L’arte come istinto di sopravvivenza

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Caravaggio, Incredulità di San Tommaso, Bildergalerie, Potsdam
«Donde [l’intelletto] ha tratto tutti questi materiali della ragione e della conoscenza? Rispondo con una sola parola: dall’esperienza. È questo il fondamento di tutte le nostre conoscenze; da qui esse traggono la loro prima origine.»
(John Locke, Saggio sull’intelletto umano, libro II, cap. I)

L’arte ci accompagna sin dagli albori della nostra esistenza, sin dalle prime civiltà che hanno imparato ad utilizzare il fuoco e a costruire oggetti utili. Potrebbe sembrare che essa si limiti esclusivamente ad una esperienza estetica (intesa letteralmente come dottrina della conoscenza sensibile), ad un piacere intrinseco e fine a se stesso. Molti studi hanno invece rivelato come essa sia legata ai nostri istinti primordiali e ai nostri bisogni di adattamento.

Alois Riegl, storico dell’arte membro della scuola di storia dell’arte di Vienna, scoprì un nuovo aspetto psicologico dell’arte, cioè che essa è incompleta senza il coinvolgimento emotivo dello spettatore che interpreta in termini personali le informazioni che riceve. Riegl ha chiamato questo fenomeno “il coinvolgimento dello spettatore”. Questo coinvolgimento si sviluppa perfettamente grazie all’empatia. L’essere animali sociali con spirito di adattamento ha fatto sì che si sviluppasse in noi questa favolosa capacità di comprendere, anche minimamente, le emozioni e magari le intenzioni del prossimo, utile soprattutto per la sopravvivenza in società e, in questo caso, nella comprensione di un’opera artistica. Ad esempio, quando vediamo il dito di san Tommaso che si inserisce nella piaga di Cristo nel dipinto di Caravaggio (l’immagine sopra), si attivano aree tattili del cervello. Questa risposta biologica, in termini tecnici, viene definita simulazione incarnata.

Secondo Eric Kandel, nel suo libro L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni, questo avviene perché la capacità di percepire le emozioni del prossimo produce in noi una risposta fisica corrispondente. Ciò avviene grazie a reti neurali che si formano durante le nostre esperienze con il mondo esterno. Percepire un’azione equivale anche a simularla internamente, ossia ad attivare i circuiti motori anche se non ci sta effettivamente muovendo.

Semir Zeki, pioniere della neuroestetica, ci ricorda che la funzione principale del cervello è acquisire nuove conoscenze sul mondo, fare quindi esperienze di esso. L’informazione trasmessa da un’opera d’arte o da un racconto è rilevante. Questi segnali ci aiutano a capire quali emozioni stia vivendo il personaggio in questione e a comprendere e predire le sue probabili azioni. La sopravvivenza nella società dipende soprattutto dall’imparare a leggere questi segnali, motivo per cui abbiamo sviluppato un meccanismo neuronale per desiderare di capirli, per tale motivo produciamo, apprezziamo e desideriamo l’arte. Essa, quindi, ha la funzione di migliorare la nostra comprensione dei segnali sociali, allena la nostra mente a comprendere le emozioni del prossimo e ad esprimere le nostre.

La psicologa sociale Ellen Dissanayakeha analizzato l’esperienza estetica dal punto di vista della biologia evoluzionistica. Nel suo libro Homo Aestheticus: Where Art Comes From and Why sostiene che l’arte è stata fondamentale per l’adattamento e la sopravvivenza della specie umana, che l’abilità estetica è innata in ogni essere umano e che l’arte è un bisogno fondamentale per la sopravvivenza della nostra specie come: il cibo, il calore o il riparo. L’arte si è conservata e evoluta perché è un importante strumento di unificazione sociale. Legando gli individui in comunità, nel paleolitico ad esempio, l’arte ha aumentato le possibilità di sopravvivenza all’interno dei gruppi. Il libro in questione è stato recensito favorevolmente da Denis Dutton, filosofo dell’arte. Anche lui sosteneva che le arti sono un adattamento evolutivo, un tratto istintuale che ci aiuta a sopravvivere. Nel suo libro The Art Instinct sostiene che l’apprezzamento dell’arte derivi da adattamenti evolutivi fatti durante il periodo del Pleistocene. Secondo Dutton, quando godiamo di un’opera narrativa o artistica, utilizziamo la nostra teoria della mente che ci permette di fare esperienza del mondo da una prospettiva differente dalla nostra, producendo e interpretando storie attraverso la nostra immaginazione, dove possiamo affrontare e risolvere i problemi in tutta sicurezza. Tutto ciò è evolutivamente importante per il nostro adattamento nella società poiché ci permette di prepararci a probabili situazioni pericolose che potremmo incontrare. 

L’arte ci catapulta, quindi, in un’esperienza a 360 gradi nel mondo. Questi studi dimostrano che non solo è un piacere per i nostri sensi ma che essa ha uno scopo importante per la nostra esistenza, che senza, probabilmente, saremmo già estinti, che i nostri sistemi comunicativi sono estremamente vari e affascinanti. Le esperienze che possiamo fare nel mondo ci insegnano ad affrontarlo e a sopravvivere ad esso, la nostra creazione dell’arte, come bisogno inconscio, ha fatto sì che essa diventasse maestra di vita per il potere che ci offre di immaginare vie di fuga e altri mondi possibili.

1 commento su “L’arte come istinto di sopravvivenza”

  1. Florence BONIFACI

    Si ! L’arte come espressione maggiore del sagrato in noi, l’arte come attrezzo di adattamento al mondo, e in conseguenza come mezzo di sopravvivenza.
    L’arte è essenziale, ma mica soltanto per l’umano. L’arte è ovunque, nella natura, nel mondo animale, vegetale, minerale. Partecipare è, per l’umano, prendere il suo posto.
    Grazie per questo testo apprendo il pensiero.
    Scusatemi per il mio italiano, sono francese. Mica facile esprimersi in una lingua straniera.
    Merci!

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