Navalny non più “prigioniero di coscienza”

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Ha fatto molto discutere la decisione di Amnesty International di ritirare lo status di “prigioniero di coscienza” per Alexéi Navalny. La notizia è stata riportata dal giornalista Aaron Matè dopo aver ricevuto una e-mail dall’organizzazione per i diritti umani in cui si spiegava ed annunciava la propria decisione.

Ma facciamo un passo indietro: Navalny, considerato uno dei più accaniti oppositori del presidente russo Putin ed attivista anti-corruzione, dopo un tentativo di avvelenamento era scappato in Germania per sottoporsi a cure mediche e, dopo 5 mesi, il 17 gennaio scorso è rientrato nel suo Paese, venendo subito arrestato al suo arrivo in aeroporto e condannato a 2 anni ed 8 mesi di carcere.

Amnesty International, la più grande organizzazione per la difesa dei diritti umani nel mondo, aveva attribuito a Navalny lo status di “prigioniero di coscienza” e posto in essere una campagna per la sua scarcerazione. La definizione di “prigioniero di coscienza” fu ideata nel 1961, “con la decisione di occuparsi di coloro che erano stati arrestati o condannati unicamente per aver esercitato la loro libertà di opinione, credo o coscienza, con la clausola ben precisa che escludeva atti di violenza o di istigazione alla violenza“.

Il nodo risiede proprio in quest’ultimo punto: agli inizi degli anni 2000 Navalny aveva fatto numerose dichiarazioni discriminatorie che non ha mai smentito, non solo appoggiando visioni xenofobe nei confronti degli immigrati e degli abitanti del Caucaso, definendoli “scarafaggi e roditori”, ma era responsabile anche di numerose dichiarazioni d’odio e di incitamento alla violenza, fatte nel corso degli anni, suggerendo di utilizzare armi e metodi violenti. Nel 2017, ed anche nel 2020, Navalny dichiarò di non essersi pentito di queste dichiarazioni, definendole come “licenze artistiche”.

A questo punto, Amnesty International ha affermato di non poterlo considerare più un “prigioniero di coscienza” con la motivazione che le sue dichiarazioni e la sua difesa della violenza e della xenofobia sono contro i principi dell’Organizzazione. Allo stesso tempo, però, ha assicurato che continuerà a battersi per il suo rilascio, presentando al governo russo l’appello firmato da più di 200.000 persone per la sua scarcerazione.

Tutte le persone vanno difese a prescindere dal proprio orientamento politico e bisogna garantire lo stesso trattamento a tutti, eppure non può di certo sorprendere questa decisione, poiché le pressioni per il rilascio di Navalny continueranno ad essere esercitate per la campagna a favore della sua scarcerazione, ma la coerenza dell’Organizzazione per tutelare i valori alla base della sua nascita è più che lecita.

Proprio perché l’impegno di Amnesty International è rivolto contro ogni ingiuria ai valori fondanti delle lotte per i diritti civili e umani, contro l’odio e la discriminazione, sarebbe stato sorprendente assistere all’indifferenza di questa apprezzata Organizzazione di fronte alle dichiarazioni e alle precedenti azioni di Navalny, soprattutto se confermate e non ritrattate da quest’ultimo. Lo status di “prigioniero di coscienza” è molto specifico ma anche profondamente mutevole a seconda delle circostanze che si presentano: nulla esclude che, se dovesse essere lui stesso a ritrattare queste dichiarazioni, Amnesty potrebbe tenere in considerazione il suo reinserimento in questo status.

Qualcuno griderà al politically correct, alla forma invece che alla sostanza, e via dicendo. Ma, così come è sacrosanto che le battaglie a favore dei diritti non abbiano bandiere o orientamento politico, è allo stesso tempo vero che non si possono contraddire i valori stessi per cui si lotta né si possono portare avanti battaglie per la tutela dalle discriminazioni, dalla violenza, dal razzismo per poi definire “prigioniero di coscienza” chi fa l’esatto opposto.

La protezione della vita e della libertà di un essere umano non passa per ideologie o schieramenti, ma è importante in questo momento avere chiaro cosa significhi essere un “prigioniero di coscienza”. Ciò non toglie che la lotta per la sua scarcerazione sarà comunque portata avanti in modo imparziale ed ugualmente pressante, così come tante altre cause portate avanti dall’Organizzazione. Che non si faccia mai di nessuno vittima o carnefice, che anzi si combatta per tutelare la dignità dell’essere umano e la giustizia delle cause, ma allo stesso tempo che si tengano presenti i canoni entro cui certe azioni sono portate avanti, per non rischiare di perdere di vista i valori morali che, purtroppo, nel delicato momento storico che stiamo vivendo sembra eclissarsi sempre più.

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