Se la politica cede il passo alla finanza

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Indicazione stradale di Wall Street (foto di www.unsplash.com)

Non chiamatela più politica, perché quella che viviamo oggi è finanza applicata ai governi. Forse il titolo è provocatorio o forse rappresenta un nuovo scenario che si sta delineando negli ultimi anni, ma il concetto novecentesco di politica e quindi di partiti e di rappresentanza appare tramontato. Le vicende italiane delle ultime settimane sono indicative in tal senso: ancora una volta abbiamo una classe politica commissariata, in sostituzione un uomo preparato come Mario Draghi. Preparato però per la politica o per la finanza? Beh, la differenza è abissale perché le parole sono importanti e anche le radici delle stesse.

Come tutti sanno il termine politica viene dal greco polis, il bene comune, un’entità sociale ed economica ma con concetti e valori etico-morali. La politica intesa come un organismo che dà l’esempio e che tutela i singoli individui che formano una società. Il polites, come lo chiamavano i greci, ovvero il cittadino si sente ancora coinvolto nella gestione della cosa pubblica? Pare proprio che la risposta debba essere negativa e nessun politically correct potrà nascondere che la politica oggi è distante dai cittadini perché dal potere politico l’asse si è spostato sempre più verso il potere finanziario dove a dettare le leggi del mercato, come i trend da seguire, sono le multinazionali e i pochi grandi paperoni che continuano a registrare guadagni megagalattici. Un arricchimento personale sulle spalle di una grossa comunità chiamata mondo.

Ma se i greci e i loro concetti ci sembrano troppo ammuffiti, ritorniamo ai giorni nostri: quello che ci caratterizza in questo concetto teorizzato come “democrazia” è il voto, ovvero la partecipazione del cittadino alla politica del proprio Paese attraverso l’elezione di membri che li rappresentino. Dagli anni ‘80 sino ad oggi abbiamo assistito ad un calo partecipativo, sempre meno persone si recano alle urne, sempre più persone esprimono i famosi “voti di protesta”. Il problema vero è che tanti cittadini non si sentono rappresentati da nessuno e finiscono con lo scegliere il “meno peggio”. La finanza internazionale orienta le scelte politiche e il potere è trattenuto nelle mani delle grandi multinazionali, che scelgono l’importanza e il valore di un bene sul mercato. E in tutto questo i politici dei nostri governi hanno sempre meno potere nel contrastare questo fenomeno in piena ascesa. Dunque per i nostri rappresentanti la scelta si riduce a remare contro i grandi della finanza, oppure strizzargli l’occhio per conservarsi quella poltroncina tanto cara.

Non è un caso che il voto di protesta oggi viene sfruttato proprio dai “populisti”, che riescono semplicemente ad usare slogan riconoscibili da tutti. Non è un caso che le società occidentali vivono profonde crisi d’identità da quando il capitale si è fortemente centralizzato. Questa volta i poli di potere sono due: non più solo il modello nordamericano, ma oggi anche quello cinese. Entrambi sposano il famoso capitalismo digitale o, come altri lo definiscono, capitalismo 2.0 che ha il proprio cuore nelle imprese internazionali o grandi multinazionali; tra acquisizioni di attività, fusioni, brevetti, attività di lobbying e tanto altro hanno disorientato partiti e partitini che non riescono più a stargli dietro. Quello che più spaventa è che i mercati finanziari sono spietati, tanto da riuscire a quotare anche l’acqua sul mercato a Wall Street. È chiaro dunque come il sistema finanziario condizioni le strutture istituzionali modellandole o stressandole a proprio piacimento, sarà arrivato il momento di capire come tutelarsi dai grandi della finanza?

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