Movida o malamovida?

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Foto di movida (fonte: cbe)

Riceviamo dal sig. Bruno Esposito e volentieri pubblichiamo.

Una delle emergenze che il nuovo sindaco di Napoli dovrà affrontare, forse la meno nota ma non per questo meno grave, è la cosiddetta “malamovida”. Intendiamoci: ci sono problemi immani, quasi irrisolvibili, come il debito del Comune e le infiltrazioni criminali nel tessuto sociale ed economico della città; ma, almeno per ora, sarebbe il caso di volgere lo sguardo verso quei problemi che un sindaco ha il dovere di affrontare poiché ricadenti fra le sue competenze e risolvibili nel medio termine con i propri mezzi.

Tutti sappiamo di cosa stiamo parlando: si tratta dello svolgimento del tempo libero notturno che si sta, ormai da anni, concentrando in specifiche aree della città che non possono, non devono e non vogliono sostenere quel tipo di attività, che risulta ormai inquinata da consumo giovanile indiscriminato di alcool, spaccio di stupefacenti, risse pericolose, inquinamento acustico prolungato, vandalismo, cataste di rifiuti. Sia chiaro che non si intende criminalizzare la vita notturna di una città, che deve esistere e deve essere rigogliosa e attrattiva; ma chiunque sia stato in una grande città europea ha avuto modo di constatare come il tutto si svolga in maniera più ordinata, controllata e contenuta rispetto all’anarchia totale napoletana. Perché è proprio l’assenza di controllo, la mancanza di prevenzione e/o repressione dei reati, l’abbandono della cosa pubblica nelle mani di chiunque, che genera il caos e trasforma un momento importante di socializzazione in situazione perenne di pericolosità sociale. Al di là, ovviamente, delle legittime rimostranze dei residenti che pretenderebbero di vivere nelle loro abitazioni senza sentirsi per tutta la notte al centro di una jungla urbana.

Procediamo con ordine, cercando di individuare gli snodi cruciali del problema. La “movida” (o malamovida, a seconda di come la si pensi) ha come scenario preferito alcune zone precise, individuabili, come il lungomare (che in verità è da sempre destinato al tempo libero dei cittadini), il Vomero (in particolare, di recente, sono al centro dell’attenzione i “baretti” di via Falcone), l’intero centro storico, l’arenile di Bagnoli. Salta subito agli occhi il primo dato: ad eccezione del lungomare sono tutte zone densamente abitate e questa è la prima anomalia. Se da un lato si capisce l’esigenza di trasformare via Caracciolo in una “promenade” stile Costa Azzurra, dall’altra non si capisce come si sia potuto arrivare a considerare zone come il centro storico o via Falcone, punti di massima socializzazione notturna. Sono state concesse licenze “alla qualunque”, è stato studiato un intero regolamento comunale sbilanciato nei modi e nei tempi a favore degli esercizi commerciali (che, per carità, hanno i loro diritti), è stato tollerato ogni abuso, finanche ogni reato (mi pare che la vendita di alcool a minori sia penalmente rilevante). Tutto in nome di un ipotetico “sviluppo” del territorio, di una presunta accoglienza turistica, della creazione di un esiguo numero di posti di lavoro regolari, che si riduce al primo calo di fatturato. Il risultato è che ci sono un centinaio di esercenti che, diciamolo chiaro, “hanno fatto i soldi”, migliaia di giovani che ogni sera corrono rischi di diversa natura in nome del divertimento senza regole, dell’ebbrezza alcolica, dello sballo facile e decine di migliaia di residenti che hanno perso la pace della loro casa e hanno visto declinare il valore dei loro investimenti o proprietà familiari. Risultato economico per la città? Zero. Anzi, se si va a fare qualche conto, fra deprezzamento degli immobili, atti di vandalismo, costo dei controlli delle forze dell’ordine, multe mai riscosse, tasse mai incassate e degrado ambientale (ma soprattutto sociale) incalzante, la perdita economica è spaventosa e accresce l’emorragia finanziaria del Comune.

