Quando il nuovo si veste con i panni del vecchio

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Edificio in ristrutturazione (foto di g.c. per zonagrigia.it)

La grande ammucchiata parlamentare che ha dato vita al Governo Draghi, nonostante le continue dichiarazioni di fedeltà dei leader dei partiti, su tanti punti vacilla, si divide e partono le polemiche. Poi arriva Draghi, striglia tutti più che convincerli, e tutto sembra tornare come prima, ai giorni del suo insediamento

Su una delle tante questioni, che il Presidente del Consiglio ribadisce essere una delle clausole essenziali stabilite dalla Commissione europea per attivare i finanziamenti previsti, quella della semplificazione delle procedure per i lavori pubblici e in genere sui progetti edilizi, lo scontro è forte e sono scesi in campi associazioni e organizzazioni sindacali. Una questione che ne contiene almeno due, come dicevamo, quella della riforma del Codice degli appalti e la “semplificazione” delle procedure edilizie.

Chi ha, anche parzialmente e casualmente, avuto a che fare con il Codice degli Appalti, sa benissimo che le procedure stabilite con l’intento di evitare le infiltrazioni mafiose e camorristiche e ridurre, o almeno contenere, la corruzione nelle Pubbliche Amministrazioni (PA), nei fatti è stato un sistema che ha favorito le grandi imprese e le aziende di servizi specializzate nelle procedure di presentazione di offerte nei bandi pubblici. Tutto ciò ha dei costi che alla fine pagano le PA. Dai dati oggi disponibili, dalle inchieste in corso, l’intendo del Codice non sembra sia stato raggiunto. Le mafie, i corruttori e i corrotti sono diventati più scaltri e, con un giro di prestanome, riescono comunque ad assicurarsi una buona parte degli appalti. Nonostante ciò le organizzazioni sindacali temono che la semplificazione possa fare “abbassare la guardia” e che il ricorso “al massimo ribasso” possa favorire l’utilizzo di manodopera senza le dovute coperture assicurative e previdenziali.

Opporsi alle proposte messe in campo dal Governo con posizioni di “resistenza” può far perdere un’occasione di innescare meccanismi innovativi. Il nocciolo vero è che nel nostro sistema il concetto di “trasparenza” è stato tradotto solo nel linguaggio normativo, formale e non sostanziale, ossia il dare la possibilità alle organizzazioni sociali e a quelle di categoria, in sostanza ai cittadini, di entrare nel merito delle decisioni amministrative.

Le preoccupazioni delle organizzazioni sindacali, pur nella grande confusione, sono più che legittime, ma ci chiediamo perché non porsi seriamente il problema di rafforzare i sistemi di controllo sul territorio? Negli anni, questo sistema è stato indebolito per la riduzione del personale nelle strutture preposte e la rigidità organizzativa introdotta dalle norme Brunetta, che ha ridotto la flessibilità che consentiva ai tecnici dell’Ispettorato di intervenire su un territorio sempre più vasto.

L’altra questione, in parte legata alla semplificazione, è l’idea che una serie di norme dei piani regolatori potranno essere derogate. Questo “spaventa(!)” il ministro della Cultura, Franceschini, che però, nei tanti anni ormai di gestione del Ministero, ha fatto di tutto per ridurre il sistema della tutela delle Soprintendenze, rafforzando solo il sistema turistico-museale. Si potrebbe dire che le sue sono lacrime da coccodrillo, essendosi letteralmente “mangiato” i suoi figli, le soprintendenze territoriali.

Consideriamo essenziale affrontare nel merito la questione della deroga alle norme dei piani regolatori: troppe differenze inspiegabili tra un comune e un altro, dalle norme sull’abitabilità dei soppalchi, che variano anche di 20-30 cm, che sono tanti, alla possibilità di aprire o chiudere varchi nelle facciate dei palazzi.

Importante ricordare che in Italia esistono norme di tutela paesaggistica, degli edifici storici di particolare pregio, dei siti archeologi, sin dal 1905. Centoquindici anni di produzione di norme restrittive non ha impedito la devastazione del territorio, la nascita di veri e propri mostri disseminati su tutto il territorio del Bel Paese. Una devastazione che ha raggiunto il suo “picco” negli anni del grande boom economico. A Napoli si è costruito in maniera selvaggia a Posillipo come a Pianura, ma gli esempi potrebbero essere tanti. Condotte non conformi alle norme, veri e propri abusi poi “sanati” da tante leggi di condono. Oggi, con l’approvazione del finanziamento al 110% voluto dal Governo Conte per opere di efficientamento energetico e di messa in sicurezza antisismica di edifici privati, molti condomini stanno avendo grosse difficoltà, perché a fronte di tanti condoni edilizi “non si perdona” la realizzazione di una veranda su un balcone di edilizia popolare o negli edifici dei centri storici anche se ormai, soprattutto al Sud, sono in uno stato di abbandono totale. Quindi, piuttosto che temere la semplificazione, sarebbe meglio chiedere l’unificazione dei criteri adottati dai comuni nei loro piani regolatori, individuare delle procedure che più che cercare di cancellare l’incancellabile, avviino veri processi di riqualificazione. Attualmente il finanziamento può essere bloccato per una veranda su un balcone, magari costruita 40 anni prima. Queste rigidità possono bloccare il risanamento urbano, l’adeguamento strutturale e termico delle costruzioni esistenti, soprattutto nelle periferie e nelle abitazioni di minor pregio, che proprio per questo avrebbero bisogno di essere privilegiate nell’approvazione dei finanziamenti.

