Effetto Draghi

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Il premier Mario Draghi

Nell’assenza assoluta di proposte politiche serie le ultime elezioni ci hanno consegnato un parlamento diviso in tre distinti tronconi: la vecchia sinistra, la vecchia destra e il nuovissimo M5s. Sperimentate, in mancanza di convergenze politiche, tutte le alleanze di governo possibili sotto il profilo meramente numerico, siamo approdati al governo Draghi.

Lasciando da parte ogni valutazione sull’operato dei governi che lo hanno preceduto, può essere interessante analizzare le conseguenze politiche che i vari governi stanno avendo sulla vita dei partiti. Il primo governo Conte ci ha regalato l’abnorme crescita di consensi della Lega, crescita che ne ha poi causato la caduta. Il Conte 2 ha visto invece l’ennesima scissione nel PD con la fuoriuscita di Renzi e la nascita di Italia Viva, operazione chiaramente volta ad ostacolare l’avvicinamento tra il PD e il M5s, che sembrava andare avanti anche se persisteva una robusta resistenza tra i pentastellati.

L’avvento del governo Draghi ha a sua volta sottoposto le formazioni politiche rimaste sino ad allora intatte ad uno stress-test che sta evidenziando le fratture esistenti al loro interno. Il primo scossone ha riguardato proprio il M5s che ha sfiorato la scissione tra la sinistra e la destra da sempre conviventi “more uxorio” al suo interno. La dismissione della Casaleggio Associati e il ridimensionamento del ruolo di Beppe Grillo lasciano dunque immaginare che, così come il PD finalmente orfano di Renzi, anche il M5s si avvii ad un’alleanza non più esposta al fuoco amico. Quando si farà, se si farà, uscirebbe comunque sconfitta dalle destre alle prossime elezioni politiche.

La legislatura però non è ancora finita: gli effetti del governo Draghi sulla fisionomia degli altri partiti dovrebbero adesso riguardare quelli di destra. Nella destra cosiddetta “moderata”, Forza Italia e satelliti, la cosa sembrerebbe a buon punto: gran parte di essa non intende fare da sgabello a Salvini e/o Meloni e guarda con favore ad un possibile partito di centro con Calenda e Renzi. Ci sarà forse anche Berlusconi fin quando intenderà aggrapparsi alla politica per i noti motivi giudiziari o per l’insana speranza di salire al Quirinale invertendo il suo senso di marcia: era sceso in campo, adesso vorrebbe risalire, era decaduto dalla carica di premier, di senatore e di cavaliere, adesso vorrebbe assurgere a quella di Presidente della Repubblica.

Da ultimo, pare che finalmente anche nella Lega comincino ad aprirsi le prime crepe: Lega di governo e Lega di lotta non possono andare avanti a lungo sullo stesso binario e il semestre bianco che, com’è noto, mette il Governo al riparo dallo scioglimento anticipato delle Camere e quindi da nuove elezioni che potrebbero modificarne la composizione, lascia intravedere che la frattura è vicina. Certo, Salvini cercherà di portare il partito all’opposizione per orchestrare una campagna elettorale aggressiva, nel tentativo di mantenerne la leadership, ma l’impressione è che l’ala governista e numerosi presidenti di regione lo ostacoleranno per mantenere il partito nella maggioranza che sostiene Draghi a costo di sacrificare Salvini lasciandolo urlare alla luna. Qualunque sia la sorte della Lega, tutta intera al governo, tutta intera all’opposizione o divisa in due tronconi, sembra probabile che, una volta risolta la successione a Mattarella (e non si vede con chi altri se non con lo stesso Mattarella), alle prossime elezioni la prospettiva minacciosa di un governo sovranista sarà contrastata da un’area politica variopinta ma europeista il cui leader non potrà che essere Draghi. Non si vedono infatti all’orizzonte personalità politiche capaci di catalizzare la fiducia europea e quella della maggioranza degli italiani. Né è facile immaginare chi possa gestire con autorevolezza il PNRR senza subire eccessivi condizionamenti dai partiti.

Se il prolungamento del governo Draghi oltre le prossime elezioni può apparire una soluzione al pericolo incombente dell’avvento di questa destra in via di “orbanizzazione” sul modello ungherese, sorge però un interrogativo inquietante: sotto l’ala protettiva del serafico Draghi si va forse ricostruendo un nuovo carrozzone nel quale coesisteranno il PD, il M5s, Calenda, Renzi, e cascàmi della destra “storica”, come Brunetta, Gelmini, Tajani, Giorgetti, Zaia e Fedriga? Cosa ci si potrà attendere dalla convivenza di soggetti portatori di interessi diversi e a volte contrapposti? Probabilmente soltanto una politica di basso profilo che non riuscirà a dare una vera svolta al Paese, ammesso che ciò sia mai possibile.

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