Ora cerchiamo di individuare che tipo di attività al limite della legalità viene svolta in queste zone e facciamolo soprattutto per salvaguardare l’onorabilità di chi svolge attività d’impresa in modo corretto. Come detto nessuno criminalizza gli esercenti, ma i dati da analizzare al mattino seguente una notte di movida ci dicono che i minori ricoverati in coma etilico sono tanti, troppi. Non mi pare che a Napoli esistano distillerie clandestine di alcolici in stile Chicago anni ’30. Quindi è evidente che ci sono vendite di alcool a buon mercato senza badare all’età del cliente. Il numero di pusher arrestati negli ultimi anni nelle zone del centro storico, durante l’orario notturno dei giorni prefestivi, ci lascia intuire che ci siano numerose diramazioni di piazze di spaccio che forniscono “il servizio” laddove richiesto. Le zone di cui parliamo, come tutti sanno, sono scenario di risse pericolose in cui puntualmente spuntano i coltelli. Gli ultimi tre ragazzi feriti risalgono a sabato 29 maggio. E, in epoca pre-Covid, ci fu addirittura una sparatoria in zona Chiaia e una in via Chiatamone, nelle quali non ci furono morti solo per una miracolosa casualità, in quanto i diversi spari furono ad altezza d’uomo. Forse le autorità stanno aspettando che ci scappino i morti prima di intervenire seriamente?

Effetti della movida (fonte: cbe)

Ovviamente per stare insieme nel tempo libero e divertirsi si scelgono posti in cui ci sia bellezza, questo è normale. E grazie al Creatore e ai nostri antenati, a Napoli la bellezza è dappertutto. Ma basta guardare le immagini “dell’alba del giorno dopo” che quella bellezza è fragile e non può sopportare la mancanza di rispetto. Non ci si può arrampicare sugli obelischi del centro storico (anni fa morì un ragazzo cadendo durante l’arrampicata), non si possono usare i monumenti come cassonetti per l’immondizia, non si possono lasciare cocci di bottiglie sul selciato, non si possono sparare fuochi d’artificio alle tre del mattino accanto ad edifici secolari, non si possono “graffitare” le mura della città nei suoi luoghi più sacri, non si può giocare a calcio nel chiostro di Santa Chiara. Tutto ciò è osceno.

Per concludere l’analisi del problema proviamo anche ad ipotizzare qualche soluzione, attuabile fin da subito per tamponare, e pianificabile in tempi ragionevoli per risolvere il problema. È evidente che il Covid ha messo in difficoltà tutti: i giovani, che hanno accumulato lunghi mesi di stress, ora hanno voglia di tornare a vivere; gli esercenti devono recuperare mesi di inattività i cui effetti sono stati mitigati solo in parte dai ristori governativi; le autorità in bilico fra la tolleranza e la necessità di non allentare troppo la pressione. Ora non è possibile, pensare a drastiche misure restrittive. Tutto ciò che deve essere fatto deve tenere conto del complesso scenario della, speriamo fattibile, ripresa economica. Ma ci sono attività repressive che non possono essere trascurate usando la pandemia come alibi.

Conosciamo tutti la complessità del territorio, la composizione sociale che lo popola, la mancanza di mezzi economici che dilata la disarmante immobilità dei responsabili degli enti locali; ma bisogna ripartire esattamente come deve ripartire la vita di tutto il Paese, con lo stesso slancio, con la stessa velocità e determinazione. Che sia però una ripartenza che si basi su valori e non solo su numeri e statistiche. Il Pil è uno strumento che misura l’andamento economico di una nazione, ma non ne determina la vivibilità. Allora, senza mezzi termini, si usino risorse straordinarie per riacquistare il controllo del territorio, dalle periferie al centro cittadino, ponendo al di sopra di ogni altro interesse la vivibilità, il decoro, il rispetto per le persone, la salvaguardia dei diritti di tutti, la legalità. Pattugliamento continuo, posti di blocco, postazioni mobili di controllo, impiego di uomini e unità specializzate e, soprattutto, completamento immediato della videosorveglianza collegata alla centrale operativa. Si può fare, si deve fare. Il PNRR purtroppo non ha molte voci che riguardino la sicurezza e l’ordine pubblico, ma la politica sa bene come inserire in un vasto provvedimento, un capitolo di spesa minore. Siccome pare, ci sarà una legge che spalmerà il debito comunale su diversi decenni, ci può essere il rilascio di fondi destinati alla sicurezza, e non è escluso che il progetto possa essere già presentato.

