Turismo minore?

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U. Boccioni, Forme uniche della continuità nello spazio, Pinacoteca nazionale di Cosenza (Foto di A. Ferrara)

Nella mia condizione di pensionato, che non si limita a guardare incuriosito i cantieri stradali (ma che, finalmente, può soddisfare a tempo pieno le proprie brame di viaggiatore alla ricerca di luoghi piacevoli e tesori d’arte), dopo aver visitato le principali capitali europee e le maggiori città italiane ad alta valenza storico-culturale, mi sto ormai sempre più dedicando alla scoperta di un turismo che potremmo definire “minore”, ma che è tale solo nei pensieri di chi, sinceramente sorpreso quando gli dici che vai a Reggio Calabria, o a Taranto, o a Messina, ti pone la fatidica domanda: “Scusa ma che ci vai a fare a …, cosa c’è da vedere?”. La risposta principale sta in una considerazione, un dogma per me: l’Italia è tutta meravigliosa e da conoscere, fra paesaggi naturali, città d’arte e borghi, fosse anche per ammirare una piccola pieve, o delle mura antiche, una misconosciuta pinacoteca o i ruderi di un castello. In passato, la voglia di esplorare luoghi nuovi mi ha portato a buttarmi in frenetici e stancanti tour nella errata convinzione di poter riuscire, in pochi giorni, a vedere tutto di Madrid, Londra, Torino, Venezia, ecc.; ma adesso, con l’età che avanza e con gli acciacchi che porta con sé, è forse il caso di dedicarsi ad un turismo slow e di prossimità, tanto più che in questo particolare momento viaggi lunghi in città lontane, e magari affollate, sono da ritenersi sconsigliabili (almeno per qualche tempo ancora: la prudenza non è mai troppa!). E allora cogliamo l’occasione per provare a ricercare la grande bellezza nascosta ad un passo da noi!

Nelle ultime settimane d’estate, ho scelto di visitare due capoluoghi del sud Italia, in rima fra loro, Potenza e Cosenza, che ora proverò a descrivere con poche note e qualche curiosità che magari possa creare interesse, senza velleità di fare un saggio storico-artistico, cercando di non dilungarmi oltre misura.

Potenza è il capoluogo di regione più alto d’Italia e già questo lascia presagire il panorama che si può godere, affacciandosi da più di ottocento metri d’altitudine sulle vallate circostanti. Il centro antico, raccolto e carino, si trova proprio sulla sommità ed è strutturato intorno alla via Pretoria (la strada dello shopping, quasi tutta pedonalizzata, dove ho alloggiato): un lungo rettilineo orientato in direzione est-ovest, che parte dalla Torre Guevara (unico resto dell’antico castello) fino al belvedere di Santa Lucia, intersecato da caratteristiche stradine.

Potenza, Tempietto di san Gerardo (Foto di A. Ferrara)

Percorrendola, con rapide deviazioni nelle adiacenze, è possibile incontrare le maggiori attrattive di Potenza, a cominciare dal Palazzo del Comune e dal tempietto neoclassico dedicato al patrono San Gerardo. Ho trovato particolarmente interessanti le Chiese romaniche di San Michele Arcangelo e di San Francesco, oltre naturalmente alla cattedrale (anch’essa dedicata al santo protettore della città, di cui conserva le spoglie ed una statua lignea quattrocentesca), con una accattivante cupola affrescata da Mario Prayer, pittore veneto del Novecento. Caratteristica comune delle tre chiese menzionate è quella di essere state costruite su strutture preesistenti, ma questo è un fatto ricorrente in tutta Italia. Degne di nota sono le residue porte di accesso, quella di San Luca e quella di San Giovanni.

Il Museo archeologico, davvero affascinante e ben curato, è intitolato a Dinu Adamesteanu, illustre studioso di origine rumena che fu sovrintendente in Puglia e in Basilicata, ed è allestito secondo uno sviluppo cronologico che mette bene in evidenza la successione nel territorio delle varie civiltà, a partire dai primi ritrovamenti dell’età del ferro, attraversando le colonizzazioni enotrie, lucane e greche fino alla civiltà romana.

Proseguendo lungo l’asse principale, si giunge in piazza Mario Pagano (giurista e politico, ideologo della rivoluzione napoletana del 1799, giustiziato in piazza Mercato dopo la detenzione nella “fossa del coccodrillo” al Maschio Angioino), dove si trova il Palazzo delle Assicurazioni Generali, di chiaro stampo razionalista, in cui attualmente sono esposti dei pannelli illustrativi della storia recente della città e dei suoi cambiamenti urbanistici, facilmente fruibili dai passanti incuriositi.

