Antonio Mancini: fra genio e follia

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Antonio Mancini, Prevetariello, 1870, Museo nazionale di San Martino, Napoli

Esiste un rapporto tra genio e follia, tra ingegno e sregolatezza? Anche se stereotipato, questo dilemma affascina da sempre la cultura occidentale. In attesa che la Scienza ci fornisca una spiegazione risolutiva alla questione e discettando d’Arte, non possiamo fare altro che affidare il giudizio ad un poeta e scrittore che ha convissuto per tutta la vita con il “male oscuro” della depressione, Rainer Maria Rilke, che scriveva: “le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo, dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo oltre il quale nessun uomo normale può andare”.

Bene, di fronte alle opere di alcuni artisti, anche non conoscendo le loro vicende umane, percepiamo una sorta di coinvolgente travaglio interiore. Un esempio: nella Napoli di metà ‘800 visse e si formò artisticamente il pittore Antonio Mancini, uno dei massimi esponenti della corrente verista italiana.

Antonio era il terzo figlio di una famiglia indigente, che si trasferì a Napoli in cerca di maggior fortuna nel 1852.Il papà, di professione sarto, trovò casa e impiego nel quartiere Materdei al Vico Paradiso. Antonio fu messo a bottega da un “corniciaio indoratore”. In questa bottega avvenne l’incontro con lo scultore e pittore Stanislao Lista che, notando il talento nel disegno di Antonio, lo invitò a frequentare il suo studio per apprendere i rudimenti della pittura. Nello studio dell’affermato artista, Antonio conobbe, tra gli altri, il suo coetaneo Vincenzo Gemito e divennero amici inseparabili. I due giovani apprendisti erano molto simili, entrambi inquieti e ribelli, entrambi baciati dalla Dea delle Arti. Infatti, appena dodicenni, furono ambedue ammessi a frequentare la prestigiosa Accademia di Belle Arti di Napoli. Ebbero per maestro Domenico Morelli e nei quattro anni di corso si distinsero vincendo diversi premi. L’uno scultore, l’altro pittore, affittarono uno studio in comune a San Gregorio Armeno, una stamberga ricavata nel “suppigno” di un magazzino.

Soggetti amati furono gli ultimi: pescatori, saltimbanchi e tutta una pletora di “povera gente” che abitava l’ex capitale del regno. In particolare, gli scugnizzi entrano prepotentemente nelle loro opere giovanili: ragazzi di strada poveri e malvestiti, sempre pronti ad arrangiarsi per sopravvivere. Come scriveva il poeta Ferdinando Russo: “Arruvugliate, agliummerute, astrinte, ‘e vide durmì ‘a notte a nu puntune. Chiove? E che fa? Quanne nun stanne dinte, ‘a meglia casa è sotto a nu bancone”.

Mentre Gemito preferiva immortalarli prediligendo il loro lato furbo e irriverente (il “giocatore di carte” dell’ Accademia di Belle Arti di Napoli), Mancini ebbe un’adesione più profonda alle ragioni di questa povera gioventù. Nei suoi quadri di quegli anni (“il prevetariello” del Museo di San Martino) si nota la rappresentazione imparziale della realtà, quindi non ideologica (intesa come denuncia sociale). Ad attrarlo è il volto dolente dell’umanità, la pietà e l’identificazione psicologica con i soggetti: la lezione naturalista di Emil Zola ed il Verismo di Verga più che il romanzo sociale di Mastriani. Gemito inizia ad affermarsi con i suoi bronzetti, vendendoli alla ricca borghesia partenopea ed addirittura alla casa regnante, Mancini pur con grandi difficoltà economiche continua a dipingere e, se non ci sono i soldi per le tele, allora usa vecchie scatole di sigari, ante di mobili usati e altri supporti di fortuna. L’incontro con il suo primo mecenate, il musicista belga Albert Cahen (che gli acquista diverse opere tra cui “ragazzo con fiori nei capelli), gli permetterà di trovare una prima indipendenza economica.

