Le ragioni dello sciopero del pubblico impiego

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In tanti, in troppi, continuano a morire, in Italia e nel mondo, a causa della pandemia. Tanti altri perdono il lavoro. In Italia i più fortunati usufruiscono della cassa integrazione, e la loro condizione è congelata grazie al blocco dei licenziamenti ma il loro futuro è segnato dall’incertezza. Altri percepiscono reddito di cittadinanza o di emergenza. Poi ci sono i fantasmi, gli invisibili, quelli che, pur lavorando, faticando, nelle campagne, nei cantieri, nelle botteghe, nei negozi, nei bar e nei ristoranti, non hanno avuto nessuna copertura, cassa integrazione o simile, e magari hanno temuto di richiedere il reddito di cittadinanza per non perdere il reddito da lavoro. Nel frattempo il Governo è stato martellato dagli amministratori regionali, da fette di operatori economici, dalla stampa, da commentatori senza scrupoli, perché riaprisse le stazioni sciistiche o i centri commerciali per dare la possibilità ai più ricchi di godersi i propri privilegi o a quella massa informe costituita dai consumatori compulsivi di sfogare frustrazioni e nevrosi facendo le compere di Natale, quasi fossero ormai diventati beni di prima necessità. Questa è l’Italia e il mondo, un muoversi a tentoni nel tentativo “di dare un senso alla vita anche se un senso non ne ha”, come canta Vasco Rossi.

In questa lucida follia c’è poi chi osa porsi domande e osa rivendicare diritti. Il 9 dicembre le grandi organizzazioni sindacali italiane, la CGIL la CISL e la UIL, hanno indetto uno sciopero nazionale del pubblico impiego e si sta gridando allo scandalo. Nella lunga storia sindacale forse questo è uno dei pochi scioperi politici nel senso pieno del termine. Chi cercasse nelle piattaforme sindacali rivendicazioni salariali sarebbe deluso o forse meravigliato per quanto siano poche e limitate. Le organizzazioni sindacali chiedono un piano di riassetto delle pubbliche amministrazioni, chiedono che i tanti annunci sulla loro modernizzazione si concretizzino finalmente in proposte e in piani operativi. Chiedono nuove assunzioni per riportare in vita il sistema dei servizi pubblici portato allo stremo negli ultimi decenni. Chiedono il rispetto delle norme contrattuali e il loro rinnovo e un ridimensionamento dell’utilizzo del lavoro precario proprio negli apparatati pubblici. Già perché non tutti sanno che, e non si tratta della rubrica della Settimana enigmistica, che se in Italia si costruisse una classifica tra i peggiori datori di lavoro, tra i primi posti comparirebbero lo Stato e tutte le amministrazioni pubbliche. Le modalità di accesso sono sempre più complicate e se si ha la fortuna di accedere ad un impiego pubblico, anche il più brillante candidato, che magari ha studiato, si è professionalizzato acquisendo specializzazioni su specializzazioni, si troverà imbrigliato in una macchina tecnico-amministrativa obsoleta, senza nessuna possibilità di carriera e soprattutto le sue conoscenze e competenze rischiano di costituire un handicap nel confronto necessario con dirigenti nominati dagli apparati politici, da funzionari della vecchia guardia dalle carriere ambigue e dovrà agire con regole che definire vetuste è un eufemismo. Se si è meno fortunati si avrà un contratto a termine e si dovrà svolgere compiti che nessuno sa svolgere, risolvere l’impossibile e sentirsi continuamente ricattato visto che non si può accedere alle protezioni contrattuali e sindacali. In pochi sanno che negli ospedali, nei comuni, nei ministeri, tanti sono i lavoratori precari che hanno accumulato anni di lavoro che non gli verranno nemmeno adeguatamente riconosciuti ai fini pensionistici e previdenziali. Il caso della ricercatrice Francesca Colavita che all’Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani di Roma ha contribuito a isolare il virus fonte della pandemia, da lavoratrice precaria, è subito stato dimenticato. E ancora, tanti sono stati gli annunci in questi mesi, ma anche per quanto riguarda le professioni tanto richieste come medici ed infermieri, poco si è fatto, anzi si continua a fare male. Le famose USCA, le Unità speciali di continuità assistenziali, istituite con il decreto del governo del 9 marzo scorso con il quale sono stati resi disponibili fondi importanti, non sono state istituite in tutte le regioni e molti fondi non saranno utilizzati. Medici e infermieri reclutati con bandi regionali ai quali si riconosce una paga oraria elevata, 40 euro, ma non sempre è prevista assicurazione professionale e previdenziale. Il rapporto di lavoro è rigorosamente a termine, consulenza con partita IVA e non c’è trasparenza nelle graduatorie, tutto funziona con il vecchio sistema della chiamata diretta. Sono cose semplici da verificare, basta cercare per esempio nel sito delle ASL in Campania i bandi di reclutamento e scoprire che è impossibile accedere alla consultazione delle graduatorie. Chi decide chi far lavorare, quale formazione, quale tutela per il professionista e quale tutela per il cittadino affidato alle sue cure?

