Il dinamismo spagnolo

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Manifestanti nelle strade di Barcellona (foto di www.unsplash.com)

La Spagna è quel Paese che nell’immaginario collettivo sembra esser un piccolo paradiso in una Europa rigida e guidata esclusivamente dalle leggi del duro lavoro. Un Paese noto per il Programma Erasmus, i viaggi quasi esotici, celebrato per l’apertura verso le unioni civili, insomma un luogo liberale e fortemente democratico. Tutto vero o quasi: la Spagna inizia a vedere la luce in fondo al tunnel solo il 20 novembre del 1975 con la morte del Caudillo, il dittatore Francisco Franco, la cui scomparsa apre agli spagnoli la strada al processo democratico.

Ancora oggi gli spagnoli continuano a fare i conti con un passato oscuro, c’è ancora chi si batte per l’apertura delle fosse comuni per ritrovare i propri cari occultati durante la dittatura, c’è anche chi nota come personaggi di quegli anni amari sotto Franco si siano insediati bene nelle “alte istituzioni” del Paese. Negli ultimi giorni ha fatto discutere la vicenda del rapper Pablo Rivadulla Duró, meglio conosciuto come Pablo Hasél, cantante catalano che a causa dei suoi testi contro la Corona e le istituzioni è stato condannato a nove mesi di carcere. Reato di opinione è quello di cui è stato accusato. La Spagna, come d’altronde il resto del mondo, quest’anno è stata sconvolta dalla pandemia, ma a ciò si somma un forte dinamismo politico. La questione del rapper può, seppur marginalmente, allontanare ancor di più Madrid da Barcellona. Proprio in Catalogna la scorsa settimana ci sono state le elezioni per il rinnovo del parlamento, che hanno visto Sinistra repubblicana della Catalogna (ERC) conquistare il 21,3 per cento dei voti e 33 seggi; la coalizione di centro destra Junts ha ottenuto il 20 per cento dei voti e 32 seggi; infine Candidatura popolare unita (CUP), ovvero la sinistra antagonista, ha ottenuto il 6,6 per cento dei voti e 9 seggi. Stranamente l’astensione è stata tra le più alte della storia della Catalogna ma in questo caso la pandemia ha influito non poco.

Nonostante i partiti siano molto diversi tra loro, il messaggio di queste elezioni è chiaro: il sentimento di indipendenza da Madrid aumenta di anno in anno. Però l’ago della bilancia è rappresentato dai partiti di estrema destra, nello specifico c’è stato l’esordio nel parlamento catalano dell’ultra destra rappresentata da VOX, che ha ottenuto 11 seggi. La monarchia con i suoi scandali non aiuta la stabilità del Paese; come riferisce anche ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale): “Secondo un sondaggio condotto dal gruppo Platform for Independent Media dopo l’autoesilio del re, solo il 35% dei rispondenti vorrebbe mantenere la monarchia in Spagna, mentre il 41% preferirebbe la repubblica”. Azzardare che la Spagna sia in procinto di attivare un percorso di transizione dalla Monarchia alla Repubblica sembra fantapolitica. Ciò che però accende la spia rossa per la monarchia sono i sentimenti di molti giovani che vedono questa forma di governo anacronistica in un Paese che ha forti spinte innovatrici e in cui si disegnano scenari che vanno dalle sinistre antagoniste ai partiti di estrema destra.

Intanto andando controcorrente con la situazione nel Paese, proprio oggi il re Filippo VI ha elogiato la fermezza e l’autorità di suo padre Juan Carlos I durante il tentato golpe di 40 anni fa, conosciuto come 23-F, propugnato da alcuni comandanti militari spagnoli. Celebrando così la democrazia, il re si è espresso per la prima volta pubblicamente dopo la sua fuga di agosto scorso, quando era al centro degli scandali di corruzione che lo vedevano coinvolto. Per il momento da appassionati di politica non ci resta che seguire il dinamismo che caratterizza la situazione spagnola.

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