Castel Capuano tra storia e leggenda

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Carlo Coppola, Il Tribunale della Vicaria, dipinto del XVII sec., Museo nazionale di san Martino (Napoli)

Quando nel XII secolo i Normanni presero possesso della città di Napoli capirono che la vecchia cinta muraria greco-romana era ormai insufficiente ad assolvere i suoi compiti di difesa. Pertanto, nelle opere di fortificazione, pensarono di erigere una fortezza a presidio dell’accesso sud-orientale del demos (la città tra le mura), sulle rovine di un gymnasium di età adrianea. Nacque così Castel Capuano, secondo maniero, in ordine temporale, ad essere edificato a Napoli.

In età angioina Castel Capuano divenne residenza reale e fu abbellito negli interni e addolcito nelle forme architettoniche dai “maîtres tailleurs de pierre” al seguito della corte francese. Con l’avvento aragonese e il definitivo completamento di Castel Nuovo (Maschio Angioino) la corte reale vi si trasferì. Castel Capuano, insieme al complesso della Villa della Duchesca e del Casino di Poggioreale entrò a far parte del novero delle “residenze reali di svago” dei Trèstamara (famiglia reale aragonese).

In epoca vicereale, nella riorganizzazione amministrativa ed edilizia disposta dal celebre e illuminato don Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga, la sede di Castel Capuano fu destinata ad ospitare i vari tribunali sparsi per la città: il Sacro Regio Consiglio, la Regia Camera della Sommaria, la Gran Corte Civile e Criminale della Vicaria e il Tribunale della Zecca. Per adattarlo al suo nuovo ruolo di grande palazzo di Giustizia, fu radicalmente modificato dagli architetti Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa: furono eliminate tutte le strutture tipicamente militari e fu ripensato nei suoi spazi interni, mentre i sotterranei furono destinati a prigione dotata di attrezzatissime camere di tortura.

Dalla metà XVI secolo fino alla fine degli anni ’90 del secolo scorso il palazzo ha mantenuto la sua destinazione d’uso ospitando i Tribunali civili e penali della città di Napoli. Era quasi inevitabile che ad un edificio millenario così importante nella vita dei partenopei fossero legate molte storie e leggende popolari. La più conosciuta è quella che riguarda la sanguinaria mantide Giuditta Guastamacchia e il suo processo per uxoricidio che appassionò i napoletani sul nascere del XIX secolo. Dalle cronache giudiziarie apprendiamo che Giuditta era una bellissima figlia del popolo. A causa dell’impiccagione del primo marito (condannato come falsario) rimase vedova all’età di 16 anni e con un bambino da accudire. Il di lei padre, non potendo prendersene cura, diede il nipote in adozione e rinchiuse Giuditta nel convento di Sant’Antoniello alla Vicaria. Lì la ragazza intrecciò una relazione amorosa con un prete, tale don Stefano D’Aniello, che durò 10 anni, cioè l’intero periodo dell’internato conventuale. Lo stesso prete, non volendo perdere “lo spasso” e per salvaguardare le apparenze, combinò un matrimonio tra la sua amante ed un nipote sedicenne proveniente dalla Capitanata di Puglia. Il D’Aniello evidentemente confidava nell’ingenuità del nipote o nella sua connivenza, tipica del “curnuto cuntento”. In realtà il ragazzo, scoperta la tresca tra Giuditta e lo zio, minacciò di denunciare i fedifraghi e tornarsene al suo paesello, trasferendosi nel frattempo in una locanda del posto. In quel momento la donna realizzò che questo avrebbe significato, di nuovo, la perdita della libertà. Progettò quindi di ammazzare il marito: non solo ucciderlo, ma farlo scomparire per sempre, smembrandone il corpo e disperdendone i resti in mare ed in campagna. Con le sue grazie ed astuzie irretì allo scopo un chirurgo ed un barbiere, poi coinvolse il padre e l’amante confessando presunti abusi e maltrattamenti ad opera del marito. La trappola era tesa e pronta a scattare. Fece pervenire al marito un biglietto che, con la scusa di una riconciliazione, lo invitava al tetto coniugale in serata. Il giovane pugliese si presentò all’appuntamento con la Morte. Appena varcata la soglia fu strozzato dal padre della donna, poi il chirurgo e il barbiere provvidero a fare scempio del corpo, mentre Giuditta raccoglieva il sangue in una tinozza. Il prete si presentò a fatto compiuto e maledicendo gli assassini si diede alla fuga. Nella stessa notte i rei partirono per disfarsi delle membra oltraggiate avvolte in pacchetti. Il barbiere incappò nella guardia cittadina, che lo arrestò portandolo nelle carceri di Castel Capuano. Dopo una seduta di tortura confessò il delitto e indicò i suoi complici. Il chirurgo, Giuditta e il padre furono subito arrestati. Il prete fu catturato mentre si nascondeva nei boschi presso Capodichino. Dopo un processo che fece scalpore, gli assassini furono condannati all’impiccagione. Post mortem furono loro amputati testa, mani e piedi per essere esposti sui rostri del Palazzo di Giustizia della Vicaria, mentre i tronchi ricevettero la purificazione del rogo. Solo padre D’Aniello scampò alla morte per non aver partecipato all’assassino, ma fu comunque condannato al carcere a vita nelle segrete di Castel Capuano. I teschi degli assassini furono conservati per essere poi donati al gabinetto anatomico dell’Ospedale degli Incurabili (e sono ancora visitabili nel Museo delle Arti Sanitarie) Questo accadeva il 19 aprile del 1801. Da allora si racconta che il fantasma di Giuditta Guastamacchia, ogni 19 di aprile, torni per perseguitare gli avvocati presenti nel castello normanno, reclamando la restituzione della sua testa.

A noi piace pensare che non sia l’entità malvagia a tornare ogni anno ma lo spirito della Giustizia, oltraggiato per i tanti processi non passati in giudicato a causa delle lentezze burocratiche.

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