A latere di quest’attività repressiva occorre anche: 1) rivedere il meccanismo di rilascio delle licenze (non si offenda nessuno, ma bisogna capire chi merita l’appellativo di imprenditore e chi no); 2) rivedere la concessione di spazi pubblici; 3) rideterminare degli orari di inizio e termine di attività ristorative e di somministrazione nel centro cittadino e nelle zone ad alta densità abitativa. Questo nell’immediato, come medicamento d’urgenza di una ferita purulenta. Poi occorrerà guarire.

La cura sembra essere una sola: delocalizzare. Esistono aree di questa benedetta città nate per il tempo libero: Mostra d’Oltremare, stadio Maradona, Edenlandia, Zoo, Arena Flegrea, ex Cinodromo, Ippodromo di Agnano, Palabarbuto, Palapartenope, tutto il viale Giochi del Mediterraneo, in attesa sempre di capire che fine deve fare l’area ex Italsider. Sono tutte strutture ed aree nate per questo tipo di esigenza e vengono utilizzate solo per una minima parte dell’anno. E non solo. Sono strutture lontane da edifici residenziali, sono luoghi dove si può ascoltare musica o semplicemente stare in gruppo senza dare fastidio a nessuno, permettendo afflusso e deflusso ordinato. Inoltre sono presenti due svincoli della tangenziale e tre linee di trasporti pubblici su rotaia, oltre al servizio bus. Insomma, se non è un’area da movida quella, non so che dire.

Come delocalizzare? Innanzitutto rendendo appetibile l’area e utilizzando le aree di proprietà pubblica per lo svolgimento di spettacoli, mostre, rassegne, concerti, manifestazioni sportive e ogni altro evento possibile. Poi, una volta reperiti i fondi, lanciare un’iniziativa di delocalizzazione agevolata e assistita. Penso al pagamento delle spese di impianto, di trasloco, di montaggio o smontaggio strutture. Insomma, tutti coloro che dovranno spostare la loro attività o impiantarla ex novo, troverebbero un sostegno economico e magari anche una detassazione comunale di qualche anno, per permettere di ammortizzare l’avvio dell’attività. Tutto si può fare, basta volerlo.

Concludendo, la gente, il popolo (che bel termine dimenticato) non ne può più. Nessuno vuole eliminare il tempo libero o dire agli altri come trascorrerlo. Ma questo di cui abbiamo trattato non è divertimento, non è vita notturna, non è socializzazione. È degrado sociale e ambientale, irreversibile probabilmente. Sono nati diversi comitati, fra tutti ricordiamo “Comitato Chiaia Vivibile” e l’agguerrito “Comitato di Vivibilità Cittadina” dell’ex consigliere comunale avv. Gennaro Esposito, che da anni porta avanti una sua personale battaglia contro il degrado. Sono voci sane, forti, rappresentanti la parte migliore della città. Sono persone che vogliono vivere il tempo libero e la socializzazione in maniera sana e rispettosa del patrimonio ambientale, del commercio sostenibile, dei diritti di tutti gli attori coinvolti nella questione, giovani, esercenti, residenti, turisti. Sono napoletani ai quali i candidati alla carica di sindaco di Napoli dovranno dare risposte precise e porre rimedio al problema, obiettivi chiari, misurabili e raggiungibili. Il tempo delle chiacchiere, delle promesse, dei trionfi immaginari e autoreferenziali è ormai finito.

Bruno Esposito

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