte né parte. Nomi la cui storia è spesso scialba e insignificante, ricca solo di boutades, di slogan, di comparsate televisive; tuttologi che, a sentirli, hanno pronto in tasca il rimedio per i guai degli italiani, quando, invece, ne sono loro la concausa. Mi rivolgo anche a quella massa consistente di concittadini che evadono le tasse (27% del PIL nazionale), che passano con il rosso, che parcheggiano negli stalli per disabili, che scaricano i loro rifiuti negli angoli delle strade, e che, poi, pretendono che i loro rappresentanti siano migliori di loro. Si chiamano doppiopesisti.

In questo momento critico, vorrei piuttosto dire drammatico, dovremmo tutti essere protesi verso figure che, sia nello scranno più alto della Repubblica, sia nei banchi del Governo (a cominciare da quello del suo capo) siedano persone che non si discostino troppo da quelle che attualmente li occupano: Mattarella e Draghi. Sono certo che esistono, a guardar bene, persone come loro, alle quali affidare le sorti del Paese. L’identikit potrebbe essere: 1. la loro assenza dai social; 2. una storia di integrità mai macchiata da alcunché di riprovevole; 3. la loro competenza (quella di Draghi in economia è universalmente riconosciuta, e Mattarella era membro della Consulta); 4. il loro equilibrio e la loro imparzialità; 5. il loro conclamato europeismo senza se e senza ma. Purtroppo questa scelta spetta a coloro che siedono sui banchi del Parlamento (Senato, Camera e “grandi elettori”) che, tristemente, non rappresentano nella loro maggioranza nessuna delle qualità che ho sopra elencato e che dovrebbero, invece, essere loro caratteristiche. Non resta che affidarci all’italico “stellone”, incrociare le dita e sperare che, preda di una crisi di resipiscenza, queste persone che ci rappresentano, una volta nella loro vita, guardino alle sorti del Paese e dei suoi abitanti e ci stupiscano. Non ci attendiamo lo Stupor Mundi di federiciana memoria, ma almeno qualcuno che gli si avvicini. Auguri, Italia, non di Natale, ma di un prossimo futuro che veda protagonisti italiani più per bene di quelli del passato.

P.S.: chi volesse, ancor meglio di quanto esposto sopra, individuare la figura più idonea a rappresentare le due più alte cariche dello Stato, potrebbe leggere l’articolo di Maurizio Molinari, apparso su Repubblica del 19 dicembre, pagg. 1, 41.

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