Quale trasformismo?

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Scorcio dell’emiciclo della Camera dei Deputati

Molti mettono oggi in discussione l’art. 67 della Costituzione italiana che testualmente recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.»

L’istituzione del vincolo di mandato dei parlamentari è un cavallo di battaglia del M5S insieme alla riduzione del numero dei parlamentari nonché alla decurtazione del loro trattamento economico. Gli ultimi due traguardi sono stati raggiunti e tutti e tre insieme convergono nell’obiettivo di limitare quella che i pentastellati considerano, non sempre a torto, un’area privilegiata sia nel numero di chi vi partecipa sia negli emolumenti corrisposti sia, infine, nel potenziale vantaggio derivante dal cosiddetto “cambio di casacca” cioè dall’abbandono del partito di origine per passare ad altra formazione.

Su quest’ultima opportunità sono puntati gli occhi di quanti hanno assistito negli ultimi vent’anni a numerosi di questi passaggi al nemico o tradimenti che dir si voglia, per lo più dai partiti di opposizione a quelli di governo. Non sono mancati peraltro i passaggi di segno opposto e non ci riferiamo ovviamente all’ultimo voltafaccia di Renzi, che è di tutt’altra natura.

Per affrontare correttamente il problema è essenziale considerare che l’art. 49 della Costituzione assegna ai partiti un ruolo funzionale all’esercizio del diritto dei cittadini di concorrere a determinare la politica nazionale.

In questa cornice l’assenza del vincolo di mandato voleva, nelle intenzioni dei padri costituenti, limitare il potere dei partiti in favore dell’assoluta libertà di ciascun parlamentare di concorrere alla politica nazionale rispondendone soltanto alla propria coscienza e ai cittadini che lo avevano eletto in base non solo alla sua appartenenza ad un partito ma anche alle sue qualità personali, probabilmente note nel collegio elettorale in cui si presentava, corrispondente in linea di massima alla sede delle sue attività. Una volta eletto in virtù delle preferenze raccolte, il parlamentare rimaneva in linea generale fedele alle idee e al programma del partito politico che gli aveva fatto posto nella lista.

In questo scenario ogni comportamento difforme poteva essere “punito” soltanto con l’esclusione dalle successive elezioni o, al limite, con l’espulsione dal partito e non certo con la decadenza dalla carica. Le scelte poco ortodosse venivano semmai giudicate dagli elettori: se gli scostamenti dalla linea del partito di appartenenza apparivano giustificabili, in quanto semplici divergenze politiche, il parlamentare veniva con ogni probabilità sollevato da ogni sospetto. Se viceversa venivano imputate a interessi personali, gli elettori lo avrebbero degradato al rango di opportunista, non lo avrebbero rieletto e la sua carriera politica sarebbe finita lì. Questo naturalmente in linea teorica perché non sempre e non tutti gli elettori avevano conoscenza diretta dei candidati e dei loro comportamenti. Quindi non mancavano né i casi di corruzione né quelli di indebita rielezione.

Oggi il quadro sembra palesemente peggiorato, la corruzione dilaga e quindi anche i cambi di casacca vengono collegati a percorsi corruttivi o quanto meno di convenienza personale. Il controllo da parte degli elettori non può essere esercitato perché spesso non c’è alcuna relazione di conoscenza tra gli elettori e i candidati, imposti nei collegi elettorali, in liste bloccate, secondo le convenienze delle segreterie di partito. E quindi ogni loro eventuale malefatta, in esse compresi anche eventuali “cambi di casacca”, non cade sotto il “controllo sociale” degli elettori. La sfiducia che ne deriva provoca quindi reazioni comprensibili come, per l’appunto, quelle che spingono all’introduzione del vincolo di mandato, che dovrebbe miracolosamente sconfiggere il trasformismo cronico di noi italiani.

Quelli che la sostengono propongono che la sua violazione debba comportare la decadenza dalla carica, così inasprendo brutalmente ciò che già avviene nel M5S dove il solo, occasionale dissenso viene sanzionato con multe pecuniarie o addirittura con l’espulsione.

Ma è lecito domandarsi: questi ingenui moralisti si sono mai chiesti quale sia la ratio della norma che lascia libero ciascun parlamentare di svolgere la propria attività senza alcun vincolo di mandato? Sono consapevoli che in caso contrario i parlamentari dovrebbero adeguare le loro scelte alle indicazioni del partito per non incorrere nella decadenza dalla carica? E ciò anche in caso di decisioni di importanza vitale (si pensi alla partecipazione a conflitti militari o a circostanze eccezionali come una pandemia)? Sarebbe avvilente che 400 deputati e 200 senatori dovessero ridursi a null’altro che pedine mosse sulla scacchiera dalle decisioni dei giocatori, cioè delle segreterie dei partiti, sempreché questi non fossero nelle mani di un leader unico, come spesso è capitato di vedere negli ultimi tempi. Chi può dimenticare lo spettacolo degradante dei parlamentari di Forza Italia che protestavano compatti a Milano sotto il Palazzo di Giustizia in difesa del loro specchiato ma perseguitato presidente? Se riflettessero su questi aspetti del problema capirebbero perché proprio Berlusconi anni addietro ebbe a dire che per prendere decisioni e approvare leggi non c’era bisogno del Parlamento ma bastava un accordo tra i capipartito.

Ogni limitazione alla libertà di voto dei nostri rappresentanti eletti è dunque una picconata alla centralità del Parlamento voluta dai padri costituenti. Paradossalmente, però, mentre questa prospettiva rientra nei propositi del M5S, volti a sterilizzare Camera e Senato dalla contaminazione del malcostume, il Movimento, come si è detto, ha assoggettato la libertà dei suoi rappresentanti agli umori di una ristretta platea di iscritti, la piattaforma Rousseau, gestita, per giunta in maniera privatistica, dalla Casaleggio Associati. Non si accorgono i soloni del Movimento (e qui risiede l’ingenuità a cui accennavamo) che l’istituzione del vincolo di mandato consegnerebbe senatori e deputati all’arbitrio dei partiti rafforzandone il ruolo in maniera del tutto opposta non solo alla Costituzione ma anche ai tanto sbandierati propositi di ridimensionarli: caso estremo di eterogenesi dei fini!

La verità è che i cambi di casacca sono eventi originati dalle più disparate motivazioni: ideologiche, di dissenso, di calcolo politico, di opportunismo, di corruzione. Il fenomeno potrebbe soltanto essere ridotto ripristinando le preferenze nell’espressione del voto e riattivando quindi quel rapporto tra gli elettori e gli eletti di cui si diceva sopra. Ma rispetto alla totale sudditanza dei parlamentari ai partiti di appartenenza, che in parte abbiamo già sperimentato grazie alle liste bloccate ed alle candidature plurime, i cambi di casacca sono il male minore.  

Del resto i partiti e lo stesso Movimento che condannano il trasformismo ne hanno messo in atto la forma più sfacciata che si possa immaginare: il cambio di casacca di intere formazioni politiche. Gli esempi più cospicui e recenti sono la conversione all’europeismo della Lega nel giro di 48 ore, ma anche la duttilità dello stesso M5S, una sorta di Zelig della politica italiana, che, partito dall’esclusione pudibonda di qualunque unione, si è poi piegato a tutte le proposte di matrimonio e oggi è già al terzo marito.

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