Renato Brunetta

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Il ministro Brunetta – Elaborazione grafica di Felice Zinno

Con un brivido ci torna alla memoria la frase “i dipendenti fannulloni vanno semplicemente licenziati”, pronunciata nel 2008 da Renato Brunetta, allora ministro dell’Innovazione e della Funzione Pubblica ed oggi ministro della Pubblica amministrazione. A lui il merito di aver aperto la stagione della caccia alle streghe tra i dipendenti pubblici, che minò alla base la stessa solidarietà tra i lavoratori, pubblici e privati, aprendo la strada alla privatizzazione dei servizi, alla loro esternalizzazione e all’aumentato a dismisura di rapporti di lavoro precari. Draghi ci ha regalato il ritorno a palazzo Vidoni, dopo 13 anni, del responsabile economico di Forza Italia, parlamentare europeo dal 1999 e deputato dal 2008, professore di economia del lavoro.

Brunetta è stato l’artefice della riforma nota come “Terza riforma del pubblico impiego” (d.lgs.27 ottobre 2009, n.150). Un corpo normativo che è andato a modificare in modo significativo la disciplina del lavoro pubblico (d.lgs. 30 marzo 2001, n.165) il cui impianto fu strutturato da Massimo D’Antona, ucciso nel 1999 dalle Brigate Rosse.

Il senso di quella riforma è sintetizzato nell’art.1, che sottrae alla contrattazione l’organizzazione e l’orario del lavoro, affidando un potere decisionale unilaterale alla dirigenza. La contrattazione è ridotta a un dovere di informazione da trasmettere alle organizzazioni sindacali che però possono solo prenderne atto.

Il vecchio nuovo Ministro si sbizzarrì introducendo il concetto di “performance”, concretizzatosi con la comparsa di pagelline dei dipendenti suddivisi in tre fasce di merito. Il paradosso è che un dirigente può dare giudizi negativi sui dipendenti della struttura a lui affidata e poi riconoscersi un merito nel raggiungimento dei risultati: ai dipendenti si tolgono potenzialmente soldi, si pregiudica la carriera e i dirigenti si auto premiano, con sostanziosi compensi, per aver raggiunto miracolosamente gli obiettivi a loro affidati.

Brunetta rientra nella lista dei ministri della Repubblica che hanno generato conflitto sociale. A lui il pessimo merito di aver delegittimato la funzione sociale e il valore della funzione pubblica, che proprio in periodo di crisi è stato chiesto di ricostruire e rilanciare.

Dalla sua riforma tante sono state le lotte sindacali, le ore di sciopero, i ricorsi ai tribunali, per modificare quell’impianto normativo. Un percorso faticoso che ha incontrato tanti ostacoli perché in fondo la campagna denigratoria di Brunetta aveva avuto successo, ma soprattutto perché modificare la sua riforma implica aprire il capitolo sulla valutazione dei dirigenti pubblici e la partita sul ruolo e la funzione delle pubbliche amministrazioni che, è noto, tutti dicono di voler riformare ma in fondo si lavora per distruggerle, per affidare servizi e funzioni a strutture private.  

Il Governo Draghi doveva essere il governo dei migliori. Bisogna ancora capire i migliori a fare cosa e la presenza di Brunetta ci inquieta.

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