Diario di un vaccinato in attesa di reazioni avverse: 12 maggio 2021

tempo di lettura: 4 minuti
pagina di diario

Càpita spesso di intrattenere con mia moglie conversazioni in materie di omosessualità e di violenza sulle donne. Argomenti quindi delicati, come il primo, o drammatici, come il secondo. Ma, per quanto sia doveroso affrontarli con la massima serietà, il mio morboso sarcasmo non riesce a farsi da parte e quindi mi succede di esprimere concetti ed opinioni dissacranti e discutibili di cui poi un pochino mi innamoro introducendoli quindi nel mio repertorio, una specie di museo degli orrori dal quale poi li estraggo quando mi pare che il contesto li possa tollerare, come nel corso di cene con gli amici (ormai sepolte nella nostra memoria profonda) o di conversazioni, queste sì, ancora frequenti con chi è in grado di raccoglierli senza storcere troppo il naso.

C’è naturalmente anche chi, sintonizzato sulla mia stessa lunghezza d’onda, condivide, apprezza e magari incoraggia questa mia attitudine ma molte delle mie “uscite” urtano la sensibilità di mia moglie, sempre rispettosa delle sofferenze e del disagio patito dai soggetti cui è diretta la mia ironia, che giudica a dir poco greve. E quindi qualche scintilla è scoccata tutte le volte che ho esternato cattiverie più o meno gratuite in relazione a situazioni considerate tuttora scabrose agli occhi di molti. Ricordo, ad esempio, il disappunto di mia moglie quando le feci osservare che i genitori di un figlio ed una figlia, entrambi omosessuali, non devono sentire alcun imbarazzo perché si tratta pur sempre di una fratella e un sorello. Ha accolto invece con favore il mio suggerimento alle donne per evitare lo scippo della borsetta per strada: cosà costerebbe applicarci sopra in bella vista un’etichetta con la scritta “Questa borsetta è videosorvegliata”? Ho avuto la sua comprensione anche quando ho ricordato il comportamento magnanimo che viene riservato alle adultere in medio oriente dove tutti, ma proprio tutti, vengono invitati a metterci una pietra sopra. Un’occhiataccia me la guadagnai quando le ricordai che ai nostri tempi “un pezzo di ragazza” era sinonimo di una bella figliola alta e in buona salute, mentre oggi non è altro che una parte di cadavere femminile dissezionato. Anche peggio mi è andata quando mi è venuto in mente di segnalare che, per una donna, l’espressione “uscire a pezzi da una relazione” va intesa non più in senso morale o psichico ma in senso tristemente anatomico. Quando mia moglie insieme ai nostri figli mi ha accusato di macabro cinismo ho dovuto, necessariamente, dare una spiegazione. Li ho quindi raccolti in salotto, ho chiuso la porta e mi sono messo in tasca la chiave. Quindi ho minacciato di tappare la bocca con lo scotch a chi faceva casino (non sono un padre padrone ma, quando necessario, questo sì, un padre carceriere) e ho dato inizio alla mia non breve arringa difensiva.

Il senso dell’umorismo o ce l’hai o non ce l’hai. È un dono, come lo sono alla nascita la sanità fisica o un aspetto gradevole. In quanto carattere innato, è giusto coltivarlo ma resta un fatto istintivo. È qualcosa di riconducibile al cosiddetto “pensiero divergente”, cioè all’attitudine a seguire percorsi logici diversi da quelli ordinari.

È utile chiarire a questo punto che l’umorismo è cosa diversa dalla comicità. È comica una balbuzie molto pronunciata, è comico un uomo dall’aspetto buffo. Sono comici i clowns, lo erano Charlot e Totò quando facevano smorfie o si muovevano come marionette. Sono comici, ahimè, anche certi incidenti gravi, ma così imprevedibili da suscitare ilarità: un uomo che cammina leggendo un giornale e finisce in un tombino, o un ragazzo che, guardando il cellulare, sbatte contro un palo. È invece umorismo, per restare nell’ambito degli incidenti ricordati, se qualcuno, avvicinandosi al ragazzo che ha appena preso in pieno il palo, gli chiede se può rifarlo perché è stato divertentissimo. Può essere utile ricordare che le conseguenze fisiche di questi eventi esilaranti, a volte tragiche, passano cinicamente, molto cinicamente in secondo piano (si pensi a “Paperissima”) senza creare particolare disagio.

