Palazzo Fondi di Genzano: “urban regeneration” o “pacco” alla collettività?

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Ingresso del Palazzo Fondi di Genzano (foto di A. Nacarlo)

Napoli, nella seconda metà del ‘700, è la seconda città d’Europa dopo Parigi e la quinta nel modo per popolazione, più grande di New York e di Tokio. È soprattutto la splendida capitale tardo-barocca, amica delle arti, dei commerci, delle scienze, straripante di turisti e viaggiatori e governata da un “despota illuminato” come Carlo III di Borbone. Fioriscono le dimore patrizie e nella competizione di sfarzo, tipica di una mentalità nobiliare più incline all’ostentazione che al costrutto, anche i palazzi di recente costruzione subiscono vistosi interventi di restyling ad opera degli architetti più alla moda.

Esempio ne è il Palazzo Fondi di Genzano che si trova in via Medina, al civico n°24. La dimora nobiliare preesistente fu costruita, alla fine del XVII secolo, di fronte alla chiesa trecentesca di Santa Maria alla Spinacorona e a pochi passi dal Palazzo Reale. L’incarico fu affidato agli architetti e decoratori Giacomo del Po’ e Paolo De Matteis dal marchese De Marinis che quasi 40 anni dopo darà incarico a Luigi Vanvitelli di riprogettare la facciata, l’ingresso e il cortile. L’eclettismo dell’architetto napoletano, traghettatore del gusto barocco nella rigorosa armonia tipicamente neoclassica, fa di palazzo Fondi un manifesto della sua arte ed uno dei primi esempi di rococò a Napoli. La facciata è caratterizzata dal portale tra colonne in marmo bianco con capitelli ionici (tipicamente neoclassici), mentre la chiave di volta dell’ingresso è rappresentata da una decorazione con una testa femminile inserita in una valva di conchiglia (il termine rococò deriva dal francese rocaille, che significa appunto conchiglia). Nello scenografico cortile interno, troviamo lo scalone che porta al piano nobile (ed al salone affrescato da Fedele Fischetti), un terrazzo con loggia costituita da archi e colonne. Le linee di costruzione sono esaltate dalla bicromia creata dal piperno ed il marmo pario. Nella corte possiamo ammirare la splendida “sala circolare”, spazio concepito per la musica, vera protagonista della Napoli del Settecento.

Come tanti palazzi storici della città, l’edificio ha vissuto nell’ultimo secolo una vicenda travagliata. In età fascista fu destinato a sede di rappresentanza del “Fascio Cittadino”, dopo la seconda guerra mondiale ospitò l’Ente per le vittime civili della guerra. Negli anni Settanta divenne sede dell’Università Popolare della città. Poi, anni di abbandono fino alla “genialata” del 2018 quando il Demanio del Comune di Napoli accetta di affittare, per una cifra irrisoria, Palazzo Fondi a dei privati. Con un progetto di “urban regeneration” e tanti altri termini anglofoni, la sede viene trasformata in un “contenitore di uffici temporanei” ed il cortile vanvitelliano diviene la sede di un bar modaiolo per i nottambuli cittadini.

Ora, se ci chiediamo: può un palazzo monumentale settecentesco in pieno centro storico divenire un “contenitore?” Da soli ci rispondiamo: certo che può, se le amministrazioni cittadine pensano ai beni artistici e culturali come un peso, come qualcosa di vecchio di cui disfarsi affidandone la cura e la gestione ai privati. Se poi questi privati sono gli stessi soggetti che producono serie televisive che massacrano (o quanto meno distorcono) l’immagine della città nel mondo (vedi Gomorra), il nostro giudizio, impietoso, sui business plan “pezzotti” del “Sindaco di alcuni” sarà più che giustificato.

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