Diario di un vaccinato in ansia per la terza ondata: 23 luglio 2021

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pagina di diario

Finalmente uno squarcio di luce in un cielo cupo ormai da mesi: mia moglie ed io abbiamo la nuova carta di identità digitale con tanto di PIN e di PUC. Costruirseli da soli mettendo insieme i due mezzi PIN e i due mezzi PUC è stata un’esperienza rasserenante, anche se il secondo codice evoca il folletto dispettoso della tradizione inglese, quel Puck che Shakespeare inserì tra i personaggi del “Sogno di una notte di mezza estate”.

L’avevamo chiesta dieci giorni fa previo pagamento di euro 22,20, rigorosamente in moneta spicciola, ed esponendo poi il polpastrello dell’indice della mano destra al lettore dell’impronta digitale. A conclusione della procedura di rilascio l’impiegato allo sportello ci ha chiesto se davamo il consenso alla donazione degli organi. Io ho espresso qualche dubbio sull’opportunità di fare dono a qualche povero disgraziato di organi ormai obsoleti: fegati ingrossati, polmoni intasati dal fumo e dallo smog, reni rattrappiti. Anche le cornee non sono più quelle di un tempo, di quando andavi dall’oculista e ti sentivi dire: “Lo sa che lei ha proprio un bel paio di cornee?” e non sapevi se sentirtene orgoglioso o insultato. Per togliere di imbarazzo l’impiegato abbiamo alla fine acconsentito alla donazione degli organi e io gli ho detto che avevo anche una pianola in discrete condizioni. Mia moglie mi ha lanciato un’occhiataccia, come fa sempre quando faccio battute stupide, benché l’impiegato avesse accennato un lieve sorriso. Andando via, l’ho salutato dicendogli che ci saremmo rivisti quando decideranno di sostituire la nuova carta digitale con un bel microchip sottocutaneo che racconterà a richiesta tutta la nostra vita, senza alcun riserbo. Dal suo sguardo dubbioso non ho capito se fosse scettico sulla rapidità dell’evoluzione tecnologica o sulla nostra tenuta, ma credo che forse questa novità epocale ce la perderemo e sarà meglio così.

Quando siamo andati a ritirarle, si è verificato un incidente diplomatico. Mentre eravamo in fila nel salone del Comune, si è avvicinata una gran bella signora molto, ma molto avvenente. Ci ha chiesto se era lì che si facevano i cambi di residenza. Dopo averle indicato con slancio lo sportello giusto, mi sono permesso di chiederle dove andava a vivere di bello: feroce occhiataccia di mia moglie con gomitata nello stomaco. Meno male che la signora non ha raccolto e si è limitata a ringraziarmi, altrimenti sarebbe finita male: mia moglie crede ancora, ingiustificatamente, nel mio fascino: si sa, col passare degli anni, il fisico non risponde più come una volta e non gli si possono chiedere “performances” esaltanti, anzi si scivola piuttosto verso imbarazzanti “proformances”. Il buon gusto suggerirebbe quindi di circoscrivere al massimo gli incontri, limitandosi magari ai soli preliminari, mentre la prudenza imporrebbe di non portarli alla loro naturale conclusione per evitare seri rischi cardiovascolari. È da respingere fermamente l’affermazione di Keith Richards, settantasettenne chitarrista dei mitici Rolling Stones, il quale sostiene che: “Fare sesso alla mia età è molto più eccitante: non puoi mai sapere se stai per avere un orgasmo o un infarto”. Ecco, la fase finale dei rapporti sessuali, superata una certa età, non è consigliabile: bisognerebbe utilizzare delle controfigure, come si fa nelle scene più pericolose dei film di avventura. In definitiva è meglio parlarne soltanto: il cosiddetto sesso verbale.

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