Da “fannulloni” a protagonisti del rinnovamento

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Il Segretario Alfredo Garzi durante una manifestazione a Roma

L’11 marzo scorso è stato firmato il Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale tra il Governo Draghi e le tre confederazioni sindacali CGIL, CISL, UIL. Il “Patto”, come ci ha raccontato su queste pagine Felice Zinno, pone l’accento su molte questioni In questo lungo anno di pandemia, in Italia ma anche in Europa e in USA, patria del liberismo estremo, l’attenzione verso l’azione dello Stato e in generale delle pubbliche amministrazioni è ritornata ad essere centrale. Contro un nemico insidioso e invisibile che mette a rischio il bene primario, la vita, i governi sono stati costretti ad adottare misure di protezione delle comunità, a predisporre sistemi di cura efficaci e a sostenere i redditi delle famiglie e delle imprese costrette alla chiusura delle loro attività. Risorse enormi sono state impegnate per mettere a punto dei vaccini e delle cure farmacologiche adeguate. Ovunque i sistemi sanitari sono entrati in crisi per l’inatteso carico che hanno dovuto sopportare. Al tempo stesso continuano a non placarsi le polemiche per gli interventi restrittivi della mobilità delle persone, con l’impossibilità di muoversi liberamente nel territorio di residenza e fuori da esso.

Si sono sentite posizioni contrastanti e a volte contraddittorie: si vuole l’intervento pubblico, ma non si vogliono pagare le tasse perché c’è la crisi; bisogna difendersi dalla pandemia, ma si protesta contro le restrizioni. Al di là delle apparenze, dei cartelli appesi ai balconi con la scritta “andrà tutto bene”, non pare sia nato un nuovo spirito solidaristico. Alla fine c’è un arrembaggio alle risorse pubbliche e ognuno tira dalla sua parte. In questo contesto così complicato, il Governo Draghi, a poche settimane dal suo insediamento, ha proposto a CGIL CISL e UIL di sottoscrivere un patto impegnativo per tutti. È sembrato a molti il coniglio uscito dal cilindro del mago, eppure solo qualche mese prima le organizzazioni sindacali, avevano indetto uno sciopero generale del pubblico impiego. Per approfondire l’argomento abbiamo intervistato il Segretario regionale della Funzione Pubblica della CGIL Campania, Alfredo Garzi. 

Domanda: Prima ancora di entrare nel merito dell’accordo sottoscritto, lei come spiega un così repentino cambio di rotta, era tutto già scritto? 

Risposta: Non credo che il Paese abbia cambiato improvvisamente la propria visione delle pubbliche amministrazioni e di conseguenza del lavoro pubblico. Credo sia opportuno partire dalla giusta direzione del nesso di causalità, rifiutando quindi la strumentale narrazione corrente, per la quale la richiesta di devolvere al privato spazi, oggi e ieri, pubblici, sia dovuta all’incapacità del lavoro pubblico (fannulloni, furbetti del cartellino, ecc.). Quindi sarei cauto a parlare di cambio di rotta, piuttosto ragionerei su oggettive e necessitate convergenze. Non bisogna dimenticare, infatti, che il Recovery Fund è condizionato a interventi strutturali, tra i quali c’è proprio la riforma della Pubblica Amministrazione (termine improprio vista l’eterogeneità degli enti e amministrazioni). Quindi per accedere a una parte dei Fondi, bisognava intervenire. Un altro elemento da considerare è quello del sistema di confronto con le parti sociali (per meglio dire degli stakeholder, i portatori di interesse), che in Europa è dato per scontato e codificato. Né va dimenticato il mandato principale che il Presidente Mattarella ha affidato al Governo Draghi: coesione sociale. Non è, infatti, un caso che nel titolo dell’accordo c’è proprio un richiamo esplicito. Quindi non c’è da stupirsi, eccessivamente, della scelta di un patto con CGIL, CISL e UIL che, ovviamente, per poter essere sottoscritto, aveva bisogno di muoversi, sui principi, in assonanza con le posizioni sindacali. In tutto questo, però, non vorrei che si perdesse il grande valore politico dell’accordo: il rovesciamento del paradigma di cui si è nutrita, ad arte, grande parte dell’opinione pubblica. Nel Patto si dice che il lavoro pubblico deve e può essere il maggior fattore di sviluppo del Paese e elemento importante è la valorizzazione dei lavoratori e il loro coinvolgimento attraverso il confronto con il sindacato. Un bel salto rispetto ai sopra richiamati fannulloni. Il sindacato farà la propria parte affinché si vada in quella direzione.

