Che succede al confine tra Ecuador e Perù?

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Un mappamondo raffigurante il continente latinoamericano (foto di www.unsplash.com)

In America Latina ci sono due Paesi che da sempre silenziosamente si contendono pezzi di terra, due Paesi ricchi di biodiversità, le cui cime vertiginose si nascondono tra la foschia e le nuvole, pieni di tradizioni millenarie e popolazioni indigene che hanno fatto la storia dell’umanità: stiamo parlando dell’Ecuador e del Perù, tra i luoghi più caratteristici e folcloristici del continente latinoamericano. Tra i due Paesi non scorre buon sangue e questo di certo non lo scopriamo oggi; le molteplici guerre combattute tra le due fazioni ne sono un esempio: dalla guerra del ‘41, passando per la nota “Paquisha” War fino al conflitto dell’alto Cenepa combattuto nel febbraio del 1995. Conflitti combattuti per estendere pezzi di territorio nazionale; alla fine il Perù ha avuto la meglio, se guardiamo le dimensioni del suo territorio prima del 1941 e le confrontiamo con quelle odierne.

Ma cosa sta accadendo oggi tra i due Paesi? Il governo peruviano pare aver militarizzato la frontiera con l’Ecuador per contenere e controllare l’immigrazione. Ad oggi quindi la regione di Tumbes, nel nord est del Paese peruviano, è invasa da carri militari e da soldati riportando la memoria di questi pueblecitos che vivono nel nulla, a quei giorni di esecuzioni e bombardamenti. Una misura radicale da parte del neo Presidente Sagasti, eletto in seguito alle mobilitazioni di piazza che a novembre avevano sconvolto il Paese andino. La nomina di Sagasti a novembre era arrivata dopo che in una settimana si erano succeduti ben tre presidenti, una crisi di governo causata dall’insofferenza della popolazione verso la corruzione nel Paese. Appartenente al partito viola (considerato un partito repubblicano di centro-destra) Sagasti è risultato il personaggio politico più affidabile per la guida del Perù. Al contrario in Ecuador è vicina la fine del mandato di Lenin-Moreno, uno dei presidenti più controversi della storia del Paese che, dopo aver militato tra le file del progressista Correa, una volta salito al potere ha sposato le politiche di destra, appoggiando le dinamiche del FMI. All’orizzonte, per le elezioni del 7 febbraio, sembra essere saldo in testa il candidato di sinistra Arauz, seguito con il 22,9% dall’imprenditore Alvaro Noboa e dalla rappresentante della lista indigena Yaku Perez al 21,2%.

Ma ritornando al confine militarizzato, questa volta la novità, rispetto alle vicende passate, è rappresentata dal fatto che l’operazione è effettuata con l’aiuto del governo ecuadoriano; un’azione volta a bloccare l’ingresso di migranti illegali, bizzarro è il fatto che molti di questi migranti siano proprio ecuadoriani oltre che venezuelani, e questo sembra non interessare al governo di Moreno. Intanto sono molte le organizzazioni internazionali che stanno criticando la misura adottata, un’azione che viene ritenuta un attentato contro i diritti umani, soprattutto in un momento di emergenza sanitaria come questo che stiamo vivendo.

Il problema vero per le forze armate di entrambi i Paesi sembra essere l’immigrazione venezuelana. La militarizzazione della regione Tumbes è causata dall’arresto di 500 venezuelani entrati irregolarmente in Perù poche settimane fa. Ma i comunicati stampa delle forze di polizia restano vaghi: questa nuova frontiera spinata sembra essere un’iniziativa per fermare altri fenomeni come il contrabbando o altri tipi di crimini. Intanto i villaggi della zona di Tumbes sono invasi da centinaia di soldati e negli occhi degli abitanti si percepisce lo smarrimento di fronte ai camion blindati dei militari. La classe politica di entrambi i Paesi andini sembra dimenticare l’emergenza sanitaria: fermare l’immigrazione clandestina è la nuova priorità.

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