Interno del Teatro Stabile (Foto di A. Ferrara)

Sulla piazza prospettano anche il bel Palazzo di Governo e soprattutto il Teatro Stabile (che non è il solito aggettivo, bensì l’intestazione al musicista lucano Francesco Stabile), costruito poco dopo l’unità d’Italia per opera dell’architetto Errico Alvino (quello che tante tracce significative ha lasciato a Napoli), ispiratosi al San Carlo ed alla Scala. Alla mia richiesta di poter effettuare una breve visita e di poter scattare qualche foto a questo gioiellino, il personale del teatro mi ha accolto con molta disponibilità, esortandomi anzi a non limitarmi ad uno sguardo fugace della platea, ma ad addentrarmi anche nei palchi, nella sala Leoncavallo e negli altri ambienti, in cui era allestita una mostra temporanea. Alle mie domande hanno risposto con cortesia ed entusiasmo, lasciando trasparire la voglia di aprirsi, di offrirsi alle persone (ahimè poche al momento) che mostrano interesse verso la loro cultura.

Potenza è detta “città verticale” o “delle cento scale”, e infatti molti sono i gradini che intersecano i bei viali che conducono alla parte bassa, contraddistinta da un’edilizia popolare, testimonianza delle progressive ricostruzioni a seguito degli eventi sismici verificatisi nel corso dei secoli. Scendendo sempre di quota, si giunge nella vallata solcata dal fiume Basento, sovrastato dal “viadotto dell’industria”, meglio conosciuto come ponte Musmeci, in quanto realizzato negli anni Settanta dallo strutturista Sergio Musmeci e ritenuto uno dei capolavori dell’ingegneria italiana.

Ma, una volta giù, come risalire? E qui veniamo alla grande particolarità di questo luogo. Potenza è dotata di un sistema di scale mobili, articolato in quattro impianti costruiti in momenti diversi, che per lunghezza totale (circa 1,5 chilometri) è il primo in Europa, e secondo al mondo dopo Tokio.

Scala mobile attiva a metà (Foto di A. Ferrara)

Poiché però non è mai oro tutto quel che luccica, devo dire onestamente che ho notato una certa trascuratezza nella gestione di questa risorsa, così come in genere di tutto il trasporto pubblico: spesso qualche scala non funziona, quindi si lascia attiva quella in salita ma si chiude quella in discesa; agli ingressi ci sono delle biglietterie, raramente presidiate da personale, per cui non è facile munirsi dei titoli di viaggio (che peraltro non sono acquistabili preventivamente in edicole o tabaccherie), pare che siano disponibili solo degli abbonamenti e che gli utenti sforniti vengano invitati a passare…gratis (è successo pure a me!). In realtà, se da un lato sembra che i potentini preferiscano muoversi con la propria auto (addirittura ho letto, se non è un fake, che Potenza è la città italiana con il maggior rapporto di automobili per cittadino), dall’altro non si percepisce una voglia esagerata di favorire il trasporto pubblico, così come il turismo in generale. Eppure la gente è cordiale ed empatica, strade e piazze abbastanza sono pulite e ben tenute, molti palazzi e chiese sono in fase di restauro, la sera c’è una discreta “movida” comunque non esageratamente chiassosa, la gastronomia semplice ma gradevole (da assaggiare i “peperoni cruschi”, la “lucanica” e la soppressata, accompagnate da un buon Aglianico del Vulture), e poi a pochi chilometri troviamo tanti posti degni di essere visitati, a partire dalle gettonatissime Matera e Maratea. Insomma, le potenzialità per diventare una località turistica a pieno titolo ci sono tutte; gli abitanti, da quel che ho dedotto parlando con loro, sarebbero ben contenti di accogliere viaggiatori interessati che porterebbero un chiaro beneficio all’economia. Cosa manca dunque? Forse la volontà politica di risvegliarsi da un torpore consolidato o semplicemente la capacità di crederci, o forse prevale una mentalità conservatrice e quindi gli sta bene rimanere così, perché poi il turismo di massa o troppo invadente può dare fastidio?

Scendendo più a sud, qualche giorno dopo, mi sono recato a Cosenza, città molto interessante sita su sette colli come Roma e nata alla confluenza di due fiumi, il Crati e il Busento.