Nelle pubbliche amministrazioni, al centro come in periferia, non deve essere facile per le organizzazioni sindacali individuare la “controparte”, il “datore di lavoro”. È il dirigente locale che, almeno teoricamente, deve raggiungere degli obiettivi stabiliti dall’autorità politica, o è la parte politica, il Governo, i suoi Ministri, il Presidente della Regione, il Sindaco, l’amministratore di un ente? È questa una questione cruciale perché il sindacato, almeno fino ad oggi, si è nutrito quasi esclusivamente di contrattazione per ottenere dei benefici per i lavoratori che rappresenta.

D.: Lei pensa che oggi le organizzazioni sindacali, la CGIL, sono nelle condizioni organizzative e culturali per affrontare questa nuova sfida? Perché il Patto sottoscritto funzioni, il sindacato deve cambiar pelle?

R.: Penso che il sindacato, in primo luogo la CGIL, abbia le condizioni organizzative e di elaborazione politica per affrontare questa sfida. Non penso che il problema sia cambiare pelle per il sindacato, vedo piuttosto in uno degli attori centrali la debolezza maggiore: la dirigenza pubblica, certo con alcune eccezioni, ma generalmente ancorata a una idea della Pubblica Amministrazione informata di carattere autoritativo (e autoritario) piuttosto che orientata a garantire i diritti di cittadinanza. D’altronde è così che l’hanno voluta quasi tutti i Governi, anche quelli del periodo repubblicano. Credo che, piuttosto, sia compito del sindacato favorire tra i lavoratori un approccio che ribalti molte situazioni, intervenendo sull’organizzazione del lavoro, orientata ai bisogni esterni e non a quelli interni. Questo però sarà possibile se anche gli altri attori andranno con coerenza e decisione in quella direzione, dirigenza e Governo. Se il lavoro pubblico verrà valorizzato, allora ci saranno grandi possibilità di riuscire. Per valorizzarlo ci sono alcune direzioni di marcia, per altro individuate nell’accordo: rimettere l’organizzazione del lavoro al centro del confronto tra datore di lavoro e lavoratori (attraverso il sindacato), un diverso assetto dello sviluppo professionale, la formazione come diritto dei lavoratori.

C’è un aspetto da approfondire a beneficio dei nostri lettori. Avete sottoscritto un’intesa in cui ci si impegna all’estensione del cosiddetto “welfare contrattuale”. Noi lo traduciamo così: più fondi integrativi pensionistici e canali preferenziali per l’accesso a servizi sociosanitari da parte dei dipendenti pubblici. Ricordiamo che con i soldi dei contributi di lavoratori e imprese si finanzia l’assistenza, dalle pensioni di invalidità alle pensioni sociali, al reddito di cittadinanza e poi, però, non ci sono i soldi per le pensioni ordinarie. C’è il rischio che chi oggi riesce a trovare lavoro non sa se, quando sarà arrivato il suo turno, il sistema sarà in grado di garantirgli una giusta pensione.

D.: Non crede che incentivare la formazione e il finanziamento dei fondi pensionistici integrativi sia un modo per aggirare ancora una volta il problema di una riforma organica del sistema previdenziale?

R.: Intanto bisogna ricordare che il welfare contrattuale, nei contratti sia pubblici che privati, esiste già. Ricorderete che la stessa definizione la si ritrova nel protocollo sottoscritto con il Governo Renzi a novembre del 2016. La Funzione Pubblica CGIL si è sempre mossa con grande cautela su questo terreno, anche se al proprio interno non mancano accordi contrattuali che percorrono questa strada. Una cautela dovuta a una contraddizione in termini per una Categoria che tutela il lavoro nei servizi pubblici. La preoccupazione per una possibile perdita del carattere di universalità di alcune prestazioni, penso alla sanità e alla previdenza, con il parallelo passaggio a gestori privati. Però bisogna ricordare che è stata anche una risposta ai tagli al sistema previdenziale e al sistema sanitario, questi ultimi anche in conseguenza di una legislazione che ha spinto sul principio dell’aziendalizzazione. Detto ciò non penso che l’attuale presenza del welfare contrattuale impedisca una riforma previdenziale e, aggiungo io, del sistema sanitario. Quello che a oggi è mancata è la volontà politica.

Il welfare contrattuale significa anche accesso privilegiato, o differenziato, ai servizi socio sanitari. In un periodo in cui sono evidenti i guasti prodotti dalla regionalizzazione del servizio sanitario e in cui sono emerse fino in fondo tutte le contraddizioni e le diseguaglianze tra diverse aree geografiche del Paese nella presenza di servizi pubblici, dagli asili alle residenze per anziani, questa vostra scelta ci sembra in contraddizione con quello spirito confederale che vi vantate di rappresentare. Per quanto riguarda i servizi sanitari, ci pare si stia facendo un passo indietro rispetto alla rivoluzione della riforma sanitaria del 1975 che ha sancito il diritto ad un’assistenza generalizzata.

D.: Non le sembra che ci troviamo di fronte ad un ritorno mascherato al vecchio sistema delle mutue: chi ha il lavoro garantito, si porta dietro anche altri privilegi?

