Natura contro cultura?

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Da quando siamo usciti dalle caverne e con l’agricoltura, circa 10.000 anni fa, abbiamo iniziato ad affrancarci dai bisogni della sopravvivenza quotidiana, potendo disporre per tutto l’anno di risorse alimentari e di rifugi più sicuri, è iniziata quella mitizzazione della natura che ha avuto la sua apoteosi con la nascita delle religioni e il suo indiscriminato revival con l’affermarsi degli odierni movimenti ambientalisti.

La contrapposizione natura-cultura è un tema che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, definendo purtroppo una polarizzazione che ha generato più male che bene, più fraintesi che chiarezza. Perché, finché si parla di natura come di uno stato romanticamente primigenio, un eden immune da contaminazioni, sono tutti d’accordo; ma quando questa purezza va a confliggere con una consolidata cultura frutto di secoli di emancipazione e conquiste, allora insorgono i paladini del progresso e i sacerdoti e difensori dell’intangibilità dell’equilibrio del creato. Aldilà delle definizioni che ne hanno dato poeti come Leopardi (la natura come una matrigna crudele) o Tennyson (la natura rossa di dente e artiglio), in realtà la natura è impietosamente indifferente. Siamo noi, con il nostro inadeguato cervello moderno, dal basso dei suoi 200.000 anni appena di evoluzione, che ci affanniamo a dare un significato e uno scopo ai suoi fenomeni. Finalità e significato che non esistono ed è ragionevole ritenere che non ci saranno. Ecco perché l’idea rivoluzionaria di Darwin ha fatto così tanta fatica ad affermarsi, smascherando la presunta immutabilità e finalità della natura. Si sono dovuti attendere i progressi della genetica per trasformare quella che veniva vista come una delle tante teorie, nell’indispensabile e irrinunciabile pilastro di riferimento delle scienze biologiche e umane.

Questa premessa serve a introdurre uno dei temi più dibattuti nelle aule parlamentari, nelle accademie scientifiche e nelle associazioni ambientaliste, nonché nei governi di gran parte del mondo occidentale: la messa al bando o l’adozione di cibi transgenici, l’uso dei pesticidi, la riconversione territoriale agricola in colture bio. L’ingegnerizzazione genetica ha permesso di modificare specifiche sequenze del DNA di alcune piante (principalmente il riso, il mais, la soia, il frumento, le principali piante che nutrono il mondo) allo scopo di renderle immuni dagli attacchi dei parassiti o più resistenti alla siccità, con notevole risparmio di acqua e pesticidi, quindi con una resa maggiore rispetto a piante non modificate (naturali!). Purtroppo nelle giuste battaglie che in questi anni stanno conducendo i movimenti ambientalisti e molti governi, con leggi e continui appelli alla riduzione della CO2 responsabile dell’aumento della temperatura atmosferica, per la finestra sono entrate anche le coltivazioni OGM. In realtà l’uomo fa in laboratorio quello che la natura fa in tempi molto più lunghi. Faccio un esempio per chiarire questo concetto. Di fronte al paese dove vivo c’è un basso isolotto che da casa, durante le frequenti mareggiate invernali, vedo spesso sommerso dalle onde che vi si frangono, a volte fino a farlo scomparire. Durante la bella stagione per me è sempre una meraviglia vedervi un rifiorire di piante, prevalentemente della macchia mediterranea, ma anche di fico d’India, fico comune e carrubo… nani! Perché nani? ma soprattutto perché in fiore, verdi e in salute? Non è nessun miracolo della natura! La natura non fa altro che intervenire sul DNA, scegliendo tra le prime piante che vi attecchirono (dai semi portati dal vento e degli uccelli) quelle che avevano il DNA più resistente alla siccità, alla salsedine e al vento (selezione naturale). Quindi un casuale editing genomico ha permesso la vita su un impervio scoglio bagnato dai flutti. Esempio di casualità (natura) contro intenzionalità (cultura).

Il biologico, a parità di estensione territoriale, produce il 50% in meno. Quindi per una resa pari alle coltivazioni tradizionali occorrerebbe il doppio del terreno da coltivare, sottraendolo a foreste e praterie (tenendo presente che la superficie dell’Italia è coperta per il 37% di verde, si comprende bene il danno cui si andrebbe incontro). Con un aumento secondario delle emissioni di gas serra e consumo idrico. Per non parlare del rame (solfato di rame) che, con la messa al bando dei pesticidi di sintesi, si è affermato come pesticida “naturale”, bio, ignorando i maggiori effetti dannosi per uomini e animali come metallo pesante che inquina e persiste nel terreno molto più a lungo. E delle deroghe che consentono in alcuni casi l’uso dei pesticidi di sintesi anche a coltivazioni bio. Se poi consideriamo anche il prezzo di questi prodotti, superiori fino al triplo, si comprende perché una politica così restrittiva e suicida blocca il 50% del mais nostrano, perché è contaminato dai pesticidi, e importa milioni di tonnellate di quello OGM (assolutamente sicuro per la comunità scientifica internazionale). Secondo la comunità scientifica internazionale infatti (dati tratti dall’autorevole rivista “Nutrients” e dalle linee guida 2018 del Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura), “la preoccupazione dei consumatori italiani relativamente alla esposizione a residui di fitofarmaci è eccessiva rispetto al rischio effettivo”. Infatti un recente rapporto del Ministero della salute sui residui dei prodotti fitosanitari segnala che, su oltre 12.000 campioni analizzati, il 99,2% risulta regolare, con una media inferiore a quella europea.

Considero perciò lodevole e degno di attiva partecipazione lo sforzo internazionale che si sono proposti i governi per la sostenibilità ambientale, attraverso la riduzione della CO2, la riconversione elettrica e la conservazione della biodiversità. Ma quando poi intervengono i pregiudizi, le sensazioni e le credenze, che trasformano semplici opinioni prive di fondamento in verità da accogliere in nome di un lodevole cambiamento di rotta della nostra visione della vita sulla terra, allora si cade nella trappola cognitiva dell’euristica della rappresentatività, un inganno della mente in cui un giudizio su un argomento (cibo biologico, OGM) è influenzato dal tema cui fa riferimento (difesa dell’ambiente).

1 commento su “Natura contro cultura?”

  1. Anche se con un lieve ritardo esprimo il mio apprezzamento su questo tema puntualmente argomentato con precisi riferimenti. Alla contrapposizione tra cultura e natura (trappola cognitiva per eccellenza) Salvatore Mazzeo ci ricorda di quanto sia impervia la strada della conoscenza, ma da preferire all’arrendevolezza della ragione nei confronti dell’inesplorato e del complesso.
    Alla irressolutezza di un sapere indifferenziato e generico che tanto ammalia, vuoi per gli inganni della mente vuoi per la pigrizia e disimpegno irresponsabile che li accompagna, le idee rivoluzionarie di Darwin ancora spaventano.
    Lo stesso Darwin, naturalista quanto umanista, ha manifestato sconcerto di fronte alle sue stesse osservazioni e scoperte “Che libro potrebbe scrivere, un avvocato del diavolo, su tante opere della natura che sono malriuscite, dissipatrici, confusionarie, meschine e orribilmente crudeli!” sono riflessioni che richiedevano e richiedono una tempra solida alla quale ognuno di noi dovrebbe aspirare senza timore.

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