Veduta sul ponte di Calatrava (Foto di A. Ferrara)

Proprio sul fiume Crati, giungendo da nord, ci si imbatte nella prima meraviglia architettonica (peraltro visibile da tutta la città), la più moderna: il ponte progettato da Santiago Calatrava, che sembra rivaleggiare, in una sorta di gara fra antico e moderno, con il vicino ponte Alarico. E qui non può non venirmi in mente il ricordo della leggenda della “tomba nel Busento”, con la poesia del Carducci che ci facevano studiare alle scuole elementari di una volta, secondo la quale il re dei Visigoti Alarico, dopo aver saccheggiato Roma nel 410, mentre si dirigeva alla conquista dell’Africa si ammalò e morì proprio nei pressi del Busento, dove fu seppellito con il cavallo, le armi e tutto il bottino del saccheggio, dagli schiavi che deviarono il fiume per poi riportarlo in sede, prima di essere tutti trucidati, affinché nessuno mai potesse rivelare dove si trovava l’immenso tesoro.

Nella parte bassa pianeggiante si adagia la città moderna, ottocentesca, fatta di vie e corsi a scacchiera dai consueti toponimi (Roma, Trieste, Piave, Mazzini, Umberto, ecc.) tipici dell’urbanistica postunitaria. Qui ho apprezzato la bellezza e la vivacità di Corso Mazzini, l’arteria principale, tutta pedonalizzata e ricca di caffetterie, ristoranti e negozi alla moda, ma con la particolarità di ospitare dal 2006 il Museo all’aperto Bilotti. Si tratta di una collezione di sculture realizzate dai maggiori artisti del ‘900 per conto dei fratelli Bilotti, ricchi mecenati cosentini che ne hanno fatto dono alla città, dando modo a chi passeggia di vedere in successione opere originali davvero belle di Dalì, Modigliani, De Chirico, Manzù, Rotella e tanti ancora.

Rosone della Chiesa di san Domenico (Foto di A. Ferrara)

Altra notevole attrattiva nella parte bassa è la Chiesa quattrocentesca di San Domenico, in stile tardo gotico (dal rosone maestoso) ma rimaneggiata all’interno in stile barocco come nella cappella del Rosario a destra, che custodisce la preziosa statua della Madonna della febbre di Giovanni Merliano da Nola (scultore del cinquecento che a Napoli ritroviamo in numerose chiese, come Sant’Anna dei Lombardi, San Giacomo degli Spagnoli e San Lorenzo), ed un particolarissimo soffitto ligneo dipinto, di epoca rinascimentale; interessante è anche l’annesso chiostro in cui campeggia una lapide dedicata all’impresa dei fratelli Bandiera.

Corso Telesio, negozi in disuso (Foto di A. Ferrara)

Subito nei pressi di San Domenico un ponticello sul fiume Busento ci introduce ai piedi del colle Pancrazio, sul quale si adagia la città antica, dominata nella sua sommità dalla mole maestosa del Castello Normanno Svevo; dalla piazza dei Valdesi si può iniziare l’ascesa al centro storico percorrendo Corso Telesio, strada dall’andamento leggermente curvilineo con una caratteristica che mi ha lasciato interdetto, in quanto fiancheggiata da botteghe artigianali e negozi, con tipiche insegne che ascriverei agli anni Trenta e/o successivi, completamente in disuso, abbandonati, come in un paesaggio da day after. Purtroppo non sono riuscito a capire per quale motivo una strada che dovrebbe rappresentare il cuore pulsante di una città fornisca invece una tale immagine di abbandono totale!

Cattedrale di Cosenza (Foto di A. Ferrara)

Corso Telesio conduce in pochi passi al Duomo, cattedrale di S. Maria Assunta, costruita a partire dall’undicesimo secolo, ma interessata da diversi stili architettonici nel corso del tempo. Preceduta da una maestosa gradinata, presenta al suo interno l’altare maggiore, realizzato dal nostro Giuseppe Sammartino (per intenderci, l’autore del Cristo Velato) e, in una cappella a sinistra dedicata alla Vergine del Pilerio, l’icona bizantina del dodicesimo secolo con la Madonna che allatta il bambino. Notiamo poi i mausolei di Isabella d’Aragona e di Enrico VII figlio di Federico II; qui erano anche sepolti, prima della traslazione a Venezia, i fratelli Bandiera, eroi del Risorgimento.

Alle spalle della cattedrale, in piazza Toscano, sono i resti della città romana, che avrebbero dovuto essere resi fruibili con la realizzazione di una sovrastruttura in vetro e acciaio ma che, di fatto, al momento sono in malora, inaccessibili, dando la solita impressione di abbandono e disinteresse.

