Prigionieri delle nostre “libertà”

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In fuga dagli scontri (Fonte www.pixabay.com)

Oggi ancora una volta la Palestina brucia. I Palestinesi vengono cacciati dalla loro terra, dalle loro case e il governo di Israele picchia sodo. Poi dalla striscia di Gaza partono razzi e Israele giura vendetta.

E i governi del mondo mandano messaggi, si incontrano di nascosto, discutono su cosa fare, invocano la riconciliazione: parole, soltanto parole, mentre la gente muore.

Mahmud Darwish, che Josè Saramago definì “il più grande poeta del mondo”, scomparso a 67 anni nel 2008, palestinese di nascita ma vissuto in permanente esilio, si è interrogato spesso sul senso del conflitto tra il suo popolo e il governo di Israele, partendo dal concetto di “patria”. Si interroga nello scritto La patria tra valigia e memoria, ripubblicato nel 2007 da Feltrinelli nella raccolta Una trilogia palestinese: «Che cos’è la patria? La carta geografica non è la risposta e il certificato di nascita è cambiato. Nessuno ha affrontato questa domanda come devi fare tu, da adesso fino a quando morirai, o ti pentirai, o tradirai.»

Ai palestinesi in Palestina si rimprovera di voler rimanere nelle loro terre e di opporsi ai continui atti ostili, a una colonizzazione interminabile operata dai governi di Israele. Ai palestinesi che fuggono dalla guerra e dalla disperazione si rimprovera di aver abbandonato la propria patria, di essere traditori solo perché cercano di mettere in salvo le loro famiglie, e questo dai loro stessi fratelli. Poi, nei paesi dove sono accolti, vengono considerati profughi, ospiti indesiderati e, come accadde in Libano il 18 settembre del 1982 nei campi di Sabra e Shatila, vengono massacrati sempre con la complicità dell’esercito israeliano. La efferata violenza e la disumanità di quell’atto è stata magistralmente descritta nell’articolo di Robert Fisk, britannico, forse il più famoso corrispondente di guerra, in un articolo dal titolo emblematicamente macabro «Ce lo dissero le mosche».

Ancora Darwish, citando lo scrittore israeliano S. Yizhar, La rabbia del vento, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2005, da conto di come alcuni israeliani sono consapevoli di quanto sia costato al popolo palestinese il loro insediamento: «Ascolta bene […] verranno gli immigrati, mi ascolti?, e si prenderanno la terra, la lavoreranno, e qui diventerà una meraviglia […] apriremo un negozio di alimentari, costruiremo una scuola, fors’anche una sinagoga. Ci saranno partiti politici che disquisiranno su moltissimi argomenti. I campi saranno seminati e mietuti e verranno compiute grandi opere. Evviva la Khiza ebraica! Chi penserà mai che prima qui ci fosse una certa Khirdat Khiza (il nome arabo della città) la cui popolazione era stata cacciata e di cui noi ci eravamo impadroniti? Eravamo venuti, avevamo sparato, bruciato, fatto esplodere, bandito ed esiliato.» Ma poi dimenticano velocemente, accusa Darwish. Cosa c’entri tutto ciò con l’infamia dell’Olocausto, dello sterminio degli ebrei in Europa, qualcuno deve ancora spiegarcelo.

Ora il conflitto sanguinoso riparte con la stessa violenza e drammaticità di sempre. Osservatori internazionali indipendenti ci dicono che questa recrudescenza è dovuta alle difficoltà politiche del primo ministro israeliano Netanyahu, preoccupato di riaffermare la sua leadership dopo gli scandali che lo hanno coinvolto.

Insomma sta accadendo quello che fanno molti leader, anche nostrani, quando sono in difficoltà, quando i sondaggi gli sono sfavorevoli: scatenare un conflitto per coprire le proprie debolezze. Nel frattempo il nuovo presidente degli USA, Joe Biden, fa finta di niente preoccupato di non aprire un nuovo fronte internazionale, schierandosi pro o contro Israele, lasciando le cose così come le aveva predisposte il suo grande “rivale” Trump.

E intanto in Palestina si muore, si piange, ci si dispera, si cerca di reagire sapendo però che oramai si è stati abbandonati da tutti. Già ma in Occidente, nei paesi ricchi del mondo, il problema è affrontare le conseguenze economiche della pandemia, riaffermare la propria supremazia, vera o presunta, in questo o quel settore economico e industriale, magari riaprendo bar, ristoranti e alberghi per far ritornare la gente a spendere, spendere, spendere.

Anche se abbiamo citato il grande Darwish, il concetto di patria a noi nati e vissuti in un Paese dove fortunosamente la guerra è un ricordo che appartiene ai nonni superstiti, anche il concetto di patria ci è estraneo e lontano. Ma, citando ancora Darwish, «La patria non è soltanto terra, ma terra e diritto». Diritto, diritti, calpestai oggi in Palestina e tante altre parti del mondo in nome e per conto di tanti interessi palesi o occulti.

Quale libertà abbiamo chiesto in questi mesi di lockdown, al caldo o al fresco delle nostre case? Quella di ricominciare a consumare ignorando ciò che ci circonda? Questa “libertà” non l’abbiamo mai persa, mentre tanti nostri fratelli, vicini e lontani, continuano a morire sotto le bombe, per fame, sete e malattie o mentre tentano la fuga verso un mondo che sperano almeno li proteggerà da quelle sciagure. La patria può essere solo il luogo dove ci sia il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo. Il mondo intero dovrebbe essere la patria dell’umanità.

2 commenti su “Prigionieri delle nostre “libertà””

  1. Pisacane Alberto

    Biden ha dichiarato “Israele ha diritto a difendersi” e in Italia al Portico D’Ottavia levata di scudi di tutti i politici soprattutto di “destra” a favore di Israele. Cambiano i politici cambiano i Presidenti ma la musica è sempre la stessa..

  2. Maddalena Marselli

    …quanti bei spunti di letteratura iscraeliana di scrittori che non conoscevo! Anche io ho collegato questi episodi di violenza alla situazione politica in cui si trova il leadre israeliano: lo aveva giá annunciato in campagna elettorale che avrebbe ambliato i confini delle colonie di Israele ed ora passa al dato di fatto! É vero quello che scrivi: ma che c’entra tutto ció con l’infamia dell’Olocasto? Sono troppi decenni che non si riesce a trovare la soluzione del problema che il sospetto forte é che questo giovi agli equilibri di potere di molti Stati…

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