Stabilito dunque che la comicità nasce da azioni o da condizioni oggettive, mentre l’umorismo è frutto del pensiero, comprendiamo subito che l’umorismo non può avere limiti come non ne ha il pensiero: si può pensare di tutto e si può fare dell’umorismo su tutto, salvo poi decidere cosa dire e cosa non dire. Motivi di doverosa delicatezza o anche di decenza potranno quindi trattenerti dal farlo, se pensi di poter offendere la sensibilità di chi ti ascolta o ti legge. Se tra i pochi ascoltatori presenti sai che c’è un malato oncologico, ti asterrai dal pronunciare battute sul cancro, anche se ti sono venute in mente. Ma se l’uditorio è più ampio, non è detto che tu possa accertarti delle condizioni fisiche, psichiche, culturali, religiose di tutti gli astanti, così come non potrai mai farlo con la platea dei tuoi lettori. Come regolarsi, dunque? Scacciare dalla tua mente queste intuizioni anche se ti piacciono, solo perché riguardano argomenti dei quali qualcuno pensa che dovresti vergognarti? Dovresti quindi autocensurarti per non offendere nessuno o anche per non essere giudicato volgare, irriverente o disumano? Questa strada non è praticabile senza un grosso sacrificio intellettuale. E allora ti guardi intorno e cerchi da qualche parte il coraggio per poterti esprimere liberamente.

Per valutare il rischio di essere considerato blasfemo, cerchi in primo luogo nell’idea del divino che ha la nostra religione: un minimo conforto può dartelo un ragionamento che riecheggia la famosa prova ontologia dell’esistenza di Dio dovuta a Sant’Anselmo d’Aosta il quale, in sintesi, diceva: se Dio è l’entità massima alla quale può giungere il nostro intelletto, non può che essere anche esistente perché diversamente non sarebbe l’entità maggiore delle altre. E quindi, venendo al mio problema, se Dio è l’entità maggiore, non può mancare, tra le sue qualità, il senso dell’umorismo né la misericordia necessaria a perdonare, in caso contrario. Argomento debole almeno quanto la prova di Sant’Anselmo… Per trovare il coraggio devi cambiare religione: non certo l’Islam, per carità, ma l’ebraismo. L’umorismo ebraico, sostenuto da un’incrollabile autoironia, non si pone alcun limite né nei confronti della divinità né della morte o della sofferenza e neppure dell’Olocausto: non a caso gli autori dei lavori più significativi in materia di umorismo sono due ebrei, Henry Bergson (Il riso, edito nel 1900) e Sigmund Freud (Il motto di spirito, edito nel 1905). Ad un livello meno pretenzioso, Groucho Marx, Woody Allen e tanti altri uomini di spettacolo ebrei non risparmiano niente e nessuno. Non la famiglia: “Da bambino i miei genitori mi hanno picchiato una sola volta: cominciarono la sera del lunedì e finirono il mercoledì mattina”; “Quando ero piccolo i miei genitori cambiarono casa molte volte, ma li ho sempre ritrovati.” Non l’amore né il sesso: “Non ho mai avuto una grande manualità: da ragazzo mi masturbavo con difficoltà”; “Il sesso è un’esperienza vuota ma tra le esperienze vuote è quella che preferisco”. Non la divinità: “Dio è morto e anch’io non mi sento molto bene”. Non le malattie: «Le parole più belle non sono “ti amo” ma “è benigno”». E quindi concludi che tutto ciò che ti sembra umoristicamente valido è degno di essere diffuso, anche se sarà accolto con piacere soltanto da una ristretta cerchia di “amatori”, assumendoti ovviamente il rischio delle peggiori accuse di cinismo, irriverenza, cattivo gusto, volgarità e blasfemia.

Finito il monologo, ho aperto la porta della stanza infernale e i miei familiari sono tornati a “riveder le stelle”.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Torna su