La Napoli angioina: luce sul Medioevo

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veduta di Napoli
Tavola Strozzi, attribuita a Francesco Rosselli, 1472 – Napoli, Museo di San Martino

Nel 1266 si instaura a Napoli la dominazione angioina. Carlo I, dopo aver sconfitto le truppe di Manfredi di Hohenstaufen nella battaglia di Benevento, viene incoronato re di Sicilia. Nel 1268 trasferisce la capitale del regno da Palermo a Napoli; Partenope, città marginale del regno svevo, si apprestava a vivere un periodo di intensa attività commerciale, artistica e culturale.

Infatti, il neo sovrano oltre a promuovere la costruzione e la rifondazione di numerosi edifici e opere infrastrutturali, varò una politica che favoriva i commerci. Fece venire in città architetti, maestranze e artigiani da ogni luogo della penisola e dalla Francia. Il paesaggio urbano cambiò repentinamente i contorni del suo volto: scambi commerciali e marittimi aumentarono a dismisura sulla fascia costiera, il “Porto di mezzo” venne edificato assieme a nuovi arsenali. Ricchezza e benessere economico si diffusero in una città sempre più cosmopolita e produttiva: genovesi, fiorentini e provenzali vi confluirono. Tutte le attività legate ai commerci, all’artigianato ed alla produzione furono allocate nei quartieri creati a ridosso della marina.

Ai due castelli preesistenti, Capuano e dell’Ovo, il successore Carlo II aggiunse nel 1279 il Castel Nuovo, noto come Maschio Angioino, commissionato all’architetto francese Pierre de Chaulnes per stabilirvi la nuova residenza reale. L’area ippodamea greco-latina ospitò la costruzione e il restauro di numerosi edifici di culto: San Lorenzo, Sant’Eligio, Santa Maria Donna Regina, Santa Chiara, San Domenico Maggiore, il palazzo curiale.

Grazie agli Angioini, Napoli sarà tra le prime città in Europa ad importare il Gotico, il nuovo stile architettonico nato in Francia. Se Carlo I (1226-1285) aveva donato alla città un aspetto moderno e funzionale, Carlo II d’Angiò (1254-1309), detto “lo Zoppo”, legherà il nome del suo casato alla città per sempre. A Napoli il culto per il patrono san Gennaro era vivissimo anche allora; la forza devozionale che univa lo spirito di un popolo intero e che vedeva in San Gennaro il suo protettore, non fu ignorato da Carlo II. Infatti, in segno di ossequio al culto del santo, fece eseguire dai maestri orafi francesi Stefano Godefroy, Guglielmo di Verdelay e Milet d’Auxerre un preziosissimo busto-reliquiario in argento dorato per contenere la testa del Santo e un reliquiario per le ampolle con il sangue e restaurò ed ampliò il duomo. Il busto-reliquiario, per molti critici contemporanei, rappresenta il più illustre lavoro d’arte orafa del XIV secolo prodotto in Italia. I lavori di oreficeria prodotti a Napoli divennero talmente famosi in Europa che fu creato un nuovo intero quartiere per ospitare gli artigiani, noto ancora oggi come Borgo degli Orefici.

Roberto d’Angiò, figlio di Carlo II, regnò dal 1309 al 1343, segnando l’apogeo della dinastia. “Re docto” fu per il Petrarca, “Re saggio” per il Boccaccio. Durante il suo governo invitò a Napoli i più grandi geni del tempo nei vari campi delle lettere, delle arti, della medicina e dell’economia.

Nel 1341 Francesco Petrarca, grande estimatore del re angioino, prima di esibirsi in Campidoglio e ricevere “l’alloro poetico”, passò da Napoli per sottoporre a Roberto il suo lavoro. Il re, commosso dal gesto del poeta, gli regalò una splendida tunica bianca da indossare in occasione del trionfo. Giovanni Boccaccio, invece, presente in città come apprendista del potente Banco dei Bardi, durante una funzione del Sabato Santo del 1334 nella chiesa di San Lorenzo, posò il suo sguardo su una bella fanciulla da molti identificata in Maria d’Aquina, figlia naturale di re Roberto d’ Angiò. La nobildonna napoletana diverrà la famosa Madonna Fiammetta, musa ispiratrice di molti suoi componimenti. Anche alcune novelle dell’umanista saranno ambientate nella città.

Merito di Roberto fu pure quello di invitare a Napoli i rappresentanti delle maggiori scuole pittoriche italiane dell’epoca: Pietro Cavallini operò nella chiesa di San Domenico Maggiore; Giotto affrescò la sala capitolare di Castel Nuovo; Simone Martini, massimo esponente della scuola senese, dipinse, per la chiesa di San Lorenzo Maggiore, il santo vescovo Ludovico da Tolosa, fratello maggiore del sovrano Roberto mentre lo incorona re di Napoli (oggi nella Pinacoteca di Capodimonte). Nel campo della scultura sarà Tino da Camaino a fissare il prototipo di sepolcro gotico nelle tante chiese cittadine.

L’ultimo regnante angioino fu una donna, Giovanna I (1344-1357). Il suo regno fu turbato da diversi tentativi di detronizzarla; ma la storia ci racconta di una donna colta e caparbia, capace di tenere testa ai papi ed ai re pur di mantenere la propria indipendenza e quella del regno. Fu infatti una delle poche regnanti donne dell’era medievale.

La Tavola Strozzi (conservata nel Museo di San Martino), pur se dipinta nel primo periodo aragonese del regno, ci mostra una panoramica della città di Napoli e di tutte le opere compiute sotto la dominazione angioina. Porti, mura, ospedali, castelli ed una miriade di chiese affollano il paesaggio. Napoli, cresciuta sotto gli Angiò, stava per diventare la regina del Mediterraneo dei secoli a venire.

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