Diario di un vaccinato in attesa di reazioni avverse: 15 giugno 2021

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pagina di diario

Con la pandemia in ritirata la nostra mente, finalmente libera da una preoccupazione ormai costante, può vagare, come ho già raccontato, nei territori delle memorie perdute. Ai ricordi d’infanzia si mescolano, come in un caleidoscopio, quelli della prima adolescenza tra i quali trovano spazio lontani episodi scolastici che vedono coinvolti tanto me che mia moglie per aver frequentato la scuola media nello stesso periodo storico. La memoria riporta in vita, tra le tante esperienze comuni, anche brandelli delle materie di studio che un po’ ci spaventavano (si passava dai due libri delle elementari, il sussidiario e il libro di letture, ad uno o più libri per ciascuna materia).

E quindi commentiamo insieme, ad esempio, lo sconcerto che ci colse entrambi, ancorché a distanza di qualche anno l’uno dall’altra, quando impattammo con l’Iliade. Se non ricordiamo male, la cosa succedeva in seconda media, quando si cominciava a leggeva un po’ di letteratura giovanile, ma ci si nutriva ancora di “Topolino” e dell’autarchico “Cucciolo”, con Tiramolla e Nonna Abelarda. Noi maschietti avevano inoltre il privilegio dell’“Intrepido” e del “Monello”.

Immaginarsi quindi lo sconcerto che poteva suscitare l’incontro/scontro con l’”Invocazione alla Musa”, che apre il poema, con quel famoso “Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco generose travolse alme d’eroi, e di cani e d’augelli orrido pasto lor salme abbandonò (così di Giove l’alto consiglio s’adempía), da quando primamente disgiunse aspra contesa il re de’ prodi Atridi e il divo Achille. E qual de’ numi inimicolli?” Ci annichilì soprattutto quella specie di scioglilingua “E qual dei numi inimicolli?”, che faticammo molto a decifrare. Ce la prendemmo con Vincenzo Monti. Ma poi ci siamo, in tempi recenti, imbattuti nella traduzione di Giovanni Pascoli e le cose, a distanza di quasi un secolo, peggiorano, se possibile: “L’ira, o Dea, tu canta del Peleiade Achille funebre, causa agli Achei già di infiniti dolori: ch’anime morte di eroi si gittò innanzi nell’Hade, mentre gli eroi lasciava che fossero preda de’ cani, mensa per gli uccellacci – di Giove era anche la voglia – sino d’allor che prima si separarono in lotta d’Atreo il figlio, signor delle genti, ed il nobile Achille.”

Assoluzione postuma, dunque, per il povero Vincenzo Monti e tirata di orecchi per una delle glorie della poesia nazionale. Certo, per giudicare seriamente occorrerebbe conoscere il greco antico e mia moglie ed io non lo conosciamo (mai stati in Grecia Antica). Una volta aperto il libro dei poemi epici è stato tutto un rincorrere perle ed espressioni sepolte nella nostra memoria adolescenziale, come i “coturnati Achei” o il “guiderdone”. E mentre per i coturni non c’è stato alcun seguito, il guiderdone ha invece trovato un certo spazio nelle nostre conversazioni come sinonimo, simpaticamente arcaicizzante, di ricompensa o di premio.

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