Acqua e parole al vento

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Sono passati solo pochi giorni da quando alcune regioni della Germania, del Belgio, dei Paesi Bassi, del Lussemburgo sono state travolte da una pioggia torrenziale che, per volume delle precipitazioni e per la sua durata, ha disseminato distruzione e morte. Le agenzie di stampa continuano a battere notizie di centri abitati isolati e il conteggio delle vittime continua ad essere drammaticamente provvisorio.

Il Governo della Germania e, a ruota, tutto il sistema informativo e comunicativo, hanno subito messo in relazione la tempesta abbattutasi su quei territori con il surriscaldamento globale dovuto all’emissione di gas serra, che già hanno fatto innalzare la temperatura del pianeta di 2 gradi e, se non si interviene subito, per la fine di questo secolo si prevede porterà ad un ulteriore innalzamento, fino a 5 gradi.

Utilizzare questa tragedia per porre l’attenzione su un fenomeno importante può essere utile per convincere i governi del mondo ad intervenire con misure adeguate ma, al contempo, ci appare in qualche modo strumentale e, paradossalmente, deresponsabilizzante se non si affronta con determinazione la crisi di un modello di sviluppo economico, di abitudini di vita, di produzione e di consumo ormai radicati e a cui nessuno pare essere disponibile a rinunciare. L’affermazione della Merkel, “la Germania possiede le risorse economiche e tecniche per affrontare le conseguenze del nubifragio”, conferma questa tendenza.

I titoli dei giornali tendono al sensazionalismo, si sa. “L’alluvione del secolo si abbate sulla Germania” e cose del genere. Se però si confrontano i dati pluviometrici, la quantità delle precipitazioni, si scopre che sulle zone alluvionate tedesche sono cadute in 72 ore da un minimo di 160,4 mm d’acqua a un massimo di 182,4 mm (fonte: servizio meteorologico tedesco, Deutscher Wetterdienst), mentre nel 2018 sulle aree montane del Veneto e del Trentino caddero al suolo, sempre in 72 ore (tre giorni), fino a 715,8 mm di pioggia, registrati nella stazione di rilevamento a Soffranco (Longarone). Visto che in Germania ad essere state colpite sono le persone che abitano in zone ricche, mentre nell’alluvione del 2018 a pagarne le spese sono state principalmente le foreste con milioni di alberi abbattuti o sradicati, la differenza non è misurabile solo in termini economici. Insomma la valutazione dei fenomeni atmosferici, tenuto conto della forza del vento e della quantità d’acqua caduta al suolo, quando colpisce zone urbanizzate ci disorienta e crea spaesamento perché le persone vengono colpite nelle loro dimore perdendo affetti e beni materiali.

I repentini cambiamenti nelle condizioni meteorologiche non sono più eventi straordinari, ma si susseguono con una periodicità molto ravvicinata e, come tutti i fenomeni meteorologici, è sempre difficile prevederne il manifestarsi. Che ci sia un rapporto diretto tra questi eventi anomali e l’innalzamento delle temperature del pianeta è una ipotesi che sempre più va affermandosi tra la comunità scientifica ma, una volta trovata la correlazione tra i due fenomeni, per porvi rimedio vanno considerati molti altri aspetti. Va inoltre evidenziato che gli esperti pongono la questione del riscaldamento del pianeta in termini di lungo periodo, un disastro annunciato che riguarderà le prossime generazioni e che, se non si agisce ora, entro la fine del secolo XXI, potrà determinare un cambiamento sostanziale dei luoghi oggi abitati dagli uomini.

Per decenni siamo stati abituati a considerare la distruttività della natura associata a condizioni climatiche estreme tipiche di zone geograficamente lontane o, quantomeno, lontane dall’agiatezza dei ricchi (si pensi alle tante alluvioni del delta del Po, che hanno colpito il nostro Paese). In ogni caso l’Europa ricca e benestante si è sentita al riparo. I monsoni che scaricano quantità d’acqua enormi dopo lunghi periodi di siccità sono condizioni tipiche nell’Oceano Indiano con i tifoni che li accompagnano; i cicloni e altre tempeste si originano in acque tropicali o subtropicali del pianeta.

Ora che questi fenomeni si stanno manifestano con più frequenza e violenza anche in Europa e nemmeno i paesi ricchi si sentono sicuri, si sta affermando una cecità collettiva. Sono questi alcuni degli importanti spunti per una riflessione più ampia che ci offre la lettura dei lavori dello scrittore, giornalista e antropologo indiano Amitav Ghosh, nato a Calcutta nel 1956. Scrive Ghosh nel libro La grande cecità, cambiamento climatico e l’impensabile, pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2017: «I miei antenati sono stati dei rifugiati ambientali molto prima che si coniasse questo termine” … In un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento del livello del mari avrà inghiottito le Sundarban e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca, arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità». Quello di Ghosh è un libro articolato e ben argomentato che si lascia leggere tutto di un fiato, attualissimo proprio perché pone l’accento sul ruolo delle nostre culture nella sottovalutazione di quanto accade oggi nel nostro pianeta. «Da questa prospettiva, le questioni che oggi gli scrittori e gli artisti dovrebbero affrontare non riguardano solo gli aspetti politici dell’economia dei combustibili fossili, ma anche dei nostri stili di vita e il modo in cui essi ci rendono complici degli occultamenti messi in atto dalla cultura in cui siamo immersi. Per esempio: se le tendenze contemporanee dell’architettura, anche in epoca di sempre maggiori emissioni, prediligono scintillanti grattacieli rivestiti di vetro e metallo, non dovremo chiederci quali forme di desiderio vengono alimentate da simili edifici?»

