Il Monte dei Poveri Vergognosi e la storia di palazzo Buono

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Disegno tratto dal “fondo Doria” della Biblioteca Nazionale di Napoli, sezione digitale

Nell’agosto del 1656 la città di Napoli è stretta nel morbo della peste da almeno tre mesi. Poche sono le persone che si azzardano a uscire per le strade a causa del severo coprifuoco e del cordone sanitario stretto attorno alla capitale dalle autorità vicereali. Le uniche deroghe sono concesse ai medici, ai cerusici ed ai monatti. L’epidemia (che complessivamente mieterà più di 150.000 vittime in meno di nove mesi) ha riempito di salme insepolte l’abitato; i luoghi deputati solitamente alla sepoltura (le “terre sante” delle chiese, le “grotte della stella” e le ex cave di tufo delle “fontanelle” e degli “sportiglioni”, “la piscina degli incurabili”) sono ormai sature di corpi senza vita. Vengono quindi scavate fosse comuni nel largo del moricino (attuale piazza Mercato) e nel campo di Marte (piazza Carlo III); vengono usate per l’inumazione anche le cosiddette “fosse del grano” (profonde vasche usate per l’accantonamento dei cereali che si trovavano dove ora sorge piazza Dante).

I parenti delle vittime più abbienti, aborrendo l’idea che i corpi dei loro congiunti finissero in terra sconsacrata, corrompevano i necrofori pur di avere un posto nelle chiese. Questi loschi personaggi, intascata la tangente, si disfacevano dei feretri scaricandoli nel “Chiavicone” (tunnel costruito in epoca vicereale sotto l’attuale asse di via Toledo, per raccogliere le copiose “lave” di acqua piovana che scendeva dai vari colli cittadini e farla confluire verso il mare; l’imbocco di tale tunnel si trovava nell’attuale piazza Salvo D’Acquisto (allora largo della Carità). Nello stesso alveo venivano smaltite dai monatti anche tutte le suppellettili appartenute ai contagiati (risparmiandosi così di bruciarle).

La notte del 14 agosto 1656 si abbatté sulla città un violento nubifragio. La gran massa di acqua, trovando il condotto del canale ostruito, distrusse la murazione dell’alveo e si riversò sotto le fondamenta dei palazzi di Via Toledo, facendone crollare diversi. Testimone d’eccezione dell’accaduto lo storiografo Carlo Celano, che nella sua opera “Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli” ci racconta l’episodio aggiungendo un macabro particolare: per diversi giorni, le carrozze che transitavano per Toledo, dovettero calpestare i resti di “carne battezzata”, finché non si provvide a dargli sepoltura. Uno dei palazzi coinvolti nei crolli, fatto costruire nel 1614 dalla famiglia De Curtiis all’architetto Bartolomeo Picchiati, ospitava da pochi anni un ente benefico chiamato “Monte dei Poveri Vergognosi”, che aveva la finalità di soccorrere finanziariamente i componenti delle famiglie nobili cadute in rovina, certamente troppo orgogliosi per mettersi a mendicare per le strade come le altre tante migliaia di “semplici” disperati. Anche se l’impianto dirigenziale del Monte era formato da una deputazione di laici, i veri promotori di questa iniziativa furono la potentissima “Compagnia di Gesù”. Molto vicini alla nobiltà spagnola e presenti in città con chiese e case professe sin dal 1552 si erano specializzati nella formazione delle classi dirigenti educando i giovani aristocratici. Il Monte dei poveri (ricchi) nacque appunto per preservare dall’estinzione i casati dei bennati che sempre più spesso si estinguevano a causa dei forti indebitamenti contratti per sostenere il loro tenore di vita. L’istituzione si finanziava attraverso lasciti e beneficenze elargiti dalla stessa nobiltà cittadina la quale, come in un fondo previdenziale, si assicurava un futuro soccorso economico in caso di difficoltà finanziarie. L’anonimato di chi accedeva al prestito era garantito dal cappuccio e dalla tunica bianca che era obbligatorio indossare quando ci si recava nella sede della deputazione. Dopo circa un secolo e mezzo di attività, grazie alle tante donazioni ricevute, iniziarono a girare tanti soldi. Il “Monte dei Poveri Vergognosi” da ente assistenziale si trasformò in istituzione finanziaria. Il fenomeno della corruzione dilagava tra i governatori e divenne impossibile accedere ai fondi per i veri bisognosi se non si avevano amicizie influenti o se non si versava una tangente.

A smobilitare il “sistema” ci pensarono il governo giacobino e Gioacchino Murat che, promulgando il decreto di soppressione degli ordini ecclesiastici nel 1809, ed il relativo incameramento dei beni e dei patrimoni, mise fine all’istituzione. E, ricordando la filastrocca cantata dai bambini attorno agli “alberi della libertà”, “li Franzosi fanno alla guerra, prievete e nobbile ‘a culo pè terra”.

Nel progetto murattiano di unire la collina di Santa Teresa con quella di Capodimonte per permettere un più comodo accesso alla reggia, parte delle sostanze incamerate dal Monte furono usate per finanziare la costruzione del cosiddetto “ponte della Sanità”. Il palazzo di via Toledo divenne sede dei Tribunali del Commercio.

Palazzo Buono (Fonte: WikiCommons)

Dopo la restaurazione borbonica il palazzo fu acquistato dalla famiglia Buono (1826) e ampiamente restaurato dall’architetto Gaetano Genovesi, che ne fece un capolavoro neoclassico. Nei due secoli successivi palazzo Buono ha cambiato diverse volte padrone e destinazione d’uso. I vecchi napoletani lo ricordano ancora come “il palazzo della Rinascente”; infatti la catena commerciale dal nome dannunziano è stata attiva nell’intero edificio dal 1919 al 2008. Attualmente i locali sono occupati dalla multinazionale svedese dell’abbigliamento H&M.

Le diverse opere di ammodernamento eseguite costantemente dal 1615 ad oggi fanno di palazzo Buono un palinsesto architettonico dove, fusi nello stesso “contenitore edile”, convivono elementi barocchi, neoclassici, eclettici e postindustriali, tutto nell’ottica di quella “porosità” (Walter Benjamin & Asja Lasic) che fa di Napoli una città unica nel contesto delle metropoli occidentali.

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