Proseguendo per il corso, sbirciando caratteristici vicoletti laterali dall’andamento curvilineo che purtroppo non brillano per decoro, si arriva in piazza XV marzo, forse la più bella di Cosenza con al centro il monumento a Bernardo Telesio, filosofo del Cinquecento. Qui prospettano l’imponente Palazzo della Prefettura e la cosiddetta Villa Vecchia, giardino pubblico ottocentesco dall’ingresso monumentale sul lato basso.

Monumento a Telesio e, sullo sfondo, il Teatro Rendano (Foto di A. Ferrara)

Dall’altro lato notiamo la biblioteca civica affiancata al Teatro Rendano, vero gioiellino, la cui costruzione iniziò nel 1877 ma fu più volte interrotta fino all’inaugurazione del 1909, che addirittura diventò caserma durante la Grande Guerra ed anche qui non sono mancati i danni causati dal secondo conflitto mondiale, e che fu riportato all’antico splendore da vari restauri eseguiti a partire dal dopoguerra che lo hanno reso il fiore all’occhiello della città, con stucchi, dorature, velluti rossi ed il sipario disegnato da Domenico Morelli.

Ripercorrendo a ritroso Corso Telesio e scavalcando il Crati sul ponte San Francesco, ci ritroviamo sul colle Triglio, dove fa bella mostra di sé il cinquecentesco Palazzo Arnone che, dopo incendi e terremoti, fu adibito a carcere e tribunale, mentre oggi è sede della Pinacoteca nazionale, che ci accoglie con una mostra di carrozze d’epoca e ci introduce alle sale, molto ben allestite e con didascalie leggibili, in cui trova posto una galleria dedicata ai pittori calabresi e napoletani del Seicento e Settecento (parliamo di Mattia Preti, Luca Giordano, Ribera, Stanzione, Vaccaro, solo per citarne alcuni). C’è poi la sezione dedicata ad Umberto Boccioni, artista calabrese tra i maggiori esponenti del Futurismo, con disegni, bozzetti, studi e sculture, fra le quali la famosissima “forme uniche della continuità nello spazio” che vediamo quotidianamente raffigurata sulla moneta da 20 centesimi di euro. A proposito di euro, la visita alla Galleria nazionale è completamente gratuita!

Cosenza, Villa Rendano (Foto di A. Ferrara)

Adiacente a Palazzo Arnone è Villa Rendano (edificata dal musicista Alfonso, già citato a proposito del teatro) che, se alla vista esterna colpisce per la sua bellezza, all’interno lascia letteralmente di stucco!

Interno di Villa Rendano (Foto di A. Ferrara)

Le scale di accesso ai piani, come pure le sale, sono decorate con uno stile eclettico davvero mozzafiato, come mozzafiato è la vista su Cosenza godibile dal terrazzo, dove una visione a 360 gradi spazia dal castello, al duomo, ai fiumi, ai ponti, alle chiese. Nella struttura opera la Fondazione Giuliani che, attraverso mostre e percorsi multimediali, sta cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica ad una rinascita culturale; iniziativa lodevole e degna di condivisione da parte degli amministratori locali che, speriamo, si diano da fare per riqualificare la città come merita.

Ancora più giù, nei pressi del ponte Alarico, è da vedere la chiesa di San Francesco di Paola, con annesso Santuario. Tutto molto bello! Una cosa che invece mi ha lasciato piuttosto interdetto è la nuova stazione di Trenitalia, bella, modernissima, direi megagalattica, credo in grado di ospitare gran parte della popolazione cittadina, se non tutta, ma sicuramente sproporzionata rispetto a quello che è il traffico ferroviario interessato, con degli ambienti immensi frequentati da…nessuno: la classica cattedrale nel deserto, retaggio di scelte politiche avventate e probabilmente, oserei dire, clientelari.

Insomma, Cosenza mi è piaciuta oltre le aspettative. Una curiosità: i cosentini non hanno quel particolare accento aspirato, tipico della provincia di Catanzaro e forse solo ad essa limitato, infatti non l’ho riscontrato neanche a Reggio Calabria; mi sembra più somigliante al cilentano.

In conclusione, Potenza e Cosenza mi son parse due belle città, con tante cose da vedere e gente aperta e simpatica che, se da una parte vuole tenersi stretta la propria tranquillità ed il vivere slow, dall’altra non disdegnerebbe di far parte di un movimento turistico non esageratamente invadente che rischierebbe di “sprovincializzarle” al prezzo di una maggiore visibilità. Spero dunque di aver invogliato qualcuno a fare un salto da quelle parti, magari fra qualche anno, chissà che nel frattempo politici ed amministratori locali non avranno dimostrato lo stesso interesse che anima un semplice cittadino come il sottoscritto.

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