R.: Chi ha il lavoro stabile (concetto diverso da garantito) non ha di per sé stesso privilegi, anche questa è una narrazione da rovesciare. Più correttamente, chi non ha un lavoro stabile, oggi in questo Paese ha degli svantaggi sui diritti. Occorre rovesciare il nesso perché, altrimenti, la spinta sarà a togliere i diritti piuttosto che ad ampliarli. Non stiamo tornando alle vecchie mutue, poiché lì era assolutamente assente il principio di universalità del sistema ma, sicuramente, rischiamo di attenuarne il significato e l’applicazione pratica, al netto di benefit sempre esistiti in diverse aziende. Occorre evitare che gli accordi contrattuali sulla sanità siano a detrimento del sistema sanitario pubblico che, ritengo, sia messo più a dura prova dalle scelte fatte negli anni. L’aziendalizzazione in primo luogo e la distruzione della medicina territoriale che, non solo ha spostato l’intervento sanitario quasi esclusivamente sulla cura e riabilitazione, ma che ha spazzato anche via i sistemi di partecipazione democratica dei cittadini. Partecipazione democratica che va assolutamente recuperata, modificandone però le modalità e le forme di rappresentanza.

Anche in occasione della firma dell’intesa nazionale ci siamo trovati di fronte ad esternazioni successive di un Ministro, in questo caso il senatore Brunetta, che ha palesato la possibilità di introdurre meccanismi di prepensionamento agevolato e incentivato dei dipendenti pubblici anziani e demotivati. Nessuno scandalo, visto che come comunità nazionale abbiamo già più volte dovuto finanziare prepensionamenti nei settori privati, dalle banche ai grandi gruppi industriali, per favorire processi di ammodernamento, di innovazione tecnologica e organizzativa. Pare però che chi governa ignori sistematicamente la realtà. Nelle pubbliche amministrazioni (PP.AA.) continuano ad esserci nutrite schiere di lavoratori che hanno un rapporto di lavoro precario da decenni. Le PP.AA. sono tra i più importanti evasori contributivi. È così negli enti locali (nel Comune di Napoli ci sono da decenni lavoratori assunti da cooperative fantasma, ancora inquadrati come lavoratori socialmente utili e non si capisce se abbiano o meno maturato una adeguata posizione contributiva), ma anche nei Ministeri ci son lavoratori che hanno tanti “buchi contributivi” perché lo Stato non ha versato loro i contributi quando avevano un rapporto di lavoro precario. Inoltre c’è un tabù, relativo ai pubblici dipendenti, che a dieci anni dalla riforma Fornero si continua a non avere la forza di affrontare: la disparità di trattamento con i lavoratori alle dipendenze di società private nell’erogazione del trattamento di fine rapporto, la buonuscita. Oggi un lavoratore pubblico deve aspettare in media 30 mesi per avere indietro i soldi che mensilmente ha versato al sistema presidenziale.

D.: Perché la CGIL, come CISL e UIL, continuano a non porre con forza queste semplici questioni: a) regolarizzazione delle posizioni lavorative in essere, b) immediata copertura dei “buchi contributi” da parte delle PP.AA. inadempienti; c) garanzia dell’erogazione immediata della liquidazione? Non ci sarebbe da inventare così nessun complicato meccanismo tecnico legislativo per attuare i prepensionamenti visto che in molti, spontaneamente, a queste condizioni potrebbero andar via con le normative vigenti, con o senza quota 100.

R.: Come sa, da tempo il sindacato confederale chiede una riforma complessiva del regime previdenziale, nonché la risoluzione di alcune questioni di evidente discriminazione, come l’erogazione della liquidazione dei settori pubblici. A volte ci si dimentica che non è nelle nostre prerogative il potere legislativo. Da tempo manca in questo Paese l’attenzione e la rappresentanza, da parte della politica, delle ragioni del lavoro. Ciò non di meno continueremo a chiedere diritti ed equità per tutte le lavoratrici e per tutti i lavoratori. Per quanto riguarda i possibili “scivoli” occorre riflettere su quali possono essere gli effetti. Da anni diciamo che il problema principale delle pubbliche amministrazioni è la fortissima carenza di personale, in tutte le amministrazioni e in tutte le aree geografiche del Paese. Per questo abbiamo chiesto e rivendicato un Piano Straordinario di Assunzioni, abbiamo detto non meno di 500.000/600.000 nuovi assunti. Questa carenza sta mettendo a gravissimo rischio la possibilità di erogare le prestazioni e, contestualmente, peggiora vistosamente le condizioni di lavoro di chi è rimasto, costretto non solo ad aumentare la quantità di lavoro ma a svolgere compiti sempre più lontani dal proprio inquadramento. Quindi, se si procedesse a una politica di esodo incentivato, sotto qualunque forma, prima delle assunzioni di cui ho parlato, correremmo il rischio di svuotare così tanto i settori pubblici da arrivare a un obbligatorio restringimento del perimetro pubblico. Quindi consegneremmo ai privati importanti settori oggi presidiati dal pubblico. E l’esperienza ormai dimostra che le esternalizzazioni hanno aumentato i costi per i cittadini e spesso anche un abbassamento del livello delle prestazioni.

