Storia e resilienza del “buvero ‘e Sant’Antuono”

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Foto dall’alto del Borgo di Sant’Antonio Abate a Napoli (Fonte: Wikipedia Commons)

Il perimetro urbano della città di Napoli rimase sostanzialmente immutato dalla sua fondazione fino agli inizi del XIII secolo. Solo in età angioina infatti si iniziarono a costruire nuove abitazioni all’estero delle mura difensive di età greco-romana. Nacquero così nel tempo centri abitati di media grandezza che traevano la loro economia dal commercio mercantile (borgo orefici, borgo di Chiaia, Santa Lucia) o dall’agricoltura praticata in situ (borgo Loreto, Borgo Sant’Antonio Abate, Borgo dei Vergini).

Il borgo Sant’Antonio Abate o, per dirla in napoletano, ‘O buvero, un rettilineo di circa 800 metri compreso tra le attuali Piazza San Francesco e Piazza Carlo III, deve il suo nome all’Abbazia omonima eretta nel 1363 per volere della regina Giovanna I d’Angiò. La sovrana volle ospitare nella capitale del suo regno i monaci ospedalieri del Tau, provenienti dalle terre francesi dell’Isere e storicamente legati alla casata angioina. Grazie ai munifici donativi reali, i frati oltre a costruire una Chiesa fondarono un “Hospitalem” specializzato soprattutto nella cura dell’herpes zoster (detto comunemente appunto “fuoco di Sant’Antonio”) e dell’ergotismo.

Jacopo Pontormo, Sant’Antonio Abate, Galleria degli Uffizi (Fonte: Wikipedia Commons)

Nell’Erbolario del convento si preparava un’antica ricetta (a base di grasso di maiale, salice e alloro), che veniva rinchiusa in un foglio su cui era riprodotta l’immagine del Santo Abate e che serviva per lenire i dolori della malattia esantematica. Il culto di Antonio, santo eremita egiziano, (detto Ntuono per distinguerlo dall’altro santo omonimo francescano) fu subito accolto con grande fervore dalla popolazione partenopea, in particolar modo dai contadini del Borgo. Il patriarca del monachesimo, protettore degli animali, degli allevatori e del focolare domestico, sostituì perfettamente il culto delle divinità pagane legate ai cicli della pastorizia e dell’agricoltura. Fino a pochi anni or sono non era difficile incontrare torme di ragazzini che cercavano legname di scarto da bruciare nella festa del Santo, celebrata il 17 gennaio. La “lampa ‘e Sant’Antuono” è un chiaro rimando alle usanze magico-rituali delle comunità agricole pre-cristiane, che accendevano falò per mitigare i livori dell’inverno, emulando con il fuoco il calore del Sole, affinché la Terra tornasse prospera in primavera. Al suono dell’antica invocazione “Sant’Antuono Sant’Antuono pigliate ‘o viecchio e dance ‘o nuovo!” molti napoletani bruciavano vecchie suppellettili e raccoglievano parte del “fuoco sacro della lampa” per accendere il focolare domestico. Anche il saio bianco indossato dai monaci ospedalieri del Tau e i loro allevamenti di suini (donati dalla popolazione del rione e cresciuti nei cortili dei palazzi) avevano una simbologia legata al passato. Nella Francia celtica i druidi del dio delle messi e del fuoco Lug indossavano candide vesti ed erano spesso accompagnati da maiali o cinghiali (animali consacrati alla divinità silvestre del panteon nordico).

All’estremità opposta dell’abitato (verso porta Capuana) fu edificata una cappella e dedicata a San Sebastiano martire per aver scampato “i buvaresi” dalla terribile peste del 1530. Nel 1594 re Ferrante d’Aragona, per contrastare l’influenza sul territorio esercitata dai monaci filo-francesi di Sant’Antuono, donò la cappella di San Sebastiano e i luoghi circostanti ai frati di San Francesco di Paola che la trasformarono in un convento-fortezza e vi rimasero fino al 1792. Nel decennio francese, soppressi gli ordini religiosi, si sfruttò la possente struttura del convento francescano per trasformarlo in luogo di detenzione: le tristemente note Carceri di San Francesco alla Vicaria, che “ospitarono”, fino all’era fascista, detenuti di ogni sorta, dai camorristi ai padri del Risorgimento italiano. Attualmente l’edificio, che ospitò successivamente gli uffici della Pretura, versa in stato di abbandono. Nei secoli il rettilineo campestre divenne un vero e proprio corso cittadino. Nel periodo Vicereale i palazzi sostituirono le masserie e i “parulani” (i contadini) si trasferirono all’esterno della nuova cinta muraria per fare spazio al ceto medio. In cambio ricevettero il permesso di occupare il viale centrale del borgo per crearne un mercato. ‘O buvero è soprattutto il suo mercato che da secoli offre tutti i giorni dell’anno merci di qualità a prezzi contenuti, varietà infinite di articoli e mercanzie e voci e suoni e profumi di una Napoli remota che resiste col suo bazar orientale nella città più occidentalizzata del Mediterraneo. Ad oggi è forse l’unico quartiere del centro storico che non si è ancora “prostituito al turismo e al folklore a tutti i costi”. L’anima popolare e selvaggia resiste e ci restituisce un pezzo di passato nel terzo millennio. Evitate di andarci se temete il contatto gomito a gomito con il prossimo o se preferite le asettiche e alienanti realtà dei mercati e-commerce… Qui non fu Napoli, qui Napoli resiste ancora!

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