Non si tratta di prendere posizioni pro o contro su problemi che hanno cause dovute anche all’irrompere sulla scena di interessi popolari, si ricordi la legge Fanfani: il disastro non è stato l’edilizia popolare ma aver urbanizzato in modo selvaggio le nostre coste, i crinali di colline, le rive di tanti corsi d’acqua distruggendo, privatizzando, l’ambiente naturale e gli antichi insediamenti umani. Purtroppo non solo al Sud ma in tutta Italia. Semplificare significa quindi non avere una visione esclusivamente economico-finanziaria, ma tener conto della complessità della vita organizzata. Le norme, le regole devono accompagnare, guidare i processi sociali ed economici, non porre solo divieti. Perché questo avvenga nel nostro Paese è necessario che tutte le forze in capo ridisegnino anche il loro ruolo, attrezzandosi per nuove forme di partecipazione. Il muro contro muro facilita sempre e solo i più forti.

3 commenti su “Quando il nuovo si veste con i panni del vecchio”

  1. Cinzia panneri

    È un discorso molto complesso e nell’articolo si affrontano molti aspetti e molto diversi fra loro. Io credo che non sia tanto la complessità delle procedure, ma l’organizzazione, la preparazione, l’adeguatezza, insomma l’efficienza degli enti che genera i tempi biblici degli appalti. Non tanto il poliziesco codice degli appalti, ma soprattutto la scarsissima efficienza degli enti che devono produrre gli accertamenti giudiziari e fiscali per i quali si possono aspettare mesi, la scarsa organizzazione degli enti che devono rilasciare i permessi (a cominciare dai comuni spesso con un personale ridotto all’osso) sono i principali elementi che possono far slittare anche di un anno la firma di un contratto dal momento dell’aggiudicazione!
    La differenza delle norme può avere ricadute sulla perequazione dei diritti fra cittadini dei diversi territori, ma a mio avvisome incide poco sull’efficienza, visto che i permessi finali sono del Comune. E cmq sono già 4 anni che i comuni dovrebbero adeguare i loro regolamenti edilizi ad uno schema comune.
    La questione delle verande apre al vergognoso aspetto dei condoni che a distanza di 40 anni circa non si sono conclusi soprattutto a causa della schizofrenia legislativa che mette gli enti uno contro l’altro.
    Insomma, non è impresa facile ricostruire in pochi mesi una macchina amministrativa ignorata e distrutta in molti decenni!

  2. Maddalena Marselli

    Le questioni poste dall’articolo sono cruciali in vista della pioggia di finanziamenti in arrivo sul Paese. Gli appalti dei lavori edili, considerati da sempre il motore dell’economia, non possono essere regolati da norme che si pensa spesso di derogare. Questo comporta un appesantimento di autorizzazioni che con le poche risorse umane a disposizione degli uffici che controllano é impossibile fare con precisione ed approfondimento. La stortura sta anche nel fatto che spesso controllore e controllato si confondono come é successo nella recente tragedia della funivia del Mottarone. La semplificazione tanto evocata non puó limitarsi a eliminare procedure di controlli e verifiche e deve tener conto della complessitá delle attivitá da farsi. Come molti istituti della P.A. anche quello preposto ai controlli sui cantieri edili é stato progressivamente smantellato: non ci puó essere semplificazione senza controlli! Ed é anche vero che la mole di norme per esempio di tutela paesaggistica ha condotto spesso i cittadini a non rispettarle.

  3. Paolo Mascilli Migliorini

    Sono d accordo, il codice degli appalti e le circolari anac sono patogene, producono illegalità, perché concepite nella convinzione che non siano possibili i controlli sui comportamenti illeciti, e quindi meglio chiudere tutto in una gabbia di sospetti in cui si muovono bene solo i criminali.
    Vorrei ricordare a tutti noi che la attuale normativa per l’offerta migliorativa da ampia discrezionalità per favoritismi, diciamo così, è soprattutto non garantisce che le migliorie tecniche on cui le imprese danno punteggio, siano poi condivise dalla stazione appaltante e dal progettista, senza poi prevedere nessun correttivo.
    La sinistra farebbe bene a capire le cose nella propria realtà prima di fare battaglie che danno comodo solo alle sue coop

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