Salvatore Garau e “i vestiti nuovi dell’imperatore”

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Vilhelm Pedersen (1820-1859), incisione che accompagna la fiaba scritta da Hans Christian Andersen (Fonte: Wikimedia Commons)

È di pochi giorni fa la notizia che un’opera dell’artista sardo-milanese Salvatore Garau è stata battuta all’asta per oltre 27.000 euro. Non ci sarebbe nulla di strano conoscendo le sue “quotazioni di mercato” e il suo curriculum pluridecennale, costellato di vernissage alla Biennale di Venezia, nei musei di Cordova, Saint-Etienne, Brasilia, San Paulo, Montevideo. La curiosità sta nel fatto che l’opera intitolata “Davanti a te” è una “scultura immateriale”. Non si tratta di un ossimoro, il materiale di cui è fatto la “scultura” è il niente. Chi ha avuto la fortuna di aggiudicarsi l’opera, ha acquistato in realtà solo un certificato in cui l’artista dichiara che la scultura (nelle sue intenzioni realizzative) “misura 200 cm per 200 cm e che è da collocarsi in uno spazio espositivo poco ingombro”. Naturalmente, il novello collezionista ha dovuto versare anche la quota spettante alla casa d’asta milanese Art-rite. Ecco, nelle parole di Garau, la spiegazione del suo lavoro: «Questa nuova scultura è per me la più enigmatica e, lo ammetto, inquietante. La pittura non mi è più sufficiente, da sola, a descrivere ciò che sta accadendo intorno a noi nell’intero pianeta. Oggi la “materia” immateriale delle mie sculture, per me, ha il potere di evocare, come nessun’altra, le paure che invadono la nostra esistenza e condizionano il nostro futuro. L’assenza, più della presenza, enfatizza i nostri drammi ed è la protagonista assoluta dei nostri tempi».

Questo il giudizio su Art Magazine scritto dal “critico trendy” Gianfranco Mura: «Le sculture immateriali di Salvatore Garau hanno una nuova valenza storica e rappresentano una perfetta metafora dei nostri giorni, andando ben oltre come concetto e linguaggio all’arte digitale degli NFT (acronimo di non-fungible token), perché sono uniche, irripetibili, con zero impatto ambientale e perché, a differenza dell’arte digitale, non esiste nemmeno l’immagine, lasciando all’acquirente il solo certificato di autenticità».

Una “concettualità artistica” spinta all’eccesso, degna di essere apprezzata e capita da pochi… Eppure questa vicenda mi porta alla mente una reminiscenza della fanciullezza, una vecchia favola del buon Hans Christian Andersen, mi sembra si intitolasse “I vestiti nuovi dell’imperatore”. La fiaba racconta di un imperatore stupido e vanitoso, ossessionato dal suo abbigliamento. Due imbroglioni spargono la voce di essere tessitori e di aver brevettato un nuovo e formidabile tessuto, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni. L’imperatore si fa preparare dai malfattori un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; attribuendo la non visione del tessuto a una sua indegnità, che egli certo conosce, decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori. Col suo nuovo vestito fatto di niente, sfila di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno loro perché consapevoli di essere segretamente colpevoli di inconfessate indegnità. L’unico ad urlare che il re è nudo è un bambino che, con la sua innocenza, smaschera il raggiro.

Come spesso accade nella nostra contemporaneità, le opinioni personali (lecite, legittime) vengono taciute per paura di sembrare impopolari o incompetenti. Con il massimo rispetto per il lavoro di Garau, dei critici d’arte contemporanea, dei colti galleristi milanesi, del politically correct, l’aria di Napoli la vendevano in barattolo già gli scugnizzi napoletani nel ’43, ma almeno ti portavi a casa un tangibile barattolo.

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