Diario di un vaccinato in attesa di reazioni avverse: 28 aprile 2021

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pagina di diario

L’altro giorno mia moglie mi ha rinfacciato, con un po’ di ritardo, di non averle mai dedicato una poesia d’amore, nemmeno quando eravamo ragazzi. Le avrei risposto che non ne avevo vista la ragione né l’avrei mai vista. Avrebbe capito che scherzavo? Nel dubbio le ho detto la verità e cioè che ci avevo anche tentato, con tanta buona volontà, ma la poesia non era nelle mie corde: ne venivano fuori cose letterariamente oscene che, alla fine, servivano soltanto a stimolare il mio senso dell’umorismo.

In realtà il rapporto con la poesia, quella vera, si è raffreddato alle scuole superiori e non tanto rispetto ai classici, a Dante e a Petrarca, quanto piuttosto a certo Ottocento italiano, troppo classicista e troppo retorico. In classe c’era l’assillo di dovere imparare a memoria poesie, anche lunghe, e di doverle poi declamare in presenza di una scolaresca sommessamente divertita, primo della classe incluso. Ricordo con una punta di nostalgia quando ci toccò mandare a memoria “Davanti San Guido” di Carducci che, tra l’altro, non era niente male, salvo la lunghezza avvilente. Memorizzare “i cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar” e tutte le ventotto quartine che seguivano la prima, non ci andava tanto a genio. Comunque la imparammo e non ci sarebbe stata altra possibilità, non fosse altro perché nell’ora di italiano la nostra vecchia insegnante, sull’orlo della pensione, fumatrice accanita e spesso preda di temporanee cadute dell’attenzione accompagnate anche da deficit sensoriale, ce la chiese continuamente per settimane e settimane, forse proprio per potersi abbandonare ai suoi nirvana. E allora ne succedevano di tutti i colori. Nella parte centrale, là dove il Poeta evoca la novella che gli raccontava la vecchia Nonna Lucia e che suonava così: “Sette paia di scarpe ho consumate di tutto ferro per te ritrovare: sette verghe di ferro ho logorate per appoggiarmi nel fatale andare: sette fiasche di lacrime ho colmate …”, il compagno che la stava declamando inseriva, con adeguata gestualità: “sette paia di p… mi hai abbuffate”. E qui le risate, non sufficientemente trattenute dal resto della scolaresca, richiamavano l’insegnante nel mondo dei vivi (e buon per lei, perché la cenere della sigaretta che teneva accesa tra le dita immobili della mano era ormai arrivata al filtro). Un’altra volta un compagno più ardimentoso, presa coscienza che la professoressa pensava ad altro e si preparava quindi ad uno dei suoi viaggetti, esordì azzardando un liberatorio: “I cipressi che a Bolgheri alti e schietti vanno affanculo in duplice filar”. Grande successo di pubblico seguito dal lento rientro in sé della prof., ma senza conseguenze per nessuno. L’avversione alla poesia peggiorò quando si arrivò ai poeti ermetici. I miei ripetuti tentativi di leggerli, anche negli anni successivi alla vita scolastica, sono sempre caduti miseramente come di fronte a un rebus irrisolvibile.

Con la prosa è andata molto meglio e tra me e mia moglie abbiamo, negli anni, abbondantemente sguazzato nella letteratura alta, media e bassa. Mia moglie ha letto molto più di me, ma il mio contributo al bagaglio familiare di buone letture è stato comunque meritorio. Ho vissuto due esperienze letterarie degne della massima considerazione: ho letto “L’uomo senza qualità” di Musil e la “Recherche” di Proust. Il primo occupa nei Tascabili Economici Einaudi due volumi per complessive 1.780 pagine, mentre il secondo, nell’edizione commentata nei Meridiani Mondadori, conta ben 4.700 pagine, note incluse, contenute in quattro volumi. Cosa dirne? Li ho letti perché sono due pilastri della letteratura del Novecento ed è un’impresa che non ripudio affatto, perché ne è valsa la pena. Del primo, in particolare, posso aggiungere, per chi non lo sapesse (ed io non lo sapevo) che è rimasto incompiuto e non si sa dunque quante pagine avrebbe totalizzato una volta concluso. Il secondo è il romanzo di una vita, anzi di due, perché ho impiegato un bel pezzo della mia per finirlo. In merito alle vicende narrate da Proust non posso che riportare quanto rispose Rossini a chi gli chiedeva maliziosamente cosa pensasse della musica del non molto amato Wagner. Il geniale pesarese rispose sornione: “Nella sua musica ci sono dei momenti meravigliosi ma dei terribili quarti d’ora”. Lo stesso si può dire della “Recherche” proustiana, senza arrivare a giudizi eccessivi del tipo: prolisso fino al prolasso.

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