Quale futuro per la sanità?

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La spesa sanitaria assorbe fino al 70% e oltre del bilancio regionale, perciò gli incarichi per la sua gestione fanno così gola alla politica. Politica che purtroppo per avidità spesso sconfina e occupa anche altri ambiti (come le nomine, i concorsi e le spese per beni e servizi) che richiederebbero una maggiore competenza. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: sprechi, debiti e commissariamenti soprattutto nelle regioni più fragili socialmente.

L’articolo 32 della Costituzione (“la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”) purtroppo non viene più applicato nonostante lo Stato spenda per la sanità 2.326 euro pro capite annui. Ticket troppo cari e debiti accumulati costringono molte regioni, soprattutto al Sud, a tagli di molte prestazioni e servizi e ad aumenti dell’Irpef (sono le tasse che finanziano il sistema sanitario nazionale). Al Nord nove donne su dieci vengono chiamate per lo screening di prevenzione mammografica, al Sud solo quattro su dieci 10… E la differenza tra le tasse pagate e il finanziamento governativo segna un +54 mld al Nord è un -5,7 miliardi al Sud: al Sud spendiamo più di quanto paghiamo in tasse per colpa di amministratori spreconi e incompetenti. Questa doverosa premessa era necessaria per capire come siamo partiti, quando la pandemia ha iniziato a diffondersi: il Sud con due regioni commissariate da decenni e un Nord con una sanità privata privilegiata e una pletora di RSA accreditate a scapito di beni, servizi e assunzioni pubblici necessari. E siamo così andati avanti (nel 2000 l’OMS indicava l’Italia al secondo posto come migliore sanità pubblica!), come quei comuni delle zone sismiche che hanno disatteso e ignorato le norme antisismiche nell’edilizia e si augurano e sperano che non avvenga nessun terremoto. Siamo alle solite! la prevenzione continua ad essere la cenerentola delle branche scientifiche, una fastidiosa Cassandra ignorata dai politici ed evocata solo nei proclami populisti dai partiti in cerca di consensi.

Siamo così arrivati all’emergenza nell’emergenza: la carenza di medici, di reparti e attrezzature di terapia intensiva. I reparti di terapia intensiva sono i più costosi di ogni ospedale perché richiedono delle sofisticate apparecchiature che, oltre a monitorare i parametri vitali del paziente, servono a tenerli in vita quando questi sono compromessi dalle patologie in atto (per esempio, i respiratori automatici di cui tanto si è parlato), ovviamente con l’assistenza di anestesisti in grado di riconoscerne ogni alterazione e di farli funzionare. La carenza di medici invece è un problema che è iniziato nel 1969 con la legge Codignola, che consentiva l’iscrizione alla facoltà di medicina a tutti gli studenti con un diploma di scuola superiore quinquennale (fino ad allora l’accesso era consentito solo agli studenti con maturità classica o scientifica). Ci fu, come era da attendersi, un boom di iscrizioni e di medici laureati (l’85% degli iscritti) che portarono all’istituzione delle guardie mediche notturne e turistiche e a figure professionali con incarichi fino ad allora svolti dai medici di base e condotti. Si pose poi un argine con il numero programmato (nel 1999 con la legge Zecchino), giustamente, in base alle strutture, ai docenti e al fabbisogno stimato dei medici, senza tener conto però dei pensionamenti: quest’anno i circa 11.000 nuovi medici dovranno coprire i 70.000 posti liberi che ci saranno con i pensionamenti! Ecco, siamo arrivati al punto: l’inattesa pandemia ha fatto emergere tutti i problemi accumulati negli anni, trovandoci impreparati a fronteggiare una situazione che è sfuggita di mano e che si cerca di controllare e risolvere con un patetico atteggiamento di ottimismo.

È da quest’estate che i nostri politici, ma anche molti scienziati, recitano come un mantra comunicati rassicuranti col fine non tanto nascosto di anestetizzare le nostre paure, perché non sanno cosa fare. E tra i tanti tentativi c’è il richiamo dei medici in pensione, l’istituzione delle USCA (unità speciali di continuità assistenziale) e la chiamata in prima linea degli specializzandi. Per quanto riguarda i medici pensionati, è stata ammirevole e commovente la risposta di molti miei colleghi anestesisti, pneumologi, internisti infettivologi e virologi che certamente con la loro esperienza daranno una mano concreta nell’assistenza del malato. Anche la risposta degli specializzandi è degna di lode per l’entusiasmo che stanno dimostrando. La mia perplessità però nasce dall’effettiva qualità delle prestazioni offerte in presenza di malati che necessitano di specialisti esperti nel fronteggiare l’emergenza respiratoria e cardiocircolatoria. Cosa può fare un medico pensionato dermatologo, ortopedico? Giustamente un noto infettivologo qualche giorno fa, intervistato da un giornalista, diceva: si farebbe curare una polmonite da un ortopedico? cosa può fare uno specializzando? Tutto questo per aver eluso per anni la medicina territoriale che con la sua presenza capillare avrebbe consentito di decongestionare i pronto soccorso degli ospedali e ci avrebbe risparmiato la vergogna di malati in attesa per ore nei corridoi e nelle astanterie o addirittura in fila in macchina in attesa di essere visitati. In futuro, con il prevedibile aumento della popolazione anziana, ci sarà una maggiore necessità di medici sul territorio per assistere a domicilio o negli ambulatori malati che non necessitano di ospedalizzazione, con strutture dotate di strumentazione e personale infermieristico.

Da quanto detto perciò gli elementi che sono mancati e sui quali, secondo me, si dovrà investire in futuro sono tre: potenziamento dei reparti di emergenza negli ospedali; programmazione mirata del numero degli iscritti alla facoltà di medicina e alle specializzazioni (aumentando i posti disponibili in determinate specialità) con sbarramento alla fine del primo anno (e selezione in funzione degli esami sostenuti e di un test); potenziamento della medicina territoriale.

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