Vicenziello e Totonniello (così si chiamavano tra loro i due artisti) partono alla volta di Parigi nel 1870, in cerca di fortuna. Lì conoscono Manet e Degas, ma anche il gallerista Goupil. Mancini espone al Salon l’opera “i saltimbanchi”, ricevendone un discreto successo. Sempre nella Ville Lumière Antonio fa un altro incontro fondamentale per la sua carriera. Conosce infatti il ricco pittore statunitense John Sargent Singer, affermato ritrattista dell’alta società londinese e parigina. Singer, sinceramente ammirato dei suoi lavori, lo presenta ai suoi committenti e al gallerista olandese Willem Mesdang. Mesdang acquisterà negli anni oltre 150 opere di Mancini e organizzerà al pittore partenopeo d’adozione numerose mostre nei Paesi Bassi (molte di queste tele sono ancora conservate nei musei più prestigiosi d’Olanda tra cui il Rijksmuseum dell’Aja).

Antonio viaggia per l’Europa e il suo modo di dipingere cambia, le scene si riempiono di luce dorata, l’impasto pittorico è più spesso e sulle tele compaiono inserti di materiali diversi come vetro, stagnola, madreperla. Il ritratto diviene la sua fonte maggiore di guadagno. Tornato a Parigi nel 1878, litiga con l’amico Gemito (che gli contesta di aver abbandonato la ricerca artistica per ottenere un più facile guadagno). A causa dell’alcol e dell’oppio cade in un profondo stato depressivo alternato a “crisi nervose”. Ritorna a Napoli ricoverandosi spontaneamente presso il Manicomio Provinciale (1881- 1882). Neppure nei mesi trascorsi nella struttura smise di dipingere: medici, infermieri, “mastugiorgi” (personale parasanitario scelto tra persone dal fisico possente, capace di resistere alle crisi di furia dei pazienti), ma soprattutto autoritratti, nei quali cercò di rappresentare una sorta di spietata autobiografia dei suoi stati psichici. Questa serie di lavori fu oggetto di studio da parte del luminare della psichiatria napoletana e direttore dell’Ospedale psichiatrico “Leonardo Bianchi”, Michele Sciuti, che li raccolse in uno studio clinico intitolato “La malattia mentale di Antonio Mancini”, pubblicato nel 1947.

Finita la degenza, si trasferì a Roma dove, grazie alla stima dei tanti mecenati e galleristi, ritrovò la serenità economica ed il meritato successo. Le sue opere furono premiate a Monaco di Baviera, a Dublino e alla Biennale di Venezia. Tornò a Napoli un’ultima volta nel 1923 per ricevere, in una solenne cerimonia, la cittadinanza onoraria. Alla manifestazione partecipò l’intera intellighenzia partenopea e fu lì che, dopo quasi cinquant’anni, rincontrò il suo amico Vincenzo Gemito che, benché affetto anche lui da disturbi psichici, per onorare l’amico di una vita, lasciò per l’unica volta l’esilio che si era inflitto nella sua casa di Via Tasso.

Tornando al quesito iniziale: esiste un rapporto tra genio e follia? Dice Giuseppe Marotta nel suo libro “l’Oro di Napoli”: “Il mondo è gremito d’infelici; ciascuno parla soltanto la lingua del proprio dolore, che per gli altri non ha senso”

2 commenti su “Antonio Mancini: fra genio e follia”

  1. Concetta Russo

    Grazie per queste pepite scavate con grande maestria nei residui del nostro passato e di cui ci fa dono. Che emozione scoprire che un pittore di grande levatura sia vissuto dove abito.
    Speriamo che il suo spirito aleggi in questo territorio trasfigurato non più dalla povertà ma da una volgare miserabilità. Quanti “mastugiorgi” ci vorrebbero in questa città invasa da tanti pulcinella e quaquaraquà, da una furia inconsistente e distruttiva.
    Tina russo

  2. Antonio Nacarlo

    La ringrazio per il suo commento e le giro i complimenti per la sua sensibilità. Concordo pienamente con lei sull’idea che la nostra amata città purtroppo, stia sempre più degradando verso un’inciviltà morale ed etica.Credo (come molti fortunatamente) che unico antidoto alla barbarie sia continuare a ricordare e ribadire il nostro grande passato culturale. La saluto

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