Quel male chiamato fanatismo

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Settembre 1926, manifestazione del Ku Klux Klan a Washingotn, D.C. (Fonte: Wikimedia Commons)

L’articolo di recente pubblicato, riguardante il Giorno della memoria, ha inevitabilmente risvegliato in me una riflessione riguardante il fanatismo. Di consueto, oggi, al termine fanatismo si associa l’aggettivo “islamico”, come se esso fosse prerogativa esclusiva degli aderenti alla fede fondata da Maometto. Le cose, ovviamente, non stanno così. Inoltre, come confermano le opere di consultazione, il fanatismo viene quasi sempre associato ad una matrice religiosa, sebbene, oggi più che mai, molto spesso abbia perso tale connotazione, per estendersi al campo politico, razziale, etnico. L’episodio riferito nell’articolo riguarda un gruppo religioso minoritario (non più di otto milioni di aderenti in tutto il mondo) che, al tempo del nazismo e del fascismo, al pari di altre minoranze (omosessuali, zingari, malati di mente e, naturalmente, ebrei) subì l’internamento e spesso la morte nei campi di sterminio. La narrazione, che viene fatta di tale tremendo crimine da parte dei dirigenti religiosi della confessione, riempie migliaia di pagine e mostra con interviste, riferimenti storici, racconti di superstiti, quanto forte fosse la fede che animava quelle vittime del feroce despota tedesco, tanto da preferire la morte al rinnegamento d’essa.

Ora, credo che nessuno voglia mettere in discussione la fede di una persona; essa è un fatto intimo, personale, vissuta in modo differente da ogni individuo; ma la domanda è: fede in che cosa? Nel caso del gruppo religioso di cui ci stiamo occupando, attenti e approfonditi studi fatti da storici di professione e, in parte, anche dallo scrivente, mostrano che la fede che li animava era rivolta a un personaggio singolare del suo tempo, conosciuto come “giudice” Rutherford, piuttosto che a Dio; e questo perché per essi la parola del loro “presidente” era (ed è) la parola di Dio che egli usa come canale di trasmissione per comunicare la sua volontà ai fedeli. Sicché, quando Rutherford decise di avviare la sua campagna personale contro Hitler (adirato perché il dittatore aveva ignorato i suoi tentativi di appeasement), riempiendo migliaia di pagine delle riviste del movimento, intitolate La Torre di Guardia e Consolazione, di sanguinosi insulti e scherni nei suoi confronti, questo non fece altro che inasprire la sua reazione con i risultati che sono noti. Non si trattò, quindi, di una persecuzione “religiosa”, ma, come appropriatamente recita il titolo di un saggio sull’argomento, dello “scontro fra due totalitarismi” che non aveva niente a che fare con le fede o la religione. E, per asseverare quanto sopra, a far luce sul fanatismo di questo gruppo religioso basta l’esempio dei trapianti. Per decisione della gerarchia dirigente che ha sede in America (guarda caso!) per decenni ai membri del gruppo era stato proibito di accettare i trapianti d’organo, con motivazioni farraginose che non avevano niente di biblico, ma erano solo frutto delle fantasie di quel “corpo direttivo”. I seguaci erano disposti a dare la loro vita pur di non trasgredire il divieto, finché, un bel giorno, per motivi che non è dato conoscere, quell’augusto consesso decise di cambiare idea e dal 1968 in poi consentì il ricorso ai trapianti, cosa che fu accolta con un sospiro di sollievo da parte di chi sarebbe morto se non fosse intervenuto tale cambiamento di direzione. Ecco, quindi, la domanda: credere che un uomo o un gruppo di uomini sia il “canale” di comunicazione di Dio, e che obbedire a lui anziché alla propria coscienza sia ciò che Dio vuole, è fede o non è, piuttosto, credulità?

I ciarlatani religiosi sono sempre esistiti e sempre esisteranno finché esisteranno menti deboli che hanno bisogno di aggrapparsi a qualcosa che dia loro speranza. Non sono del tutto convinto che la “fede” sia un sentimento nobile, perché è dietro il suo schermo che sono maturati i fatti più atroci della storia umana. Si prenda, per esempio, la ben nota strage della notte di San Bartolomeo, nel corso della quale migliaia di fanatici cattolici massacrarono senza pietà migliaia di protestanti ugonotti in un bagno di sangue che è rimasto negli annali della storia. Poi ci sono le crociate, che non hanno niente da invidiare alla Jihad musulmana, perpetrate al grido di “Deus vult!” del predicatore cattolico Pietro l’eremita, il Rutherford di quel tempo.

