Se una radio è libera, libera veramente…

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Immagine dell’Archivio Ferrara

Erano i mitici anni Settanta (come direbbe Gianni Minà). Si, certo, c’erano la crisi petrolifera e l’austerity, gli anni di piombo e delle piazze sconvolte, le trasmissioni radio TV che terminavano entro le ventitré e quindi tutti a nanna (la movida non esisteva nemmeno nei vocabolari), ma anche speranze e voglia di credere in un mondo migliore, cambiamenti politici e sociali, innovazioni tecnologiche. Si cominciava a mettere in discussione il monopolio dell’informazione da parte dello Stato, nascevano nuove testate giornalistiche e muovevano timidamente i loro primi passi le Radio private, nelle quali avrebbero esordito quelli che poi si sono rivelati grandi nomi dello spettacolo e del giornalismo. Tempi non facili; la RAI era l’unico soggetto abilitato a trasmettere, anche se nel nord Italia alcuni fortunati, in grado di sintonizzarsi su Radio Montecarlo, Capodistria o Svizzera italiana, credo percepissero la stessa sensazione di piacere trasgressivo e clandestinità provata dai nostri genitori quando, durante la guerra, riuscivano a captare Radio Londra.

Qualcosa si mosse nel 1974, quando una sentenza della Corte Costituzionale consentì ai privati la trasmissione via cavo in ambito locale, modalità sicuramente complessa e costosa che quindi non trovò una larga adesione, lasciando però inalterato il divieto di trasmettere via etere. Ma si sa che, quando una cosa è vietata, c’è più gusto a farla, e così a Milano e a Bologna sorsero le prime emittenti che cominciavano ad esplorare questo nuovo territorio. A Napoli, pioniere dell’etere fu il giornalista RAI Nicola Muccillo; la sua Radio Napoli Prima fu forse, effettivamente, la prima a trasmettere con regolarità. Di lì a poco, due giovani artisti napoletani provenienti da esperienze di radioamatori, Elio Ferrara e Nando Coppeto, decisero di trasformare parte del loro atelier di pittura in uno studio radiofonico e così nei locali di un condominio al Vomero Alto nacque Radio Napoli City 101 MegaHertz. Nel giro di pochi giorni comparvero dal nulla apparecchiature trasmittenti, microfoni, giradischi e registratori a nastro; le pareti dello studio, per ragioni di acustica, furono tappezzate con centinaia di cartoni per uova gentilmente forniti dai salumieri del rione. L’ovattata atmosfera che si respirava nei locali era impregnata dello spirito goliardico dei due fondatori e dei collaboratori, disk jockey, musicisti, sociologi, appassionati vari, che venivano a prestare disinteressatamente la loro opera; così iniziò una regolare programmazione con una copertura oraria piuttosto rilevante. Ma ecco che a poche settimane dall’avvio, quando tutto sembrava filare liscio, ci fu la doccia gelata: un bel mattino, su disposizione della Magistratura, si presentarono all’uscio funzionari e agenti dell’Escopost (non so se la Polizia postale oggi abbia ancora questo nome che rievoca vagamente la STASI o il KGB), accompagnati dai Carabinieri, i quali armati di tutto punto come se andassero a stanare chissà quali criminali, con fare deciso e metodi spicci, procedettero a mettere sotto sequestro le apparecchiature. Era qualcosa di molto triste, anche se, forse, non del tutto inaspettato. Ma pensate che i nostri eroi si lasciassero intimidire? Niente affatto! In forza di qualche cavillo legale le attività ripresero subito, funzionando con nuove apparecchiature, da una postazione situata alle falde del Vesuvio, fino a che nel luglio del 1976 la Corte Costituzionale non si decise finalmente a liberalizzare l’etere.

