L’Albergo dei poveri, un nuovo destino all’orizzonte?

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Napoli, Real Albergo dei Poveri in una immagine d’epoca

In questi giorni di importanti decisioni, abbiamo appreso che il Recovery Plan messo a punto dal Governo prevede la destinazione di 150 milioni di euro da impegnare per la ristrutturazione dell’Albergo dei Poveri, destinato a diventare un polo culturale, espositivo, museale e di formazione, con finalità sociali e direzionali. Bello… quanta roba, verrebbe da dire! Ma non sarà un po’ troppo?

L’Albergo dei Poveri, a Napoli conosciuto anche come Palazzo Fuga oppure “’o serraglio”, fu voluto da Carlo III, sovrano illuminato che, anticipando le teorie sociali dei grandi filosofi di fine ‘700, intese creare una struttura che potesse offrire alla pletora di mendicanti e bisognosi, ed all’infanzia abbandonata, una chance di dignitosa sopravvivenza, seppur con rigide separazioni tra maschi e femmine, assicurando loro un tetto, un’assistenza caritatevole e l’insegnamento di un mestiere che ne avrebbe consentito l’integrazione nella società.

A tale scopo fu chiamato, intorno alla metà del XVIII secolo, l’architetto toscano Ferdinando Fuga, “archistar” dell’epoca che già aveva fatto grandi cose a Roma, in particolare al Quirinale, e che progettò quello che avrebbe dovuto essere l’edificio più esteso d’Europa, ma che fu invece realizzato solo in parte, così come lo vediamo oggi, raggiungendo comunque all’incirca i quattrocento metri di lunghezza. Le finalità educative e di recupero durarono per qualche tempo, affiancate successivamente da altre destinazioni d’uso, come una scuola di musica nell’800 e poi una per sordomuti, quindi reclusorio (per i napoletani, appunto, ‘o serraglio) per minorenni e giovani prostitute da rieducare, archivio e tribunale, ma anche caserma dei Vigili del Fuoco e sede di palestre o cinema (qualcuno ricorderà “L’Imperiale”, locale di quarta visione dalla reputazione alquanto equivoca). Negli ultimi anni ha vissuto sporadicamente momenti di visibilità ospitando alcune mostre a carattere ludico scientifico o rappresentazioni del Napoli Teatro Festival.

L’edificio, oggi di proprietà comunale, ha retto – se vogliamo – abbastanza bene alle insidie del tempo, pur subendo danni dai vari terremoti succedutisi nel tempo; l’ultimo dei quali (quello dell’80), causò il crollo di una parte dell’ala sinistra, provocando addirittura la morte di alcune donne. Anni fa, grazie ai proventi del gioco del Lotto, furono avviati dei lavori che portarono quanto meno ad un ripristino della facciata e di alcuni locali interni. Pur tuttavia, il fatto che su di esso gravi tutta una serie di vincoli, nonché la complessità ed i costi elevati di una completa ristrutturazione, ne hanno impedito il definitivo decollo. Sostanzialmente il cittadino è legittimato a pensare che chi dovrebbe farsi carico di prendere una decisione sul cosa fare, non abbia poi tutta questa fretta. Eppure sarebbe bello concepire un ritorno alle origini, cioè assicurare in quella sede un letto al coperto, un pasto caldo, un minimo di igiene personale, una formazione ed una prospettiva di occupazione a tutta quella povera gente che non ne ha; Napoli è piena di emarginati, gran parte immigrati, i cosiddetti “invisibili”, che affollano i portici delle gallerie monumentali, che chiedono l’elemosina fuori ai supermercati, che si ubriacano per strada e che talvolta diventano aggressivi, con tutti i connessi risvolti negativi in termini di sicurezza, di igiene urbana, di vivibilità e di immagine della nostra città.

