Cona dei lani: una macchina del tempo

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Effetti dei bombardamenti del 1942 sulla chiesa di sant’Eligio

Quando, nell’ottobre 1943, la V Armata del generale Mark Wayne Clark entrò a Napoli senza colpo ferire, in quanto la città si era già liberata dalle truppe nazi-fasciste con una insurrezione popolare, trovò una metropoli devastata. Il grande regista John Huston, al seguito dell’esercito col grado di capitano e il compito di girare documentari sulle operazioni militari, disse della città: “Napoli mi apparì come una puttana sdentata malmenata dai bruti”. Anche se i maggiori danni erano stati arrecati proprio dagli oltre duecento raid aerei alleati, di cui 181 solo nel 1943.

Oltre alle 25.000 vittime stimate, oltre alla fame e alla mancanza di qualsiasi genere di prima necessità, il mondo della cultura piangeva per il patrimonio artistico e architettonico mutilato dalle distruzioni. Ad esempio, la chiesa di Sant’Eligio al mercato, durante il violento bombardamento alleato del 4 dicembre ’42, venne quasi abbattuta. Nel violento incendio che ne seguì gli interni barocchi furono letteralmente cancellati. Quando, alla fine degli anni Cinquanta, iniziò il restauro, si pensò di riportarne allo splendore le forme gotico-provenzali originarie (lo stesso si fece per le chiese coeve di Santa Chiara e dell’Incoronatella a via Medina, anch’esse gravemente danneggiate dai bombardamenti). Durante i lavori di consolidamento del calpestio di Sant’Eligio, eseguiti nel 1964, appena sotto il pavimento, iniziarono ad affiorare parti di statue di terracotta, mani, volti, brani di bassorilievi ed elementi di decorazione architettonica. Gli operatori della Sovrintendenza, ai quali erano stati affidati i lavori, capirono subito di avere fatto una clamorosa scoperta, in quanto gli elementi fittili emersi non facevano parte delle decorazioni pre-belliche della basilica.

Parallelamente alla campagna di scavo e recupero dei reperti, iniziò un lavoro di ricerca sulle fonti storiografiche per capire a quale opera appartenessero i frammenti. In una lettera del 1524, scritta dall’umanista napoletano Pietro Summonte all’appassionato di antichità e collezionista veneziano Marcantonio Michiel, si legge: “in ecclesia Santo Eligio un gran lavoro di plastica, nella cappella dei lani, di mano del maestro Domenico Napolitano, persona ingegnosissima”. Questa preziosa testimonianza parlava di un’opera già famosa ai suoi tempi e che si credeva perduta: la Cona dei Lani.

Grande rilievo nel mondo dell’arte destò la notizia del ritrovamento. Ma cos’è una Cona? E chi erano i Lani? La Cona (o Ancòna) indica una composizione di immagini sacre spesso racchiuse in una caratteristica inquadratura architettonica. I Lani (dal latino lanius = macellaio) erano la potente confraternita dei macellai napoletani che, nella chiesa di Sant’Eligio, aveva la sua cappella di rappresentanza dedicata a San Ciriaco. Terminato lo scavo, i reperti raccolti (che alla fine risultarono essere 1072) furono depositati nei magazzini di Palazzo Reale. Nel frattempo l’opera di ricostruzione filologica del complesso apparato scultoreo proseguiva. Tra le carte del periodo aragonese conservate nell’Archivio di Stato, fu ritrovato addirittura il rogito notarile stipulato nel 1515 fra la Confraternita dei Lani (rappresentata dall’eletto Matteo Mastrogiudice) e lo scultore Domenico Impicciati (detto napolitano o musico). L’antico documento definiva perfettamente il tema dell’opera. Riassumendole in una struttura architettonica riccamente decorata dovevano essere rappresentate a “tutto tondo” una Natività, le statue di San Ciriaco, di Sant’Ambrogio, del re Davide, di un Cristo Benedicente e di una Madonna delle Grazie. Ad altorilievo invece due figure di sibille (la Delfica e la Cumana, secondo la tradizione patristica entrambe annunciatrici della nascita di Cristo) e una predella (registro inferiore scolpito a bassorilievo) con le storie della vita di San Ciriaco. L’intero e complesso programma iconografico doveva realizzarsi in terracotta, essere decorato coi colori blu e oro (come il vessillo della confraternita) e le statue dovevano avere gli occhi di vetro dipinto. Una maestosa macchina decorativa per celebrare la potenza e la ricchezza dei committenti: secondo gli storici dell’arte, il più grande complesso di coroplastica del Rinascimento meridionale.

Un reperto della cona dei lani (custodito presso il Museo della Certosa di San Martino a Napoli)

Ma come mai finì distrutto e sotterrato? Sono due le ipotesi più accreditate: la distruzione fu causata dal tremendo terremoto del 1732 che colpì la città, oppure dallo smembramento fatto in epoca settecentesca che dette alla chiesa una nuova veste decorativa tardo barocca. Fatto sta che nel XVIII secolo si persero le tracce del capolavoro rinascimentale. Molti elementi di spoglio comunque vennero riutilizzati: il Sant’Ambrogio spicca sulla facciata esterna della chiesa mentre la Madonna delle Grazie finì nella chiesa dell’Annunziata di Cava dei Tirreni (secondo l’eminente parere del ricercatore Gennaro Borrelli). Alcuni pezzi della Cona furono addirittura usati come riempimento murario nei restauri settecenteschi. Ora l’opera di “maestro Domenico”, dopo un travagliato e accurato restauro durato più di trent’anni, è stata musealizzata e resa fruibile in un’apposita sala della Certosa di San Martino.

È bello pensare a questo monumento come ad una capsula del tempo che, dissepolta dopo secoli, ci offre la visione di uno spaccato della società della Napoli aragonese, attraverso le facce dei personaggi ritratti, le loro acconciature e i loro vestiti. Ma è anche una lezione metaforica sulle tante ambizioni degli uomini che, attraverso la munificenza dei loro mezzi, pensano di lasciare opere che eterneranno il loro ricordo senza fare i conti col tempo e la storia che possono trasformare tutto in polvere con un solo soffio.

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