Dunque si poteva ripartire nella piena legalità, ritornando nei vecchi locali e la Radio, finalmente “libera”, risorgeva “più bella e più superba che pria”! Naturalmente l’asse portante era la musica, fiancheggiata comunque da rubriche di un certo impegno, interviste, conversazioni, approfondimenti, dibattiti politici scevri da condizionamenti ed aperti ad ogni schieramento, ma anche satira ed intermezzi comici. La volontà dei fondatori era soprattutto quella di proporsi come alternativa all’informazione istituzionale prestando voce a gruppi, associazioni e minoranze che, altrimenti, sarebbero rimasti emarginati. Numerosi e vari furono gli ospiti e i personaggi dello spettacolo invitati, che si prestavano a rispondere in diretta alle domande del pubblico; ricordo, fra gli altri, Alberto Lupo, Patty Pravo, Nino Taranto, Roberto Murolo, i Sadici Piangenti (Benedetto Casillo e Renato Rutigliano), ma soprattutto ricordo un giovanissimo Pino Daniele, agli esordi, che in quella Radio presentava le sue prime incisioni, quando addirittura non si esibiva in diretta armato della sua chitarra, lasciando intravedere con certezza che proprio lui avrebbe dato nuova linfa alla canzone napoletana innovandola in maniera irreversibile. In quella fucina di talenti anche io, poco più che ventenne, ma già da tempo innamorato cotto di concerti e sinfonie, avevo il mio spazio, giacché curavo una rubrica di musica classica a richiesta, in onda la domenica sera. Ricordo con piacere i momenti in cui, attingendo alla mia collezione di dischi e nastri, preparavo la scaletta della serata che, in ogni caso, sarebbe stata suscettibile di variazioni in base ad eventuali richieste; e le richieste, difficile immaginarlo essendo di certo un programma di nicchia, arrivavano! Insieme ai complimenti ed ai commenti positivi che mi gratificavano non poco.

Dunque si andava avanti con la consapevolezza e la soddisfazione di stare facendo qualcosa di bello, di vivere un’avventura che sarebbe rimasta per sempre nei ricordi; ma ancora una volta il cielo andava coprendosi di nubi minacciose. Effetto della liberalizzazione fu l’affollamento incontrollato dell’etere, nuove emittenti sgomitavano per occupare le frequenze, talvolta sovrapponendosi ed oscurandosi a vicenda grazie a trasmettitori sempre più potenti, ma la qualità dei contenuti, salvo poche eccezioni, tendeva a colare a picco, la pubblicità e le dediche avevano il sopravvento, la musica sempre più scadente e la volgarità imperante.

Di fronte a questo nuovo scenario le forze cominciavano a mancare, lo spirito e la convinzione iniziale venivano meno, così come la voglia di accanirsi nel resistere ad un nemico dalle forze preponderanti; si aveva la percezione che determinati messaggi e stimoli non fossero più recepiti. Fu così che sul finire degli anni settanta Radio Napoli City chiuse definitamente i battenti, le frequenze furono cedute a Radio Radicale, e i due pittori tornarono alla loro professione originaria ed alle soddisfazioni che solo l’Arte può concedere. Una incredibile, bellissima esperienza era conclusa, non senza amarezza e delusione, ma nel convincimento generale di aver fatto qualcosa di importante, dando il meglio di se stessi e nel rispetto dei propri ideali.

Oggi, alla luce del tempo passato e degli avvenimenti che si sono susseguiti, potremmo dire che fu sicuramente un valido contributo all’apertura di una strada che, nel bene e nel male, avrebbe portato ad un nuovo modo di fare Radio e Televisione ed alla nascita dei grandi network. Ma questa è un’altra storia. Radio Napoli City era una radio libera, ma libera veramente!

1 commento su “Se una radio è libera, libera veramente…”

  1. Elio Ferrara

    Devo dire che leggendo questo articolo mi è venuto un nodo alla gola, mi sono sentito proiettato nel passato alle prese con la radio di cui insieme a Coppeto ne ero fondatore ,ideatore e conduttore. Ricordo i momenti bui, le difficoltà da superare ricompensate dalle gratificazioni del successo e la convinzione di fare una cosa socialmente utile. Sono sicuro che una piccola parte di essa viva nel ricordo di qualche nostro ascoltatore.

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