La prevenzione: nuova araba fenice?

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Fonte: Nick Youngson CC BY-SA 3.0 Alpha Stock Images

Il termine prevenzione si presta a un contraddittorio equivoco di fondo nella sua non tanto esplicita evocazione di perdita, riduzione, mancanza, sterile impegno nell’immediato. Prevenire un danno in effetti significa adoperarsi con degli accorgimenti e impegni finanziari o fisici e stili comportamentali che nel futuro potrebbero (ripeto: potrebbero) portare ai risultati sperati. E il condizionale purtroppo pesa come un macigno sull’impegno e la volontà del singolo o della politica. Significa investimento nel presente, pressato magari da urgenze più immediate e dai risultati più certi.

Questo atteggiamento è un retaggio evolutivo, stabilizzatosi al tempo in cui l’homo sapiens percorreva la savana del Pleistocene e aveva come unico obiettivo quotidiano la sopravvivenza; quando sopravvivenza significava procurarsi il cibo con la caccia e la raccolta dei frutti selvatici. I circa 12 millenni che ci separano dai cacciatori-raccoglitori non sono bastati, nonostante i progressi tecnologico-culturali che hanno fatto seguito, ad affrancarci da una mentalità miope che si è evoluta e radicata dalla nascita nel genere homo.

Il significato moderno del termine prevenzione quindi fa fatica ad imporsi come la vera sfida che si pone al futuro dell’umanità e alla sua sopravvivenza, minacciata dai cambiamenti ambientali e dall’incremento demografico (a fine secolo si stima che supereremo i 7 miliardi e mezzo attuali arrivando a 8 o più miliardi, mantenendo gli attuali ritmi di crescita). La naturalezza con cui gettiamo a terra una cicca (per quelli che fumano) o ci ingozziamo con cibi ipercalorici, la dice lunga sulla nostra illogica resistenza, che talora sfocia in una stupida riluttanza a pensare alle conseguenze future, all’impulsiva urgenza del presente, unico e insostituibile riferimento di ogni necessità quotidiana. Comportamenti che dal punto di vista evolutivo sono paragonabili a certe vestigia anatomiche che continuiamo ad avere pur non essendocene più la necessità. Come i denti del giudizio, ad esempio, la cui inutile presenza crea solo disturbi ma che in passato avevano la funzione essenziale di masticare i cibi crudi prima dell’invenzione della cottura.

Con il costante aumento della popolazione e il conseguente sovraffollamento in certe aree e con la globalizzazione e la relativa facilità di spostamento in qualsiasi zona della terra, finalmente il dibattito sulla prevenzione sta assumendo un carattere planetario. Ghiacciai che si sciolgono innalzando il livello degli oceani, l’anidride carbonica in aumento (con conseguente incremento dell’acidificazione delle acque che mettono a rischio la sopravvivenza di varie specie viventi) e, per restare in campo sanitario, la maggiore incidenza di malattie infettive che la globalizzazione trasforma in pandemie (una volta i germi viaggiavano su una  nave, ora su un Boeing) e il cambiamento degli stili di vita che ha fatto della malattia metabolica, del diabete e dell’ipertensione le maggiori cause di morte, soppiantando in questo primato prima le malattie infettive e poi tumori. Stili di vita di origine culturali dovuti, almeno in Occidente, ai mutamenti sopravvenuti nel lavoro e nei relativi ambienti. Cambiamenti che richiedono maggiore sedentarietà e quindi necessità di minore apporto calorico. Basta pensare a quante ore da seduto passa il nostro corpo in una giornata (anche lavorativa) e all’imperare dei cibi ipercalorici ricchi di zuccheri e grassi di cui ci nutriamo.

La “sitting desease” è la nuova entità nosologica che si è affermata nell’ultimo scorcio di secolo quando, con la progressiva automazione del lavoro e con l’incremento dei servizi, le ore trascorse da seduti sono andate progressivamente aumentando. Uno studio del 2012, pubblicato sull’American Journal of Epidemiology, ha stabilito una correlazione tra lo stare seduti e un prematuro invecchiamento. I ricercatori hanno esaminato la lunghezza dei telomeri, la parte terminale dei cromosomi che con l’invecchiamento si accorciano. Su circa 8.000 soggetti esaminati, sedentari per circa 10 ore al giorno, i telomeri erano marcatamente più corti e si aveva un invecchiamento di circa otto anni. Però lo studio ha anche stabilito che una moderata ma costante attività fisica (anche passeggiate quotidiane di 4-5 km) si associa a telomeri più lunghi. Altra emergenza sanitaria, emersa da comportamenti e abitudini errate e che si sta ripercuotendo nei paesi più poveri, è la resistenza microbica agli antibiotici. L’abuso che se ne è fatto negli anni scorsi, soprattutto per gli allevamenti intensivi (bovini, suini, pollame, acquacultura eccetera) ha finito per penalizzare il genere umano minacciando di privarlo di un’arma che dal secondo dopoguerra ha eliminato, o quantomeno controllato, vari ceppi di germi responsabili fino ad allora della maggior causa di morte. In questo caso prevenire significava ridurre i profitti e aumentare le spese delle grandi aziende.

L’agenda politica dei governanti non ha mai preso nella dovuta considerazione gli allarmi della comunità scientifica. Ora, per certe infezioni, prima curabili a casa, è necessario ricorrere a potenti antibiotici di ultima generazione somministrabili solo in ambito ospedaliero. E a pagarne le conseguenze, come sta già succedendo, saranno sempre le fasce più deboli ed esposte della società. Nonostante questa sottovalutazione, il termine prevenzione è una bandiera sventolata in ogni dibattito. Se non ne parli, non sei un medico moderno e accorto né un politico avveduto.

Tornando infine al significato originario e corretto del termine prevenzione (evitare comportamenti che aumentano il rischio e attuare stili di vita che lo riducono), per evitare l’insorgere di malattie, rimanendo in ambito sanitario, bisogna osservare un’alimentazione corretta, praticare esercizio fisico e ridurre il fumo e l’alcol. Bastano questi tre capisaldi per aumentare le probabilità di una vita sana. Senza tener conto della componente genetica, la cui espressione, se negativa per la salute, può essere silenziata da questo stile di vita. Ma per farlo ci vuole un cambio di mentalità, che non è certo favorito dagli obiettivi delle grandi imprese, che anzi investono ingenti somme nella pubblicità di alcolici, fumo e cibi spazzatura. Senza che i governi intervengano in modo incisivo per interrompere questo circolo vizioso. Basta pensare che gli Stati spendono in cure quasi il triplo di quanto incassano per i Monopoli di sostanze voluttuarie. In conclusione, dunque, la prevenzione in ambito medico, ma anche ambientale, civile e del lavoro, è e rimarrà una pura chimera che tutti vogliono ma pochi si impegnano per ottenerla, preferendo, per opportunismo o calcoli economici, non rinunciare a un vantaggio a breve termine per la riduzione di un rischio a medio-lungo termine.

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