Ciò vale per l’indiscriminato consumo di suolo, l’edificazione e l’urbanizzazione, perpetuato con sistematicità nel nord del mondo, la modificazione massiccia delle condizioni naturali, la cementificazione, l’ottusa determinazione nel voler addomesticare le grandi energie naturali, quella delle acque in primo luogo. Se in Italia e in altre zone del mondo questi processi sono stati disordinati, guidati da una logica speculativa, quanto avvenuto in Germania evidenzia che la criticità è insita in certe azioni, modelli di produzione e consumo, che hanno caratterizzato la storia dello sviluppo nei paesi del nord, seguendo e favorendo un’industrializzazione e urbanizzazione alla lunga non sostenibili, e che hanno manifestato la loro fragilità e insicurezza contribuendo a render distruttive e mortifere le variazioni metereologiche. Questo sistema è entrato in profonda crisi.

È facile dichiararsi ambientalista, chiedere di intervenire per frenare il surriscaldamento del pianeta e poi lamentarsi del caldo estivo o del freddo invernale. In fondo vorremmo che le nostre case, le nostre città, fossero racchiuse in una enorme bolla, in una serra gigantesca dove mantenere costante le condizioni ambientali, temperatura e tassi di umidità. Luoghi simili sono stati realizzati e non solo a Dubai, dove è stata costruita una stazione sciistica al coperto in pieno deserto, ma anche in prossimità delle nostre città e al loro interno, luoghi totalmente artificiali che, almeno a noi, inducono ad una asfissiante e opprimente condizione claustrofobica. Chi non ha attraversato almeno una volta l’autostrada nella sua scatola meccanica con l’aria condizionata sparata al massimo per raggiungere il parcheggio sotterraneo di un grande centro commerciale e da lì passare direttamente ai negozi, bar e ristoranti racchiusi in ambienti climatizzati. Quante volte si sono azionati i cannoni sparaneve per consentire il regolare svolgersi delle vacanze invernali a migliaia di turisti. E sono tante le forzature che alla lunga provocano squilibri che, se pur visibili e vistosi in diversi luoghi del pianeta, continuiamo a non vedere se non quando siamo direttamente colpiti. Per questo, il generico appello per rinnovare l’impegno a ridurre il processo di riscaldamento del Pianeta ci pare inadeguato alla sfida. I cambiamenti climatici, così come le abitudini derivate e imposte dai modelli di sviluppo economico e sociale non sono eventi che si realizzano in tempi brevi e proprio per questo è necessario iniziare da subito ad innescare un processo inverso. Non appelliamoci a qualcun altro a cui addebitare colpe e miracoli, diavoli o santi, noi umani non siamo sempre vittime innocenti.

3 commenti su “Acqua e parole al vento”

  1. Maddalena Marselli

    Dopo la lettura dell’articolo mi é venuta voglia di leggere il libro di A. Ghosh per l’argomento cardine che tratta e che coinvolge la convivenza di molti popoli su questo pianeta. I casi eccezionali con cui si manifesta il clima ( le alluvioni ma che dire delle bolle di calore registrate poche settimane fa in Canada?) sono strettamente connessi alla economia della c.d. globalizzazione delle cui conseguenza nefaste finalmente molti incominciano a discutere analizzandole. Dopo 20 anni dal G8 di Genova si puó incominciare a dire senza essere smentiti che quelle istanze rappresentate dai movimenti -da tutte le parti del mondo- in fondo non erano campate in aria.

  2. Tonia Russo

    Vero, noi umani non siamo sempre vittime innocenti. Facciamoci tutti un esame di coscienza e vediamo se noi stessi rispettiamo l’ambiente e la natura. Tutto questo disastro ambientale dovevamo aspettarcelo visto che chi poteva e doveva, non ha fatto nulla, e sottolineo nulla, per evitare di arrivare a una attuale disastrosa situazione. Svegliamoci umani, svegliamoci e lasciamo ai nostri figli e nipoti una Terra rigogliosa e sana. Articolo scritto molto bene, e tra le righe di percepisce molto bene l’amore, del giornalista, per la Madre Terra.

  3. In verità non vedo la soluzione: come si alimenterebbero le auto elettriche, pur auspicandone la massima diffusione, ad esempio. Non credo che sia sempre e a tutti chiari il rapporto causa/effetto tra, ad esempio come citava il Capuano tra il freddo dei supermercati ed il riscaldamento globale, sia in termini “diretti” -per rinfrescare l’interno si spara caldo fuori- che indiretti (energia consumata per ottenere il fresco prodotta con prodotti fossili). Per chiosa: i prossimi mondiali di calcio si terranno in Qatar, con stadi che, pare saranno interamente climatizzati. Buone vacanze a tutti noi. Claudio Procaccini

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