Mattia Preti: arte, vita e avventure

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Autoritratto di Mattia Preti. Dettaglio della Predica del Battista (1684 circa), Chiesa di San Domenico, Taverna

In occasione del recente restauro che ha restituito alla città di Napoli l’affresco che Mattia Preti eseguì sulla porta dedicata a San Gennaro, sembra doveroso raccontare la vita di questo grande esponente della scuola pittorica napoletana seicentesca, che influenzò pittori del calibro di Luca Giordano e Francesco Solimena. Ci avvarremo come fonte del libro “Cavalier Fra’ Mattia Preti”, scritto dal pittore e storiografo suo contemporaneo, Bernardo De Dominici.

Mattia Preti era figlio cadetto di una nobile famiglia calabrese, nacque a Taverna in provincia di Catanzaro nel 1613. La sua passione per la pittura fu ispirata dal fratello maggiore Gregorio, anch’egli pittore trasferitosi a Roma per “affinarsi nel mestiere”. Alto più di “sette palmi napoletani (183 cm) dal bell’aspetto e dalla nobile postura”, a 17 anni Mattia raggiunse il fratello nella città capitolina per intraprendere la carriera artistica. Lì conosce Caravaggio e ne diviene allievo e amico di scorribande. Infatti il giovane Mattia somigliava molto al Merisi, non solo per la bravura nel dipingere, ma anche per il suo temperamento irruento e la maestria con la spada, la stessa maestria che gli procurerà sì molti guai ma allo stesso tempo gli farà vivere una vita molto avventurosa.

Iniziò a maturare il suo stile pittorico, che da tardo manierista si evolve in stilemi più vicini al naturalismo caravaggesco. Grazie alla numerosa comunità calabrese presente nella capitale dello Stato Pontificio iniziarono ad arrivare copiose le commesse. Dipinse per la famiglia dei principi Pamphilj lo stendardo processionale rappresentante il “Salvator Mundi” e “L’elemosina di San Martino”. L’opera piacque così tanto che la potente nobildonna Olimpia Pamphilj volle conoscerlo ed introdurlo nella cerchia degli artisti papali. Donna Olimpia (immortalata nel marmo da Alessandro Algardi) era una “eminenza grigia” della Roma di allora, tanto da essere definita “la papessa”. Papa Innocenzo X (meravigliosamente ritratto da Diego Velazquez), che ne era il cognato, pendeva dalle sue labbra. Mattia Preti infatti, grazie alla intercessione di Olimpia, verrà insignito dal Pontefice dell’onorificenza di “Cavaliere dell’Ordine delle Lance Spezzate”. Dopo aver ricevuto questo titolo di grande prestigio, il pittore continuò a dipingere e a studiare le sculture classiche nonché la pittura del Domenichino, di Guido Reni e di Tiziano. Le sue nuove opere acquistarono una potente cromia ed una forte teatralità; le tele del ciclo pittorico per la Chiesa di Sant’Andrea della Valle a Roma, del 1650, sono già pienamente barocche, e lo faranno definire dal critico Roberto Longhi: “corposo e tonante, veristico e teatralmente apocalittico”. Il Cavaliere calabrese continuò fiero ad esercitarsi anche con la spada, accrescendo la sua fama di formidabile schermidore.

Proprio in quel periodo un nobile tedesco, sicuro di essere imbattibile nell’arte della spada, fece affiggere per la capitale dei manifesti in cui sfidava a duello chiunque volesse saggiare la sua impareggiabile maestria. Il guanto di sfida fu raccolto da Mattia, incoraggiato dalla principessa Olimpia, che vedeva in lui l’unico capace di difendere “l’onore italico oltraggiato”. Il duello si tenne in un teatro alla presenza di numerosi nobili e popolani. Il Preti non solo vinse ma umiliò talmente il borioso nobile tedesco da farlo svenire. La caduta fu più rovinosa delle ferite inferte dalla spada tanto da farlo trasportare agonizzante all’ambasciata tedesca. L’ambasciatore teutonico, sentendosi profondamente umiliato per quanto accaduto, emise una sentenza di morte per Mattia Preti. Aiutato da Papa Innocenzo X, il Preti riuscì a scappare a Malta. Appena arrivato alla Valletta il Gran Maestro dell’Ordine dei cavalieri di san Giovanni, conoscendo la sua fama di valente pittore, gli commissionò la decorazione del Duomo. Sempre a causa del suo carattere irruento, sfidò a duello un cavaliere che lo aveva offeso, lasciandolo in fin di vita. Inseguito dagli sgherri tedeschi e maltesi riparò a Napoli nel 1656.

Nella capitale vicereale però, a causa di una violenta epidemia di peste, che mieté oltre 150mila vittime, era in atto un cordone sanitario che impediva l’acceso agli stranieri. Presso la Porta di Massa, presidiata dagli armigeri spagnoli, il Preti, braccato dagli inseguitori, ammazzò un soldato reo di avergli puntato un’alabarda sul petto per impedirgli di entrare. Condannato alla pena capitale, mentre era incarcerato alla Vicaria in attesa dell’esecuzione, accadde che l’epidemia di peste si fermò. Il Viceré Garcia de Avellaneda y Haro, conte di Castrillo, propose di graziare il grande pittore a patto che affrescasse le porte di accesso della città. Le opere, da realizzare come ex voto, dovevano avere per tema la Vergine Maria ed i Santi Protettori napoletani che avevano interceduto per la salvezza della capitale.

Sempre il De Dominici racconta che il pittore, profondamente turbato dall’esperienza carceraria e pentito per i suoi peccati, decise di abbandonare la spada e cambiare vita definitivamente. Infatti, dopo aver onorato la commessa per la realizzazione degli affreschi per le sette maggiori porte cittadine, tornò a Malta per implorare il perdono del Gran Maestro ed indossare il saio dei Cavalieri di san Giovanni fino alla sua morte avvenuta nel 1699.

Degli affreschi pretiani è sopravvissuto ai secoli solo quello di Porta San Gennaro ed è stata enorme la sorpresa dei restauratori quando, ripulendo l’opera da secoli di polvere e smog, è emersa nell’angolo in basso a destra una figura allegorica col volto coperto da un panno indossato a mo’ di mascherina per proteggersi dai miasmi pestilenziali. Vedere che il popolo napoletano sia scampato a più mortali epidemie con mezzi di profilassi quasi inesistenti, ci fa ben sperare che anche questo maledetto Covid-19 passerà. Resta il rammarico di non avere un grande pittore spadaccino a cui affidare l’opera per eternare il nostro ringraziamento. Naturalmente comprendiamo che questa biografia pare molto più simile ad un romanzo di Arturo Pérez-Reverte che ad un lavoro storiografico.

2 commenti su “Mattia Preti: arte, vita e avventure”

  1. Roberto Neiviller

    Bravo Antonio, molto appassionante e suggestivo. Non conoscevo Mattia Prete, la sua storia è molto simile a quella de Caravaggio.

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