La teatralità barocca: “La scandalosa”

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Complesso degli Incurabili di Napoli – La facciata della farmacia e di una delle chiese (Fonte: Wikimedia Commons).

Raccontare Napoli è difficile. Quasi impossibile non cadere nei soliti cliché di bellezza e dannazione. Nell’immaginario Napoli è “il paradiso abitato da diavoli” (Croce); eppure non è stato sempre così. Secondo lo storico inglese Danis Mahon il cambiamento in peggio del giudizio generale sulla popolazione partenopea sarebbe iniziato col dominio spagnolo nel XVI secolo. Gli oltre duecento anni di occupazione avrebbero contributo a contaminare, culturalmente e irrimediabilmente, i napoletani. L’insediamento delle truppe militari, il loro trapianto forzato nel cuore della città (la creazione degli acquartieramenti spagnoli) avrebbero iniettato “sangue nero nel ventre” di Napoli. Quindi, la fede spinta ai limiti della superstizione, il gioco d’azzardo, lo spergiuro, la prevaricazione e la spacconaggine sarebbero attributi ereditati dai membri della Invecible y Gloriosa Armada. Non solo, la numerosa presenza di uomini soli in cerca di “dolce compagnia” spiegherebbe anche l’aumento esponenziale del numero di donne che si dettero al meretricio.
Se queste sono ipotesi storiche, la realtà dei fatti ci racconta di una popolazione ridotta allo stremo da una pressione fiscale insostenibile, dei terremoti e delle eruzioni frequenti del Vesuvio, della peste e di un’altra piaga, la sifilide. Molti enti assistenziali, ecclesiastici e laici, facevano da contraltare per alleviare le pene fisiche e morali del popolo; uno di questi fu la Congregazione dei Bianchi della Giustizia, fondata dal francescano san Giacomo della Marca nella seconda metà del Quattrocento, col compito di confortare i condannati a morte, disporne funerali e le messe di suffragio, nonché di assistere le famiglie dei condannati stessi, salvaguardandone la prole. La confraternita deve il suo nome al saio con cappuccio bianco indossato dai confratelli nello svolgimento del proprio ufficio consolatorio.
La sede di questa confraternita, la chiesa di santa Maria Assunta dei Bianchi, esiste ancora oggi, ed è inglobata nel cortile del complesso ospedaliero di “Santa Maria del Popolo degli Incurabili”. I locali sono un prezioso scrigno barocco ed ospitano un pregevole campionario di opere d’arte, che spazia dalla pittura alla scultura passando per l’ebanisteria lignea e l’intarsio marmoreo. Un altro gioiello è costituito dall’archivio che registra le esecuzioni capitali e ci racconta di 4.000 vite, passate sotto la scure del boia alla Vicaria o sui patiboli di Piazza Mercato, in oltre 300 anni di attività. Vi si possono ammirare anche oggetti personali appartenuti ai condannati a morte e le corde usate per le impiccagioni (requisite alla fine di ogni esecuzione per non consentire al popolo di ricavarne “blasfemi amuleti” e farne commercio). Ma l’opera che ha più colpito i visitatori di tutti i tempi (da Goethe a Salvatore Di Giacomo, da Canova a Wagner) è l’impressionate statua conosciuta con il nome de “La scandalosa”.

La Scandalosa (Fonte: https://cosedinapoli.com)

L’opera in cera rappresenta, con vivido ed impressionante realismo, gli effetti devastanti della sifilide sul volto di una giovane ragazza; si aggiungono a questi i primi segni del disfacimento post mortem, gli insetti necrofagi ed i ratti. Raccapricciante “memento mori” tipicamente barocco. Ci racconta il canonico Celano (storico dell’arte sacra napoletana vissuto nel XVII secolo) che questa statua venisse mostrata alle “giovani pericolanti” (le ragazze figlie dei condannati, che per fame o miseria potevano pensare alla prostituzione come una forma facile per sopravvivere) come monito e come deterrente: una forma di “pubblicità progresso” del passato.

“La scandalosa” si credeva fosse di autore ignoto, ma recenti studi ne hanno attribuito la paternità artistica al gesuita e inventore della ceroplastica anatomica Gaetano Zurlo o alla sua allieva napoletana Caterina de Julianis. Verso la metà del seicento, infatti, si diffuse l’uso di realizzare modelli di studio sul corpo umano non più trattando clandestinamente la dissezione dei cadaveri (oltretutto vietata) ma usando appunto la cera. Questo metodo, nato per evitare “lo scempio sui cadaveri”, risultava essere molto apprezzato in quanto riusciva a dare opere di un realismo eccezionale aggiungendovi quel tocco di teatralità e di tensione drammatica tipica del pensiero barocco. L’uomo credutosi centro dell’universo nell’epoca rinascimentale deve pagare dazio all’ ineluttabile. La cultura barocca svela un sentimento tragico del tempo percepito e raffigurato come un percorso inesorabile verso la morte; la fugacità della vita intesa come istante, non sollecita il senso vitale dell’esistenza, ma agisce da monito costante e invita ad una sorta di contemplazione lugubre del memento mori.

L’artista, “che ha per fin la meraviglia”, è chiamato quindi, attraverso la funzione pedagogica della sua opera, a mettere in scena stati d’animo estremizzandoli: macabri o meravigliosi che siano, servono per inspirare in chi guarda orrore o stupore, facendo leva sul sentimento di “pietas humana” tanto caro ai dettami della controriforma ecclesiastica. In conclusione a Napoli va in scena la morte…

3 commenti su “La teatralità barocca: “La scandalosa””

  1. Alfredo De Vita

    Articolo degno del suo autore, descrizione storica esemplare, riflessioni dell’autore degne di un vero esperto della storia di Napoli e di eccelso critico d’arte. Complimenti.

  2. ADRIANO FERRARA

    Mi piacerebbe sapere se quest’opera sia o possa comunque ritornare visibile. Io ebbi la fortuna di ammirarla negli anni 70 in occasione della mostra “Civiltà del ‘600 a Napoli” curata da Raffaello Causa. E’ di un impatto emotivo sconvolgente!

    1. Antonio Nacarlo

      Buon giorno e grazie per il commento innanzitutto, la risposta alla sua domanda è si; l’Associazione ” Il faro di Ippocrate” cure le visite alla Chiesa dei bianchi della giustizia. Per Contatti e prenotazioni: info@ilfarodippocrate.it – 081440647

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