Tutti paiono concordare con l’idea che una pubblica amministrazione professionalizzata farebbe un gran bene a tutti, al sistema Paese nel suo complesso. Professionalizzata. tradotto in altri termini, significa una pubblica amministrazione “leggera” con personale in continua formazione e aggiornamento in grado di adeguarsi velocemente ai cambiamenti del contesto sociale ed economico, in grado di assorbire e saper utilizzare le più innovative ed efficaci tecnologie. Trasformare dei carrozzoni burocratici in sistemi in grado di erogare servizi di qualità non è impresa facile e non si può compiere nel giro di qualche settimana ma ci vuole tempo, denaro, capacità e una chiara volontà politica. Probabilmente lo stesso rapporto di lavoro con le PP.AA. dovrà cambiar natura e configurarsi sempre più come un rapporto di lavoro ad obiettivi: si è assunti per raggiungere un determinato obiettivo e, una volta raggiunto, si ricomincia. Un’operazione difficile e complessa, quindi. Ma siamo in tempi in cui, al di là delle dichiarazioni d’intenti, si è alla ricerca di scorciatoie.

D.: Lei non teme che dietro questa così netta svolta da parte del Governo si nasconda un trappolone, come la precarizzazione del rapporto alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni?

R.: Nel Patto per l’Innovazione della Pubblica Amministrazione e per la Coesione Sociale, non c’è nulla che lascia intendere questo. Probabilmente lei fa riferimento a interviste del Ministro Brunetta in cui si parlava di assunzioni a tempo determinato. Il sindacato, quando firma un accordo, soprattutto come questo che ha un carattere prevalentemente politico, non ha terminato il proprio compito. Anzi da lì inizia un lavoro attento di presidio dei contenuti sottoscritti e di sviluppo della contrattazione che serve per attuarli, naturalmente nella direzione da sempre indicata dal sindacato che, in relazione alla domanda, non può che essere di stabilizzazione dell’attuale precariato, e di un piano straordinario di assunzione. Per noi le assunzioni non possono essere a progetto, magari legate al Recovery Plan, ma servono per fare in modo che il pubblico garantisca, stabilmente e in termini universali, i servizi ai cittadini che solo in caso di necessità dovrebbero essere affidati, in termini di sussidiarietà, ai privati. Sempre però in una logica di governo e programmazione affidata al pubblico.

2 commenti su “Da “fannulloni” a protagonisti del rinnovamento”

  1. Giuliano Pennacchio

    La digitalizzazione e la modernizzazione della pubblica amministrazione stanno dentro ad una delle missioni nel PNRR. Si punta ad un a salto di qualità della PA, attraverso la trasformazione digitale del settore pubblico e una sua conseguente riforma strutturale. Gli interventi proposti coniugano investimenti in nuove dotazioni e servizi a importanti interventi nell’organizzazione e nella dotazione di capitale umano della PA. Questo è il presupposto per traghettare il lavoro del pubblico verso nuove frontiere.
    Nel merito dell’intervista sono del parere che i sindacati confederali, e la CGIL in particolare, debbano raccogliere l’opportunità del PNRR per mettere in campo cambiamenti su questioni strutturali. Il lavoro pubblico è debole rispetto alla capacità di erogare servizi e precario in molti suoi ambiti.
    L’esempio lampante sono le migliaia di lavoratori stabilizzati dalle PA nel corso degli ultimi vent’anni e provenienti dai lavori socialmente utili. Per loro si pone la questione di quale contribuzione pensionistica è stata versata nel corso del tempo. I lavoratori pubblichi, inoltre, sono dei veri e propri finanziatori del bilancio dello Stato a causa del fatto che attendono fino a trenta mesi per riuscire ad avere le loro liquidazioni.
    Da qui bisogna partire: dalla necessita d’innovare il lavoro pubblico, per approdare, poi, a garanzie certe per i lavoratori. Solo in questo modo si potrà immaginare il lavoro del futuro nella PA.

  2. Maddalena Marselli

    É vero che la modernizzazione della Pubblica Amministrazione é uno degli obiettivi del PNRR e dunque finanziato ma occorrerebbe mettere mano anche alla Riforma Fiscale perché non é concepibile che i lavoratori pubblici sovvenzionino di tasca loro le erogazioni di servizi per tuti i cittadini. Con i politici che ci ritroviamo sará mai possibile?

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