Totonno ‘e Quagliarella: esperimento di analisi induttiva del testo

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Nino Taranto, inimitabile interprete di Totonno ‘e Quagliarella

È una sera di primavera del 1919, insolitamente fredda per il clima napoletano, un uomo elegante risale via Salvator Rosa per rincasare. La sua dimora è lì a pochi passi, ma l’uomo rallenta come chi non ha voglia di arrivare troppo presto a casa e passare un’altra notte a rigirarsi nel letto pensando a ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Certo è stimato e rispettato da tutti, e non solo in città, ma gli onori tributatigli per i versi delle sue canzoni non sono coincisi con la stabilità economica. Nella sua testa le parole dell’aria della Tosca “Vissi d’arte vissi d’amore” si confondono col pensiero delle tante scadenze da onorare con la misera paga da impiegato regio. Mentre cammina e pensa, da un vicolo vicino si affaccia la figura di un vecchio e si blocca sul marciapiedi. Certo sarà uno dei tanti “sciacquanti” (frequentatori abituali delle mescite di vino al minuto) che si attardano nelle numerose cantine della zona. Il poeta guarda quel vecchio parlare da solo alla notte come chi avesse davanti un vasto uditorio e s’incanta letteralmente ad ascoltarlo. Finita questa Epifania, il poeta rientra a passo più spedito verso casa, ha in mano già taccuino e penna e la vita non gli sembra più tanto brutta. È così che, sotto la luna e col vento che sferza scendendo dalla collina del Vomero, nasce uno dei massimi capolavori della Canzone napoletana: Totonno ‘e Quagliarella.

Scritta da Giovanni Capurro, autore tra le altre, nel 1889, di “‘O sole mio”, canzone tra le più conosciute al mondo, tanto famosa da essere suonata, al posto della marcia reale, alle Olimpiadi del 1920 in Belgio. Capurro fu uomo colto e brillante, redattore del giornale “Roma”, critico teatrale e soprattutto autore dei versi di tante melodie. Gradito ospite dei migliori salotti letterari, proverbiale era la sua integrità morale. Un episodio narrato dai suoi biografi ce ne dà la prova: in occasione della nascita del principe Umberto di Savoia, gli dedicò una canzone. Il re, dopo averla ascoltata, lo premiò con una spilla d’oro e brillanti. Capurro accettò il dono per non offendere il monarca ma, uscito da Palazzo Reale, si recò subito alla Chiesa di Piedigrotta dove appuntò il prezioso monile al manto della Vergine, spiegando ai suoi sodali che la canzone era stata composta per “omaggiare il principe e non per ingraziarsi il re”; “Vergin di servo encomio” per dirla con Manzoni. E pure c’è da dire che non navigava nell’oro, anzi, pochi anni prima della sua morte (avvenuta a Napoli nel 1920 in totale indigenza) aveva accettato un “posto fisso” di impiegato regio, credendo di incrementare le sue magre finanze.

La canzone “Totonno ‘e Quagliarella” fu scritta nel 1919, pochi mesi prima della morte dell’Autore e ci appare subito distante anni luce, nel linguaggio e nei temi trattati, da “‘O sole mio”: nessun amore per nessuna donna che illumini la vita col sole del suo sguardo. Totonno é un vecchio lazzaro che il vino rende saggio, o forse no? Certo ad un primo ascolto la canzone ci appare come un trattatello di filosofia spicciola o popolare; non c’è nessun problema al mondo che non si possa risolvere con disposizione d’animo menefreghista:

“Facite comm’a me, senza timore:

cufféjo pure ‘a morte e ‘a piglio a risa…”

oppure, più semplicemente, con un buon bicchier di vino:

“E si tenite ‘a freve,

lassáte stá ‘o cchinino…

Addó’ sta ‘o mmeglio vino,

‘o gghiate a pigliá llá! “

Un uomo della strada, col suo linguaggio “argot”, con una visione della vita di ispirazione epicurea, che gli appartiene antropologicamente solo per essere nato a Napoli, città del filosofo Sirone che ebbe la sua scuola epicurea in una villa di Posillipo e tra i suoi alunni il giovane Virgilio, che alla sua morte lo avrebbe ricordato come Sileno, capo dei satiri, nella VI Egloga delle Bucoliche.

Questa strofa:

“Menammo tutto a buordo

fintanto ca se campa:

Dimane, forze, ‘a lampa

se putarría stutá…”

non somiglia al “Carpe Diem quam minimum credula postero” (vivi oggi non sperare nel domani)?

Facendoci guidare da questa analisi induttiva del testo, proviamo a dare un volto a Totonno, magari proprio quello del “vecchio satiro” scolpito dal suo contemporaneo Vincenzo Gemito e non solo perché ama il vino e la soddisfazione dei bisogni primari, in sintonia con i versi che seguono:

“Quann’ è ‘a staggione, vaco ascianno sulo

na bona fritta ‘e puparuole forte…

Nu piezz’ e pane, ‘nziem’a nu cetrulo,

e ‘o riesto, ‘o vvotto dint’a capa ‘e morte!”

Oppure paragonarlo al satiro barbuto dell’opera di Nietzsche “La nascita della tragedia nello spirito della musica”, che denuncia “la civiltà come illusione in quanto pone le sue basi sull’occultamento del dolore e sulla finta solidarietà”:

 “Che brutta cosa ch’è a tirá ‘a carretta

quanno nisciuna mano vótta ‘a rota!

Nun sèntere cunziglie, nun dá retta,

ca senza ll’uoglio chella nun avota!”

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