Ma se questa è solo un’utopia, che qualcuno potrebbe immaginare, a torto, priva di ritorno economico, allora ci si dovrebbe orientare verso un piano B, ugualmente valido ed allettante: l’Albergo dei Poveri si candiderebbe a diventare sede di un Museo Regionale, che andrebbe a configurarsi come il più grande museo del mondo, secondo quanto già da tempo sta proponendo l’Associazione R.A.M. (Rinascita Artistica del Mezzogiorno) nel tentativo di sensibilizzare e coinvolgere l’Amministrazione comunale. Il palazzo, disponendo di una superficie espositiva di circa 100.000 mq con 450 sale, potrebbe costituire una collezione permanente assemblando perlopiù le opere che oggi giacciono, celate agli appassionati, nei depositi dei principali siti espositivi della città, quali la Reggia di Capodimonte, il MANN, la Certosa di San Martino e tanti altri come il Museo del Tesoro di San Gennaro, che da solo detiene circa 21.000 esemplari dell’Arte di ogni tempo, che noi tutti ignoriamo. Personalmente, in passato ho avuto modo di visionare alcune opere, in occasione di esposizioni temporanee presso Capodimonte o l’Archeologico, e posso assicurare che sono dei capolavori di levatura non certo inferiore a quella delle opere regolarmente esposte; ma la sovrabbondanza è un problema di spazi (come chi scoppia di troppa salute) ed è inutile rimuginare, come sempre, sul fatto che altri paesi magari hanno una sola pietra intorno alla quale costruiscono un museo e fanno accorrere i turisti che portano soldi!

Una volta realizzato il museo, una ben orchestrata campagna pubblicitaria tesa a stimolare la curiosità e l’interesse, come avvenuto per il Grande Louvre o per il Guggenheim, creerebbe un polo d’attrazione innanzitutto per i nostri cittadini, elevandone il livello culturale e morale, e poi porterebbe tanti di quei visitatori da ogni parte del mondo, creando nuove possibilità occupazionali, favorendo lo sviluppo economico e potenziando sempre di più il marchio “Napoli” a livello internazionale. Ovviamente necessiterebbe anche intervenire su altri aspetti: la piazza Carlo III, dedicata al visionario sovrano, dovrebbe finalmente essere valorizzata con una progettazione del verde, fatta in maniera adeguata (il cosiddetto intervento di “riqualificazione” da poco ultimato non vale nemmeno la pena di essere sottoposto a commenti) con la realizzazione di un parcheggio sotterraneo, l’incremento significativo dei trasporti e – perché no? – la costruzione di una funicolare che potesse collegarla a Capodimonte. Utopia? Ma anche no! È evidente che le risorse da impegnare sono molte, ma ora abbiamo questa immensa opportunità del Recovery Plan, del quale verrebbero rispettati molti degli obiettivi previsti: sviluppo economico, ossigeno alle imprese ed ai lavoratori, infrastrutture, mobilità, ecologia.

Certo, il momento dal punto di vista politico non è dei migliori: abbiamo istituzioni in perenne conflitto ed un’Amministrazione comunale, prossima alla scadenza, che non si può dire abbia particolarmente brillato nel porsi obiettivi a medio-lungo termine; basti pensare a quante grandi strutture sono attualmente lasciate ad un destino di incuria e mancata valorizzazione, come ad esempio l’ex ospedale militare, l’OPG di via Imbriani occupato da un centro sociale, l’ex carcere minorile Filangieri e l’ex Asilo Filangieri anch’essi temporaneamente presi in carico da associazioni o collettivi, l’ex manicomio Leonardo Bianchi a Capodichino, il Castel Capuano liberato dal Tribunale, Villa Ebe l’eclettica dimora di Lamont Young arroccata sulle pendici di Monte Echia, l’ex Grand Hotel de Londres, splendido esempio di Liberty che invece di accogliere visitatori stranieri ospita il TAR, l’area della Marinella che doveva essere un parco pubblico ed invece è una bomba ecologica innescata, e tacciamo, per pudore, sulla “questione Bagnoli” che si trascina da trent’anni.

Eppure noi tutti sappiamo che con le potenzialità a disposizione Napoli potrebbe facilmente diventare una capitale d’arte, di cultura e di turismo (generando occupazione); una città dove verrebbero finalmente stemperate le tensioni sociali, con un più elevato tenore di vita e dove, sostanzialmente, tutti potremmo avere un’esistenza migliore. La speranza è che, tra qualche mese, quando saremo chiamati ad eleggere i nuovi Amministratori della città, riusciremo ad individuare delle persone fattive e lungimiranti che non siano esponenti di un partito del “tira a campare” o della semplice sopravvivenza, e che non lascino cadere nel vuoto l’opportunità che ci si sta presentando, per una effettiva e duratura ripresa dai tempi oscuri che stiamo vivendo.

1 commento su “L’Albergo dei poveri, un nuovo destino all’orizzonte?”

  1. La tua seconda soluzione e quella che tutti i napoletani si augurerebbero per attirare turisti e dare un Po di cultura ai napoletani stessi.

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