Il sottosuolo comune

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Il sottosuolo, elaborazione grafica di N. Neiviller

Si diceva, all’inizio della pandemia ancora scioccati e increduli, che dopo questa inusitata esperienza saremmo diventati migliori! Confidavamo e ancora confidiamo sulle nostre migliori risorse morali, ma il malessere fisico e psichico provocato da circostanze avverse, per qualcuno o tanti, può essere una caduta verso quello che Dostoevskij ha definito “sottosuolo”, un luogo di solitudine e deterioramento morale

Il personaggio del romanzo di Dostoevskij Memorie dal sottosuolo recide ogni rapporto con la società, ne prova disgusto perché la ritiene responsabile di tutte le sue frustrazioni. In questo stato di isolamento emergono tutte le contraddizioni della coscienza umana, quando questa si rifugia nel sottosuolo, un luogo oscuro dove rinchiudersi e rifugiarsi per tenere a distanza il mondo esterno. Egli scava a fondo e trova una sorta di masochismo insito nell’animo umano che nasce dalla coscienza; il protagonista afferma infatti «che non solo la troppa coscienza, ma anche qualunque coscienza sia una malattia». Si avverte una nota di esistenzialismo dove l’uomo incespica nei suoi stessi pensieri. L’uomo del sottosuolo non crede nella giustizia, non crede nella possibilità di individuare una causa originaria dietro l’azione umana e, se anche quest’uomo di coscienza agisse facendosi trascinare dai sentimenti, poco dopo si renderebbe conto di essersi fatto trascinare dall’illusione e di aver mentito persino a se stesso: «è mai possibile che io sia fatto soltanto per giungere alla conclusione che tutta la mia struttura è puro inganno?». Una volta presa coscienza che farsene? Quest’uomo nel totale isolamento, in contatto solo con se stesso vede che l’irragionevolezza e l’immoralità pervadono l’animo umano, l’uomo cosciente non è l’uomo migliore, ma solo un uomo che vede.

Questo inevitabile nichilismo rifiuta di riconoscere che la nostra essenza sta, come in molti altri animali, nelle relazioni sociali. Nel bene come nel male, nel dialogo come nello scontro, l’incontro con gli altri ci sollecita ad ampliare i nostri orizzonti, ci pungola per uscire dalle sacche a volte sterili della nostra singola e tortuosa coscienza e, cosa più importante, ci fa sentire meno soli. Quando non vissuta e agita, nel continuo confronto aperto a una condivisione e anche a ogni critica, la coscienza diventa un fardello.

In questi ultimi 15 mesi le nostre relazioni si sono ridotte ai minimi termini, per le ovvie ragioni a noi tutti note. Rinchiusi nelle nostre abitazioni, nemmeno i potenti strumenti di comunicazione, quasi alla portata di tutti, sono riusciti a smorzare il peso della nostra acuita solitudine, che non è prerogativa della pandemia, tante persone erano già sole prima e continueranno ad esserlo anche dopo, quando usciremo da questa iattura. Con il covid ci siamo resi conto che la solitudine si aggiunge a tante altre fragilità, biologiche e psicologiche, in un groviglio inestricabile che alimenta sofferenza e dolore.

Per le sue forti ripercussioni sulla tenuta del tessuto sociale il diffondersi della solitudine, quella non scelta ma subita, un sottosuolo comune che dilaga sempre di più, non può essere ignorato. Il senso di sfiducia e di nausea che l’accompagna non rende più liberi ma più inerti, lo stato emotivo subisce un cambiamento in senso involuto, alimenta rancori, rabbia, nichilismo e dirotta risorse positive dal terreno della condivisione sociale e della solidarietà verso forme di ribellismo inerti e infruttuose. La solitudine, diventando una falla del sistema sociale, taglia fuori sempre più persone dalle decisioni importanti che riguardano interessi generali. Nella solitudine forzata la coscienza fissa la sua attenzione solo sugli errori, sul male, rifugiandosi nei falsi miti e diventa un ostacolo per i cambiamenti che richiedono un’attiva partecipazione, che impongono una sensibilità rivolta anche alle altrui vicissitudini.

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