Alla ricerca dell’identità perduta

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Foto satellitare dello stretto di Messina (Fonte: wikinews.org)

Sembra ormai conclamato che la sinistra politica non abbia più un’identità e non solo qui da noi. Molti fanno risalire la cosa alla caduta del muro di Berlino e al conseguente crollo delle barriere ideologiche. Opinione discutibile perché l’ideologia socialista è stata sradicata, secondo alcuni, dal consumismo che ha devastato anche le società ex-comuniste dell’Europa orientale, mentre l’ideologia opposta, chiamiamola capitalismo, conservatorismo o altro, non è mai andata in crisi, anzi prospera in tutto il pianeta.

In Italia la sinistra ha cominciato a sbiadirsi in maniera preoccupante da quando si è rivolta al centro, nell’intento comprensibile di erodere la base elettorale berlusconiana potenzialmente destabilizzante. L’infausto avvento di Renzi ha fatto il resto, facendo evaporare quel brandello di identità che la sinistra ancora conservava e che oggi è conteso dalla costellazione dei partitini satelliti e dallo stesso PD, ormai inchiodato al 20% nei sondaggi elettorali.

Al momento la sinistra non sembra reggere il confronto con la destra, né si vedono all’orizzonte segnali di novità tali da far sperare in un recupero della sua storica base elettorale, rifugiatasi in buona parte nei partiti di destra e, provvisoriamente, nel M5S.

Questo scenario ha autorizzato molti osservatori a concludere che non esiste più alcuna distinzione tra destra e sinistra. Conclusione che fa comodo alla destra, consapevole di essere viva e vegeta oltre che pragmatica fino alla spregiudicatezza. In realtà una distinzione resiste ed è quella tra progressisti e conservatori, tra solidaristi e difensori dell’assoluta libertà d’impresa, tra europeisti e sovranisti, tra ambientalisti e sostenitori della crescita del PIL a qualunque costo. Sarebbe invece auspicabile tracciare un confine tra queste opposte visioni del mondo. E infatti, di tanto in tanto, qualche sussulto progressista rompe il silenzio. Si pensi al “decreto Zan” che secondo i sondaggi è condiviso da oltre la metà degli italiani e, quindi, anche da una fetta di elettori di destra. Quindi va sostenuto con fermezza, come pare si stia facendo anche per lo Jus soli.

L’europeismo, che si andava affermando col governo Conte2, è stato invece strappato dalle mani della sinistra (l’UE sarebbe stata altrettanto generosa senza Sassoli, Gentiloni e Gualtieri?) e condiviso, dal governo Draghi, con la destra depotenziandone quindi la portata identitaria.

Sul terreno dell’equità economica messaggi importanti, come l’introduzione di una patrimoniale, non hanno suscitato grande interesse neppure nelle fasce dei nullatenenti, che non avevano niente da temere. Mentre pare raccolga più consensi l’iniqua flat tax proposta dalla destra. Vero è che le proposte della sinistra vengono avanzate timidamente e spesso in maniera poco convinta, ma non c’è dubbio che anche i media non le mettono nel dovuto risalto.

In questo scenario la sinistra è dunque condannata a soccombere? Esiste la possibilità che torni ad essere riconoscibile, cioè a proporre una visione della società più giusta, alternativa a quella della destra, ammesso che ci sia, indicando nel contempo gli strumenti per provare a realizzarla e renderla in tal modo condivisibile da un’area più ampia della sua attuale base elettorale?

La risposta può essere affermativa se la sinistra riesce ad appropriarsi di alcune tematiche facendo in pratica quello che hanno fatto le destre negli ultimi trent’anni, agitando e poi cavalcando i temi del garantismo e della sicurezza. Ecco, la sicurezza. Quale momento migliore per sventolare il vessillo della sicurezza sul posto di lavoro? La quantità abnorme di incidenti sul lavoro e di morti bianche non può essere lasciata nelle mani dei sindacati, che hanno il solo strumento dello sciopero, peraltro oggi poco efficace, mentre occorrono invece provvedimenti legislativi. Appropriandosi con determinazione del tema della sicurezza sul posto di lavoro la sinistra si troverebbe automaticamente in contrapposizione alla destra, che difende interessi quasi sempre opposti.

Altro tema non più trascurabile è la tutela dell’ambiente ovvero, se vogliamo essere realistici, la salvaguardia delle condizioni di vita sul nostro pianeta per le future generazioni. Gli ecologisti non hanno sin qui dimostrato di avere la forza di persuasione né le personalità politiche per imporre all’opinione pubblica l’urgenza di invertire la tendenza al disastro che già oggi si manifesta in maniera drammatica. Quindi, anche la tutela dell’ambiente diventerebbe un forte elemento identitario e distintivo rispetto alla destra nostrana, che non ha mai condannato il negazionismo di Trump, di Bolsonaro e dei paesi di Visegrad.

Ma gli argomenti che la sinistra può utilizzare per ricostruire la sua identità non finiscono qua. Si pensi, per esempio, al Ponte sullo Stretto di Messina la cui costruzione compare ciclicamente da decenni nei programmi dei partiti di destra ma anche di singoli leader politici (l’ultimo è Renzi, ancora lui). Mai come in questa vicenda sarebbe utile, oltre che elettoralmente conveniente, cavalcare un esplicito e definitivo “no” a questo mostro inutile e rischioso. Chi ne sostiene la necessità, interpreta i desideri dei cittadini comuni ed onesti o piuttosto gli interessi di un’imprenditoria non immune dal condizionamento delle due criminalità organizzate che si fronteggiano fameliche sulle sponde dello Stretto. Siciliani e calabresi preferirebbero cento volte che, prima di mettere mano all’ottava meraviglia del mondo, fossero stanziati i milioni o i miliardi di euro per rendere decenti le linee ferroviarie, la viabilità, l’erogazione dell’acqua corrente, la tutela del territorio e del patrimonio archeologico. Chissà se, pronunciando un no definitivo e irrevocabile al Ponte sullo Stretto, la sinistra non guadagnerebbe il favore della maggioranza dei siculi e dei calabresi e il plauso di tanti italiani che di questo ponte non sanno che farsene.

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