Questa situazione non riguarda solo i medici ma tutto il personale sanitario. Studenti appena laureati in scienze infermieristiche inviati come “volontari” sulle ambulanze del 118 e poi contratti a 50 euro al giorno per 12 ore di lavoro. Il paradosso è che quello della sanità appare come un “buon contratto” perché ci sono soldi per le retribuzioni, ma tutto il resto? E parliamo della categoria più ringraziata, elogiata e rispettata nel nostro Paese! Ma in tutte le altre strutture? Che fanno i Ministeri e le loro strutture periferiche? I Comuni e le Regioni? Si parla di miliardi di euro resi disponibili dagli accordi stipulati a livello europeo sottoposti però ad alcune condizioni, prima fra tutte la modernizzazione delle pubbliche amministrazioni. Il Governo è impegnato a scegliere il team di super esperti cui affidare l’operazione. Ha forse intenzione di mandare tutti i dipendenti pubblici, compresi i dirigenti, in pensione forzata e ricominciare da zero? Potrebbe essere un’ipotesi, folle, ma una ipotesi. Ma visto che non può essere così, perché si continua ad evitare un confronto nel merito con i rappresentanti dei lavoratori? In verità sono anche gli industriali che lamentano di non essere stati consultati anche se a loro sta andando molto meglio. La verità è che in questa nostra Italietta piena di vecchie comari, di conti e baroni, si preferisce trattare, ascoltare confrontarsi con tutti ma a condizione che si sia in piccoli gruppi, che si ponga una questione piccola e specifica e non questioni generali che riguardano tutti. Così il commerciante di un piccolo paese isolato con le sue difficoltà a resistere in un mercato globalizzato sembra abbiano più peso delle rivendicazioni di forze sindacali organizzate, che rappresentano milioni di lavoratori.

In questo lo sciopero unitario del pubblico impiego è uno sciopero politico perché pone le due questioni oggi all’ordine del giorno. La prima è che non è più possibile andare avanti con provvedimenti tampone ma è necessario un progetto generale di cambiamento e non si può prescindere da ciò che c’è. La seconda questione è che il confronto non può più limitarsi a comunicazioni informative, convocazioni in extremis prima del vaglio dei provvedimenti quando si sono già consumati tutti i livelli di mediazione tra i diversi gruppi di potere che siedono in Parlamento. Questioni di forma e di sostanza. Il dramma della pandemia ci ha sempre più rinchiusi in una dimensione privata, isolata dai contesti. C’è chi ci sta speculando in modo sordido e pericoloso. Il motto dei moschettieri di Dumas – uno per tutti, tutti per uno – è stato oggi tradotto in ognuno per sé costi quel che costi. Il presidente Conte ha mostrato grandi capacità e sapienza nelle trattative con i gruppi politici e con i governi europei. Ha mostrato di saper governare le contraddizioni proprie di un sistema democratico. Il rischio è che si riduca a gestire un Governo contraddittorio. Stia attento però oggi ad individuare i propri interlocutori, molti dei quali si sono travestiti. Forse l’interesse generale non è più di casa nel Parlamento e tanto meno nell’opinione pubblica, almeno quella espressa sui giornali e sui social. La vera sfida oggi è saper individuare i giusti interlocutori. In questo, con tutti i loro limiti e tutte le loro pecche, le organizzazioni sindacali rappresentano un interlocutore essenziale e continuare ad ignorarle potrebbe essere fatale per tutte quelle forze politiche che sostengono l’attuale assetto governativo, dal M5S al PD passando per Bersani e Renzi. Allora, invece di scandalizzarsi per uno sciopero in tempo di crisi, andrebbe ricordato che chi lo proclama e chi vi partecipa perde soldi, perde la paga di una giornata lavorativa non sapendo come e quando la recupererà. Uno sciopero per l’interesse generale pagato solo da alcuni.

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