Le carceri dell’Ecuador bruciano

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Celle vuote della prigione di El Turi (foto di www.unspalsh.com)

Mentre l’Ecuador aspetta di sapere chi sarà il suo prossimo Presidente tra Arauz e Lasso, le carceri del Paese andino vanno a fuoco, ribollono di proteste tra bande criminali e il bilancio è raccapricciante: 79 prigionieri morti. Il racconto di quanto accaduto martedì 23 febbraio ha dell’incredibile, le rivolte sono scoppiate simultaneamente in tre penitenziari del Paese: Guayaquil, El Turi e Cotopaxi. Con attacchi simultanei i rivoltosi hanno aperto le sbarre con motoseghe e altri strumenti per correre nei diversi padiglioni e uccidere brutalmente personaggi legati a bande rivali.

Come ci sia entrata una motosega in un carcere questo è ancora da verificare, ma entrambi i candidati alla Presidenza si sono scagliati contro la gestione scellerata di Lenin Moreno che durante i suoi mandati ha letteralmente venduto i penitenziari di Stato in mani private. Il risultato è stato regalare alla criminalità organizzata l’occasione di corrompere più facilmente secondini e in molti casi anche direttori. Mentre il presidente Moreno dà la colpa “alla mafia”, il candidato di Sinistra/correìsta Arauz, in una sua intervista al giornale argentino pagina12., ricorda com’era invece la gestione dei penitenziari da parte di Rafael Correa: “Durante il governo dell’ex Presidente Correa esisteva un incontro settimanale in cui si analizzava la situazione carceraria. Si riunivano membri dell’esercito, direttori dei penitenziari, politici e altri membri della sicurezza nazionale”. Un modo per sottolineare le colpe di Moreno che già a dicembre scorso aveva chiuso gli occhi dinnanzi ad un problema che si sapeva potesse tornare a bussare. Infatti proprio a Natale scorso la situazione iniziò a precipitare con l’assassinio di José Luis Zambrano, alias “Rasquiña”, il presunto capo della banda chiamata Los Choneros. Da allora è stato fatto poco o nulla per prevenire la catastrofe. Sempre ad agosto scorso il presidente Lenin Moreno aveva lanciato lo stato di allerta per la situazione nelle carceri dopo la morte di 9 detenuti, due di loro morti carbonizzati a seguito di uno scontro interno.

Una situazione che spaventa le organizzazioni per i diritti umani in Ecuador che non si astengono dal criticare le non misure prese dal Governo, evidenziando che quest’ultimo ha provato a giustificarsi semplicemente incolpando le organizzazioni mafiose che regnano nei penitenziari. Intanto le scene cruente dei massacri sono state riprese da altri detenuti che, dotati di smartphone, hanno immortalato gli omicidi. I video hanno fatto il giro del Paese inorridendo la popolazione.

I familiari delle vittime intanto si riuniscono fuori le mura delle prigioni per protestare contro una catastrofe annunciata. Molte mogli e molti figli raccontano le telefonate strazianti avvenute con i loro cari all’interno, che, consci di rischiare la vita, si lasciavano andare a disperate richieste di aiuto. Intanto, secondo le autorità, gli omicidi sono avvenuti per la spartizione delle aree di traffico di droga, contese tra le varie bande.

L’Ecuador in un momento di profonda crisi politica è caduto in una spirale di violenza in cui non c’è nessuno che faccia da garante per la democrazia. Non solo le carceri ma anche le rivolte delle comunità indigene, scoppiate durante queste ultime settimane di elezioni, la dicono lunga sull’insofferenza del tessuto sociale oramai lacerato. Una pentola a pressione che sta per esplodere; oramai nel Paese le critiche a Moreno non si contano più e anche la credibilità del FMI viene meno, in quanto garante di questa figura politica oramai al capolinea della sua carriera politica. Negli ultimi anni l’Ecuador è entrato tra i paradisi della droga del continente, insieme a Colombia e Perù, per lo smercio di cocaina. Molti dei detenuti del Paese scontano condanne legate a questo reato; come cresce il sovraffollamento nelle carceri, così cresce anche la quantità di cocaina venduta e commercializzata dentro e fuori il Paese. Tra ballottaggi politici truccati, una pandemia che ha distrutto il sistema sanitario, comunità indigene che fremono per conquistare maggiore dignità nel Paese e rivolte nelle carceri, ci auguriamo un futuro migliore per l’Ecuador e che i venti delle Ande possano portare uno spiraglio di democrazia alla sua popolazione.

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