Diario di un vaccinato in attesa di reazioni avverse: 15 maggio 2021

tempo di lettura: 2 minuti
pagina di diario

Ci si guarda intorno e si scopre, non senza preoccupazione, che le persone come noi, quelle che sanno fare solo una cosa alla volta, sono in via di estinzione. Quando occorre farne una in più, sono problemi seri: se esci di casa allegro e pimpante malgrado la pandemia vuol dire che ti sei dimenticato di mettere la mascherina. Quanti giovani invece guidano l’auto con lo smartphone a portata di mano o di occhio? Quanti di loro lo fanno anche in sella ad una moto e magari anche fumando una sigaretta? Quanti di loro vadano a sbattere non è dato sapere. Sorge però un dubbio: ma questi giovani e giovanissimi soggetti “multitasking” riescono anche a pensare mentre esplicitano con orgoglio la loro preziosa polivalenza? E troveranno mai il tempo di “meditare”, cioè di astrarsi dalle azioni che stanno compiendo e produrre un pensiero che non sia riflesso su loro stessi?

Si resta nel dubbio, mentre siamo invece certi che i politici, giovani o vecchi che siano, il tempo di pensare non lo trovano più. Tra inaugurazioni, dibattimenti, commissioni e comparsate televisive se resta un piccolo spazio sarà mentre mangiano o vanno alla toilette. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: per la campagna vaccinale abbiamo dovuto sostituire il commissario multitasking Arcuri, che sistemava banchi nelle scuole mentre acquistava mascherine, bandiva gare e si approvvigionava dei vaccini, con un pennuto generale degli alpini. Un militare di qualunque arma in un lungo periodo di pace ha avuto sicuramente tempo per pensare. Ma adesso comincia a mancare anche al generale Figliuolo: tra i proclami quotidiani, le visite agli ospedali, inaugurazioni di sempre nuovi hub vaccinali non resta neppure un attimo per cambiare la mimetica.

Ma la carenza di elaborazione mentale si manifesta anche nella formulazione delle istruzioni spicciole necessarie per disciplinare gli adempimenti più banali. Prendiamo, ad esempio, il rinnovo dei documenti di identità, carta e patente. Pare siano in vigore disposizioni che fanno divieto di applicarvi foto in cui il titolare sorride o, peggio ancora, ride apertamente. Disposizione assurda e iniqua. Cosa costerebbe al brigadiere che ti ferma alla guida della tua auto, una volta presa visione della patente, chiederti di sorridere o di ridere o comunque di riprodurre l’espressione esibita nella foto? Evidentemente questo adattamento viene ritenuto impraticabile. Eppure non c’è dubbio che quando ti ferma la polizia il tuo umore, magari gioioso fino ad un attimo prima, spinge la tua espressione verso un indispettito sconforto. E quindi il riconoscimento da parte del poliziotto o del carabiniere sarà difficoltoso quanto nel caso del sorriso o della risata. Se volessero dunque risolvere seriamente il problema dell’identificazione mediante foto (sistema peraltro superato dal progresso), dovrebbero stabilire che la foto da applicare sul documento deve essere fatta con l’espressione che fai quando ti ferma la polizia. Ma chi è preposto alla formulazione delle istruzioni avrà il tempo di pensarci?

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