Chi insidia la corretta informazione?

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“D’ora in poi per rispetto dell’informazione e dei cittadini che seguono da casa chiediamo che i nostri portavoce, ospiti in trasmissioni televisive, siano messi in condizione di poter esprimere i propri concetti senza interruzioni per il tempo che il conduttore vorrà loro concedere, e con uguali regole per il diritto di replica che dovrà sempre essere accordato”….”Chiediamo che i nostri portavoce siano inquadrati in modalità singola, senza stacchi sugli altri ospiti presenti o sulle calzature indossate affinché l’attenzione possa giustamente focalizzarsi sui concetti da loro espressi” Queste parole, riportate nel blog di Beppe Grillo, hanno suscitato le proteste più o meno divertite, più o meno sarcastiche, di numerosi commentatori politici e di giornalisti in generale, perché sono state lette come una limitazione alla libertà di informazione: interpretazione del tutto fuori luogo perché le osservazioni di Grillo, una volta tanto moderate nel tono (forse da qualche collaboratore meno esuberante del comico genovese), sono quanto mai calzanti se applicate, come lui stesso chiarisce, alle trasmissioni televisive.

Come non concordare con chi teme comportamenti scorretti da parte di conduttori che interrompono regolarmente, nascondendosi spesso dietro l’incombenza della pubblicità, chi tenta di argomentare un’opinione, cosa che richiede a volte qualche manciata di secondi in più? Come non condannare le inquadrature dei volti di chi dissente da quanto l’intervistato va dicendo? Oppure il dirottamento delle camere verso particolari che possono distrarre dall’ascolto se non addirittura mettere in ridicolo qualche aspetto di chi sta parlando? E cosa dire delle repliche, spesso negate pretestuosamente, non si sa se per ragioni di tempo o per cos’altro?

Tutte queste intemperanze non sono casuali, come più volte abbiamo denunciato da queste pagine, ma il risultato di un disegno preordinato per tenere alta la tensione del confronto attraverso un aspro contraddittorio che non di rado sfocia in rissa verbale. Lo scopo è quello di elevare l’indice di ascolto ma l’esito è quello di favorire chi si esprime per slogan gridati e ripetuti, rispetto a chi vuole argomentare la propria opinione.

Che la confusione sia intenzionale è dimostrato da fatti obiettivi. Al programma di approfondimento (sic!) “Di Martedì” il conduttore Giovanni Floris invita mediamente una ventina di ospiti. In una delle più recenti puntate abbiamo contato la presenza di 5 politici, 3 virologhe, 3 docenti universitari, 1 sindacalista, 1 direttore di musei, 7 giornalisti (o presunti tali) e 1 sondaggista (il povero, incolpevole Pagnoncelli con le sue tabelle). Alla confusione che ne è derivata, dalla quale si sono sottratte soltanto le virologhe, che hanno avuto ciascuna il suo spazio, occorre aggiungere l’invadenza di Floris che interrompeva le risposte in corso, com’è suo pessimo costume, imponendo nuove domande insinuanti e capziose, fatte apposta per innescare polemiche.

In realtà la maggioranza dei talk show non si discosta molto dallo standard di Floris. E meno male che la pandemia ci sta sottraendo allo strazio degli applausi del pubblico in sala, non si sa se a comando oppure per la presenza organizzata di vere e proprie “claques” a pagamento, come si usa per gli spettacoli teatrali. La conseguenza più grave del clima di confusione che, applausi a parte, domina tuttora in molti talk show è lo sdoganamento di falsità non smentite che raggiungono gli spettatori condizionandone l’opinione, anche politica, con le conseguenze elettorali che ben conosciamo.

Eppure fatichiamo a pensare che i conduttori ai quali stiamo alludendo siano elettori di destra così come lo sono, scopertamente, ben altri ospiti fissi. E quindi, essendo inimmaginabile che non siano consapevoli del vantaggio che il loro modo di gestire i talk show offre ai loro avversari, notoriamente più ferrati nella tecnica dell’aggressione e della denigrazione, dobbiamo ritenere che l’incremento dell’audience sia per loro l’obiettivo prioritario.

Se le così stanno così, non sorprende che tanti giornalisti diano a vedere di non essersi accorti di tutto questo e che alcuni di loro abbiano dileggiato le osservazioni critiche di Grillo. Forse è perché molti di loro occupano stabilmente gli schermi televisivi saltabeccando da un emittente all’altra e traendone qualche soddisfazione anche professionale. Ma intanto è certo che quelli ai quali tutto l’ambaradan calza a pennello sono gli pseudo-giornalisti, iscritti all’ordine ma ben lontani dall’applicarne il decalogo. Tra quelli che hanno accolto con disprezzo l’iniziativa di Grillo ce ne sono alcuni che non hanno alle spalle alcuna attività realmente giornalistica ma provengono semplicemente dalla lettura dei telegiornali, quelli che il mitico critico televisivo dell’Espresso, Sergio Saviane, definì “mezzibusti” con riferimento al fatto che ne conoscevamo solo la metà superiore, quella che appariva sugli schermi. E suscita non poca meraviglia l’indifferenza con la quale l’hanno accolta i partiti meno attrezzati allo scontro verbale. Anche perché una certa insofferenza al sistema comincia a manifestarsi in termini più definiti: ne ha recentemente scritto anche Michele Serra su Repubblica mentre il nostro direttore, Achille Aveta, in un recente articolo osservava, fotografando perfettamente la situazione: «Sembra che la via del consenso (audience n.d.r.) sia lastricata di pettegolezzi, applausi a comando, offese gratuite, assenza di argomentazioni», concludendo con l’invito ad un “sano boicottaggio” di questi programmi e dell’offerta televisiva in generale. Raccogliamo in qualche maniera questo auspicio che richiede però l’individuazione degli strumenti più idonei e anche la fissazione di obiettivi più mirati, tentando di salvare quel poco di buono che ancora si vede in TV. Ma, nel frattempo, interroghiamoci su chi realmente attenta alla corretta informazione degli italiani.

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