Da quanto precede potrebbe sembrare che il fanatismo sia una caratteristica del passato, delle cosiddette “epoche buie”, e invece, purtroppo, non lo è. Il mondo d’oggi sembra assistere a una sua risorgenza senza uguali. Come non menzionare la strage di Utoya, in Norvegia, per mano di Breivik, un giovane scandinavo di estrema destra che mieté settanta vittime e più di un centinaio di feriti. Gli Stati Uniti, considerati la più grande democrazia del mondo, devono temere più i terroristi interni che quelli esterni; e questi terroristi sono frutto del fanatismo del suprematismo bianco, erede e fiancheggiatore del Ku Klux Klan, che di tanti atroci lutti è stato, ed è, causa; i cosiddetti “patrioti” che – fatto unico nella storia americana – hanno assaltato il Campidoglio causando cinque morti e molti feriti. L’avanzare delle destre revansciste nel mondo, la crescita incontrollata di partiti di estrema destra che si proclamano nazisti, i preoccupanti episodi che in Italia occupano ormai da troppo tempo le pagine dei mezzi di comunicazione, come quello dell’assessora veneta del partito di Meloni che canta Faccetta nera, la strage di Rosarno, nella quale cittadini “perbene” si divertivano a dare la caccia agli immigrati, i 7.426 casi documentati di razzismo degli ultimi diciotto anni nel nostro Paese, la discriminazione in base all’etnia e al colore della pelle, tutti episodi delle recenti cronache, testimoniano che per molti italiani il Giorno della memoria non ha nessun senso, e che per loro vigono ancora le famigerate leggi razziali proclamate dal Re e Imperatore e dal suo Duce. Ma ciò che preoccupa maggiormente è la debole e blanda risposta che le democrazie danno a questi inquietanti fenomeni che spesso travalicano le aggressioni verbali per sfociare in sanguinose vendette contro chi non può difendersi. Sebbene la nostra Costituzione e un’apposita legge condannino l’apologia del fascismo e tanto più la sua applicazione pratica, non si ha memoria di condanne in tal senso, ma solo melliflue dichiarazioni di riprovazione. No, il fanatismo non è morto, anzi è vivo e gode di ottima salute. E siamo noi che lo alimentiamo quando restiamo silenti se su un mezzo pubblico qualcuno leva la sua voce contro una persona di colore o le manca di rispetto, o quando sentiamo gli esponenti dei partiti di destra del nostro Paese considerare gli immigrati come carne da cannoneggiare (Bossi docet) o straccioni da rispedire a casa, o come quando in un comizio l’attuale capo della Lega paragonò i Rom ai topi, e consideriamo tutto ciò semplicemente come note di colore o espressioni da comizio.

Le stragi di Jonestown, di Waco, quella del Tempio del sole e decine di altre mostrano che il fanatismo è una malattia sociale che si manifesta spegnendo la coscienza della complessità, il senso critico, la ragionevolezza e un codice morale una volta condiviso. Spesso etichettiamo gli episodi di fanatismo come “bestiali” e “disumani”, dimenticando che essi non lo sono affatto, perché si tratta invece di una caratteristica esclusivamente umana, che è quella di una coscienza di sé alterata fino alla patologia, che consente una crudeltà senza ragioni e senza confini. Essendo un male bisogna individuarlo e combatterlo, come si fa con tutti i mali e non, invece, sottovalutarlo come si fa fin troppo spesso per amore del quieto vivere.

Se, quindi, vogliamo realmente onorare il Giorno della memoria, ricordiamo senza dimenticarlo mai, che ciò che è accaduto può accadere ancora, come ha detto papa Francesco, e restiamo vigili per coglierne i segnali e respingerli con tutte le nostre forze.

2 commenti su “Quel male chiamato fanatismo”

  1. Rinaldo haddad

    È fin troppo evidente la propensione ideologica dello scrittore al mondo “perfetto” governato dalle sinistre.
    In un articolo che, senza tale spiccata connotazione politica, sarebbe da condividere, si riesce ad affermare il falso principio che il male assoluto sia l’essere o il dichiararsi di destra.ma occorrerà
    Mai una volta vengono citati gli innumerevoli fatti di cronaca nera, ormai diventati tristemente quotidiani, figli della immigrazione incontrollata dovuta ad un governo inetto, insulso e corrotto.
    L’Italia non è un paese razzista ma il fatto di vedere il male dipinto solo di un colore finirà per far diventare cittadini, altrimenti pacifici ed accoglienti, sempre più intolleranti ed allora si che potremo parlare di razzismo con tutto ciò che questo potrà comportare.
    L’articolo di Veneziani “Il giorno della memoria” dal quale Pollina trae il suo spunto di riflessione cita un fatto incontrovertibile: Tutte, e sottolineo TUTTE, le commemorazioni in Italia sono diventate occasione per rammemorare la tragedia della Shoah.
    Nessuno, e meno che mai la persone ragionevoli, negheranno mai che quella è stata una pagina tristissima nella storia dell’umanità ma non si può vivere nel costante ricordo di quella tragedia per orientare il presente in una direzione prestabilita dalle élite dominanti.

  2. elio mottola

    L’appello, tanto accorato quando ben documentato, di Sergio Pollina deve spingere i lettori a diffondere il messaggio di allarme tra quelli che sottovalutano, per lenta assuefazione, il crescente fenomeno del fanatismo politico, anche se soltanto verbale perché ci sarà sempre qualche idiota disposo a metterne in pratica i contenuti. Bisogna scuotere gli indifferenti prima di tentare di dissuadere, se mai possibile, i poveri disgraziati caduti nella trappola di questi “santoni” chi agitano fantasmi per ottenere vantaggi personali.

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