Le caste

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Nell’ormai lontano 2007 Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo pubblicavano “La Casta”, un best-seller da oltre un milione di copie che, al suo apparire in libreria, suscitò non poche perplessità. La tesi del saggio era infatti che i politici di professione costituivano di fatto una casta con tanto di privilegi esclusivi.

Qualche critica, sommessa, fu rivolta al fatto che l’individuazione di una casta passava attraverso la forzatura che tutti i politici, di qualunque colore fossero, ne facevano parte perché beneficiavano dei medesimi privilegi. Molto invece ci sarebbe da dire sull’argomento perché, se si includono tra i benefici, oltre al trattamento economico, anche certe immunità o garanzie nei confronti del potere giudiziario, fare di tutte le erbe un fascio diventa ingiusto e fuorviante: il ricorso alle “garanzie” era indubbiamente scattato molto più spesso a favore di esponenti della destra che non di quelli di sinistra e per accuse ben più gravi. Conseguenza di questa qualunquistica generalizzazione è stata un ulteriore mattoncino nella costruzione di quella antipolitica che avrebbe poi portato all’affermazione del Movimento 5 Stelle ed all’ingresso, in politica ma anche nella stessa casta, di dilettanti capaci di combinare disastri non minori di quelli provocati dai professionisti della politica. Ed è triste dover aggiungere che tutti i tentativi di abbattimento di certi privilegi (riduzione degli appannaggi, dei vantaggi previdenziali e delle auto di servizio, limitazione del numero dei mandati e tanti altri ancora), lungi dall’essere la soluzione del problema, che è principalmente culturale, hanno concorso all’ulteriore delegittimazione della rappresentanza politica.  

Questa lunga premessa si rende necessaria perché, a ben guardare, si potrebbero scrivere interi volumi sulle tante caste che affliggono la nostra società e l’occidente in generale. Alla luce della definizione corrente della parola “casta” (classe di persone che si considera, per nascita o per condizione, separata dagli altri, e gode o si attribuisce speciali diritti o privilegi), non v’è dubbio che la casta più casta di tutte sia la magistratura. Ma quella del potere giudiziario poggia su un pilastro delle democrazie moderne, la divisione dei poteri, dalla quale discendono la sua indipendenza e la sua autonomia. Chi oggi mette in discussione l’uno o l’altro di questi “privilegi” non si rende conto di cosa vorrebbe dire una magistratura non indipendente e non autonoma. Esempi ce ne sono nella storia ed attualmente si ritrovano nei regimi totalitari e, parzialmente, negli Stati Uniti dove i giudici federali sono una carica elettiva a tempo. Diciamo dunque che la casta della magistratura è un male necessario. Così come lo è la casta militare e quella, riservatissima, dei servizi di sicurezza.

Ma le caste non finiscono qui: come definire il cameratismo dei calciatori che, dopo essersi reciprocamente rotti i garretti, escono dal campo stringendosi la mano o abbracciandosi? Un gesto di sportività? Anche, forse, ma come sottrarsi al sospetto che il loro affiatamento sia dettato dalla consapevolezza di far parte della stessa cerchia di privilegiati, baciati dalla fortuna di saper governare un pallone con i piedi?

Questa idea di casta investe ovviamente tutti gli sport sui quali si è costruita una struttura finanziaria internazionale e i cui protagonisti beneficiano di trattamenti economici esorbitanti, come la formula uno, il motociclismo e il tennis. Un po’ diversa è invece la casta degli arbitri di calcio, nella quale rientra in gioco la componente del potere, esercitato in piena autonomia ed indipendenza, alla stregua della magistratura ma con un ampio margine di soggezione nei riguardi dei club più potenti.

In maniera meno evidente c’è poi la casta dei giornalisti. Spesso si rintuzzano sulla carta stampata ma poi, un po’ come i calciatori sul campo di gioco, si ritrovano nei talk show, conduttori o ospiti che siano, fatte le debite ma rare eccezioni, in un balletto surreale dove è possibile sparare impunemente le più grandiose bufale senza essere contraddetti. Il potere di questa casta è imponente perché capace di influenzare l’opinione pubblica ed orientare le scelte elettorali di milioni di cittadini. Non molto diversamente da quanto avviene sui social con gli influencer che, se non sono ancora una casta, lo diventeranno quanto prima.

Ma non finisce qui. Ci sono ancora tante caste, tutte concentrate nell’acquisizione o nella difesa di privilegi: notai, banchieri, finanzieri, brokers, avvocati, farmacisti, baronie universitarie. Vanno infine aggiunte tutte quelle categorie sociali che si muovono in maniera più o meno strutturata oppure spontanea ma convergente verso la tutela comune di posizioni di piccolo o grande privilegio ritenute però intangibili. Non sono vere e proprie caste, ma ne condividono i comportamenti: proprietari di case, allevatori, piccoli risparmiatori. Potremmo anche definirle corporazioni, ma la sostanza non cambia: sono tutte espressioni della parcellizzazione della nostra società, patologia legata alla progressiva svalutazione dei principi di appartenenza e di solidarietà, che ci ha allontanati da una visione unitaria della comunità nazionale. Il passo successivo sarà l’individualismo spinto, nel quale ciascun cittadino baderà soltanto ai propri interessi personali portando alla polverizzazione della società con grande gaudio del Potere.

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