Dalla crisi pandemica a quella politica

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Il Presidente Mattarella, cui spetta risolvere la crisi politica in atto

Dunque siamo nel 2021, un anno che, seppure iniziato con le immagini shock (che resteranno nella memoria storica) dell’assalto a Capitol Hill, potrebbe costituire una svolta epocale nella scena politica internazionale riportando alla “democrazia” la prima Democrazia mondiale. Un anno che dovrebbe condurci alla vittoria sulla pandemia, ma che forse, in vista di questo obiettivo, era partito con ben altre aspettative. Si confidava infatti che il massiccio acquisto di vaccini, messo in campo dalla UE, ed i consequenziali piani di distribuzione e somministrazione, adottati dalle Sanità nazionali, potessero portare entro dicembre 2021 al raggiungimento della tanto agognata “immunità di gregge”. La situazione, però, si è tinta di scuro nel momento in cui si è appurato che le case farmaceutiche non sono in grado di garantire il numero di dosi di vaccino concordate e stabilite in contratto, e qui si aprono inchieste, diffide, ricorsi e vertenze legali. Quali siano le ragioni di questo venir meno ai patti non è ancora ben chiaro; si parla di necessaria rimodulazione degli impianti di produzione in conseguenza dell’abnorme richiesta (eppure, se non ricordo male, la Pfizer, con tipica sicumera yankee, aveva dichiarato in maniera stentorea ed alquanto convincente di poter soddisfare tranquillamente l’intero fabbisogno mondiale). In realtà, poiché, come diceva Andreotti, “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, è facile ipotizzare la predominanza di logiche commerciali di volgare profitto, se è vero, come pare, che i vaccini destinati all’Europa stiano prendendo la via di Paesi extra UE che li pagherebbero meglio. Del resto, si sa, le multinazionali del farmaco, per quanto svolgano un lavoro meritorio ed indispensabile di ricerca e produzione, con forti investimenti, non sono certo la Caritas o Emergency, e l’intento principale rimane pur sempre l’incremento del capitale. Il problema è che, comunque, in questo momento hanno il coltello dalla parte del manico; un’azione legale, anche se con vittoria, indennizzo e risoluzione contrattuale, inevitabilmente inasprirebbe i rapporti, col rischio di compromettere l’approvvigionamento delle forniture. Se oggi il calendario nazionale predisposto dal Governo deve per forza essere rivisto e slittare, a breve potrebbe addirittura doversi interrompere, con conseguenze che non vogliamo neanche immaginare, anche alla luce del fatto che il Covid-19, come tutti i suoi colleghi virus, è per sua stessa natura soggetto a mutazioni nel tempo e quindi sta generando numerose varianti che potrebbero influire sull’effetto stesso dei vaccini, fino al punto di vanificarlo.

Ma al peggio non c’è mai fine, infatti questa già poco piacevole situazione sta gettando benzina sul fuoco della diatriba politica. Non mancano affermazioni, direi quantomeno frettolose e strumentali, da parte di alcuni esponenti dell’opposizione, secondo i quali il tutto è riconducibile all’inerzia del Governo e del Premier che “anziché telefonare alle case farmaceutiche perde tempo a raccattare responsabili”. Ma questo, piaccia o no, rientra nel gioco politico al quale stiamo assistendo, fatto di distruttori e costruttori, di chi cerca di tenere a galla il Paese in un momento cruciale di emergenza sanitaria, economica e sociale, e di chi invece punta al “muoia Sansone con tutti i Filistei” pur di ritornare al Potere. La crisi oramai è aperta e, su quali saranno gli sviluppi futuri, mille possono essere le ipotesi; la destra va ripetendo il suo mantra secondo il quale “le elezioni sono la via maestra” per uscirne, e qui io mi sentirei di porre qualche domanda a questi Signori: premesso che il voto è indubbiamente la più alta espressione della democrazia, siamo sicuri che dalle urne uscirebbe una maggioranza netta e ben definita (sia essa di destra, di centro o di sinistra) in grado di garantire una continuità dell’azione di governo per un’intera legislatura? L’attuale legge elettorale maggioritaria non andrebbe riformata, anche alla luce dell’esito dell’ultima consultazione referendaria che ha ridotto di un terzo la rappresentanza parlamentare, e quindi della necessaria ridefinizione dei collegi? Sarebbe realmente “democratica” una chiamata anticipata alle urne in un momento in cui l’affezione al voto e la fiducia nella classe politica, già in discesa nelle precedenti votazioni, tendono a calare ulteriormente, con un elettorato inevitabilmente decimato dalla paura di recarsi ai seggi e dalla impossibilità materiale di tanti ricoverati a poterlo fare (si veda l’esito delle elezioni presidenziali in Portogallo, con affluenza ai minimi storici, inferiore al 49%)?

Visto che gli appelli alla responsabilità hanno sortito pochi riscontri, non ci resta che sperare comunque in una rapida e valida soluzione, perché questa crisi fortemente voluta da un personaggio che non brilla certo per coerenza politica, inevitabilmente rallenterà la stesura definitiva del Recovery Plan, bloccherà il nuovo “decreto ristori”, avrà conseguenze sul piano nazionale delle vaccinazioni, ritarderà l’approvazione di provvedimenti nell’ambito della giustizia, del lavoro (penso alle vertenze in atto di Whirlpool e Meridbulloni ed al prossimo sblocco dei licenziamenti), o dell’emergenza profughi. Adesso ci toccherà assistere al rituale balletto delle consultazioni da parte del Capo dello Stato che porteranno ad un incarico ad un Presidente designato, il quale, a sua volta, dovrà indire nuove consultazioni fra i Partiti, cercando di addivenire ad una soluzione. Speriamo almeno che il tutto si svolga in tempi accettabili, perché l’Italia non può aspettare. Quanto poi al nome di Mario Draghi, da tutti i fronti indicato come il Deus ex machina in grado di mettere d’accordo le diverse fazioni, si tratta certamente di un personaggio di spessore, economista esperto apprezzato dalla Comunità europea almeno quanto lo è stato Conte; pur tuttavia la proposizione del suo nome mi fa tornare con la memoria indietro ad una decina di anni fa, quando con un esecutivo diretto dal tycoon di Arcore, lo spread si avvicinò ai seicento punti, i depositi bancari degli italiani vacillarono e l’economia del Paese era praticamente in ginocchio. Allora, tutti invocavano a gran voce, come salvatore della Patria, il nome di Mario Monti, che effettivamente assunse l’incarico di premier, varando un governo tecnico tutto lacrime, sudore e sangue che certamente viene rimpianto da pochi.

Staremo a vedere gli ulteriori sviluppi. Auguriamoci che le cose vadano per il meglio, con l’impegno e la buona volontà da parte di tutti, nell’esclusivo interesse del nostro Paese!

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