Lo scenario dopo i ballottaggi

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Immagine tratta da https://www.interno.gov.it/it/speciali/elezioni-2021

C’era da aspettarselo: al secondo turno delle elezioni amministrative, su scala nazionale, ha votato solo il 43,93% degli aventi diritto, rispetto al 52,67% del primo turno; qualcuno potrebbe osservare che questa tendenza alla diminuzione dei votanti al secondo turno è una costante fin dall’introduzione del nuovo sistema elettorale per le amministrative. È vero, ma i dati hanno raggiunto un livello decisamente preoccupante: a Roma al secondo turno i votanti sono stati il 40,76% degli aventi diritto (-8% rispetto al primo turno); a Torino ha partecipato al ballottaggio il 42,34% degli elettori, rispetto al 48,58% del primo turno; a Savona il 46,03% rispetto al 52,43% del primo turno; a Varese il sindaco è stato eletto dal 48,36% degli aventi diritto al voto, rispetto al 50,93% dei votanti al primo turno. Quindi in questi, come in tanti altri comuni, i sindaci sono stati eletti da una minoranza di votanti; il vero sconfitto in questa tornata di elezioni amministrative è stata la capacità della politica di dare rappresentanza alle istanze del corpo sociale.

Politici e commentatori esperti si sono interrogati sul significato di questo consistente astensionismo. Com’era prevedibile, a cominciare dagli eletti, tutti indistintamente hanno espresso l’esigenza di recuperare il rapporto con gli elettori che non hanno votato e hanno dichiarato che, per farlo, le istituzioni devono dimostrarsi ogni giorno vicine, serie e affidabili.

Va comunque evidenziato che il significato del voto è profondamente cambiato nel corso del tempo, come ha osservato Ilvo Diamanti su la Repubblica di ieri, «rispetto a quando si votava “per atto di fede” o “per appartenenza”. Quando i partiti esistevano davvero, esprimevano idee e ideologie, erano presenti sul territorio. Non solo sui media, tanto meno sui social-media, che non esistevano proprio. Il voto, allora, era un “dovere”. O, almeno, un modo per collegarsi con la società. Per scegliere da che parte stare. Oppure, si votava per ragioni concrete, per sostenere un “politico” che poteva aiutare il tuo ambiente. La tua categoria. O, ancora, per interesse. Da molti anni, però, non è più così. E per votare ci vogliono buone ragioni. Espresse da soggetti efficaci e visibili sul territorio. I sindaci, però, … non hanno più il peso di un tempo. Contano di più i “governatori”.» Quest’analisi certifica, almeno in parte, il disamoramento di chi ormai considera l’appuntamento del voto un rito cui non vale più la pena di partecipare.

Guardando superficialmente gli esiti elettorali, qualcuno potrebbe pensare: la sinistra ha vinto, si è verificata una inversione di tendenza nell’elettorato. Niente di tutto ciò. Pare che la politica sia recepita da una crescente fetta di cittadini come “una cosa sporca”, praticata da soggetti che non si sa bene cos’altro avrebbero potuto fare nella vita. Altro che optimates e populares dell’antica Roma! Per restare ancorati al senso reale dell’accaduto, va semplicemente registrato il discredito dell’attuale panorama politico agli occhi della maggioranza degli italiani, cui si può – al massimo – attribuire la ricerca di una radicale alternativa di sistema, visto che nell’agone politico sono rimasti soltanto i mestieranti di un sistema “bloccato”, nel quale il segretario del PD non può far altro, ad ogni pie’ sospinto, che elogiare il Governo Draghi, che tutto è tranne un governo di sinistra. Ciò accade perché manca una forte alternativa politica di sinistra e la democrazia si riduce sempre più alla competizione tra diverse versioni di uno stesso “partito”, quello delle imprese, delle privatizzazioni e degli affari. Costruire l’alternativa all’“ammasso” politico sul quale si sostiene l’attuale Governo è oggi più necessario che mai.

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