“Il cielo di carta”: L’albero di mandarini

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M.R. Selo, L’albero di mandarini, Rizzoli 2021, pp. 348, € 18,00

Un romanzo che ti prende l’anima dalla prima all’ultima pagina, ti trascina come un vortice in un tempo e una storia che non ti appartiene, ma che diventa tua perché il profumo dei mandarini lo senti, ti inebria e ti rimanda un profumo di verità. 

“Il mandarino mi protegge, mi gioca, a volte quando mammà mi strilla nelle orecchie scavalco la finestra e mi ci arrampico! Se ci sto sotto, guardo le foglie che si mischiano con il cielo e si muovono con il vento.” L’albero è il luogo reale e metaforico della mente e dell’anima; il rifugio dal quale intravedere l’oltre anche quando bambini non si è più.

La scrittura di Maria Rosaria Selo, calda e distesa, realistica, intensa, colta e avvincente, potentemente descrittiva, a tratti lirica e commovente, senza mai abbandonarsi a fraseggi melensi ti incatena alla lettura. Le pagine scorrono come su una pellicola e tu li vedi tutti i personaggi, talvolta ti sembra di ascoltarne le voci e perfino di toccarli, per stringerli in un abbraccio o respingerli con un deciso tocco di mani.

La storia vera, anche se con accenti e squarci romanzati, attraversa un lungo arco di tempo che va dal 1931, anno in cui nasce Maria Imparato, e si snoda lungo tutto il Novecento. Vita privata e storia di un secolo, intrecciandosi, danno luogo a un tessuto narrativo perfetto in cui le increspature, le rugosità, le opacità dell’esistenza, con le sue tante implicazioni e complicazioni, si alternano o si fondono con la trasparenza, la delicatezza e la purezza di anime sensibili che costruiscono la propria forza sul dolore come Maria, Biasina e Pupella.

A fare da sfondo alle gioie, agli amori, ai dolori e ai travagli reali ed emotivi della protagonista sono due città affini per le loro bellezze naturali e quella certa magia che vi aleggia: Napoli e Rio de Janeiro si specchiano l’una nell’altra. I colori del cielo, le colline a ridosso, l’insenatura che accoglie in un abbraccio chi arriva dalle azzurre acque. Le strade ampie e alberate, i grattacieli, i vicoli tristi, le periferie e le favelas. A unire e a separare i due mondi c’è il mare, l’oceano. L’immensa distesa che nel suo continuo fluire avvolge e travolge, unisce e separa, custodisce storie e speranze, respinge e talvolta inabissa vite con il loro carico di sogni, allora come ora.

Maria, protagonista assoluta, varca quelle acque nel 1956 a bordo del transatlantico Paolo Toscanelli, insieme a una folla smarrita di emigranti che come lei vanno verso la “Merica Longa”, chimera di salvezza per tantissimi, meta d’amore per lei. In quel viaggio ripone il sogno di una vita con Tonino, che finalmente dopo i primi amori irrisolti e difficili le trasmette sicurezza e le offre un “domani” agiato.

Al molo a salutarla c’è tutta la sua famiglia, perfino l’anziano nonno. La voce forte di suo padre, Giovanni, che urla: Scrivi, Maria, scrivi!, le si fissa nella mente per tutti gli anni che vivrà lì in Brasile.

E lei scriverà. Racconterà. Tutto o quasi. Terrà per sé le grandi sofferenze, i sacrifici, i dolori e le incomprensioni profonde con l’uomo per il quale ha lasciato in Italia il suo piccolo grande mondo. Zittirà sulle laceranti ferite dell’anima inflittele da colei che avrebbe dovuto accoglierla come una figlia e invece le sarà nemica fino al termine dei suoi giorni.

Il romanzo è ricco di personaggi femminili e maschili, i cui tratti caratteriali e le azioni rivelano o sottacciono amore, rancore, paure, conflittualità, passioni, invidie. Maria fin da giovanissima da ciascuno di essi assorbe, incamera, seleziona per trarne forza al momento opportuno e superare ostacoli insormontabili quando sarà da sola in una realtà sognata, ma non realizzata.

Due figure femminili campeggiano e, a mio parere, diventano simboliche: Pupella e Severina. Due modi opposti di reagire di fronte alle avversità della vita. La povertà è la matrice che le accomuna, la risposta ad essa le allontana.

Pupella della sua gioventù sarà costretta dalle contingenze a farne scambio per la sopravvivenza, ma riuscirà a conservare una purezza d’animo e una tenerezza di fondo che sarà per Maria un surrogato alla figura materna di Nunziatina, dura e conflittuale nel rapporto genitoriale con la figlia che vuole aprirsi al mondo ed uscire da una condizione di subalternità psicologica e reale.

Severina, dall’altro canto, sotterra il suo passato e virerà verso una vita da borghese agiata, una zingara sagliuta, sprezzante dei sentimenti di quanti la circondano. Perfino Tonino, il grande amore di Maria, sarà succube dell’avidità alla quale Severina antepone tutto, anche la felicità di suo figlio tarpandogli le ali. Rosa dalla gelosia lo relegherà ai margini della propria esistenza.

Eppure Severina a me è apparsa la più fragile tra i profili femminili, chiusa su sé stessa, impermeabile al dolore e alle avversità degli altri, ostenterà fino in fondo una sicurezza inesistente. La solitudine interiore sarà il conto da pagare alla vita.

Altre importanti microstorie si intrecciano in una magistrale tessitura lungo tutto il romanzo, che diventa così un viaggio dal sapore epico, il cui filo rosso tra passato e futuro sarà il profumo di quell’albero di mandarini, dal quale Maria prima di partire ha staccato un ramo e lo ha portato via con sé, nel suo futuro.

E se dopo aver letto il romanzo, come è capitato a me, il caso ti fa incontrare Maria Imparato, piccola ed esile, se la guardi negli occhi e le sussurri una parola di omaggio e lei ti risponde con dolcezza un “grazie” fermo e commosso, allora ne immagini anche il sorriso celato da una mascherina e questa storia non la dimentichi più!

Maria Rosaria Selo, napoletana, classe 1961, è scrittrice e sceneggiatrice di cortometraggi e documentari. Ha al suo attivo varie opere tra le quali Iosonodolore (Kairòs, 2013), la raccolta contro il femminicidio Non una di più (Guida, 2017) e Le due lune (Guida 2019). Con un’altra raccolta di racconti, La donna immaginaria (Kairòs, 2014), ha vinto il premio Anna Maria Ortese

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