La cannabis in medicina

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Il dolore è da sempre il sintomo più comune della maggior parte delle malattie di cui soffre l’umanità e, dal punto di vista evoluzionista, riveste l’importante funzione di segnale di allarme per il cervello: un trauma o un’infiammazione, tramite l’invio di messaggi al sistema nervoso, generano la percezione del dolore, che a livello centrale evocherà una risposta di difesa che può essere la immobilità della parte interessata o la immissione in circolo di sostanze antidolorifiche come le endorfine. Condizioni che preserveranno da ulteriori danni, favorendo la guarigione. Infatti malattie croniche che rallentano o interrompono queste vie (ad esempio la tabe dorsale, una mielopatia post infettiva) si manifestano con lesioni invalidanti totalmente inavvertite dal punto di vista sensitivo. Il problema però è un altro: una volta che si esaurisce questa risposta, purtroppo il dolore può persistere, spesso cronicizzandosi, ed è a questo punto che interviene la farmacologia.

Nel nostro armamentario terapeutico disponiamo di ottimi antidolorifici di sintesi che però non superano in efficacia e tolleranza quelli naturali che conosciamo da millenni: gli oppioidi e i cannabinoidi, l’uso dei quali in Occidente, nei paesi cattolici, ha avuto dei forti limiti alla prescrizione. Anche qui la Chiesa secolare ha impresso il suo marchio di intolleranza oscurantista, decretando che qualsiasi alterazione dello stato di coscienza indotta era una forma di allontanamento dal progetto divino di controllo, guida e protezione dell’umanità, in riferimento sia agli effetti psicoattivi di questi farmaci che a quelli benefici sulla sofferenza, che ha invece una funzione salvifica! E attraverso i suoi sacerdoti laici ha ritardato la diffusione di un farmaco la cui provata efficacia aveva la sola colpa, se così si può chiamare, di avere anche effetti psicoattivi a certe dosi.

Come medico e chirurgo posso dire che certi dolori nel post operatorio si calmano solo con gli oppioidi (morfina e derivati). Finalmente però è arrivata l’ordinanza ministeriale del 16 settembre 2009 che ne ha permesso la prescrizione in fascia A con singola ricetta. La cannabis terapeutica invece è legale dal 2007, ma pochi medici sono disposti a prescriverla. In Italia l’autorizzazione all’immissione in commercio per uso umano risale al 2013 (determinazione n°387 del 9 aprile 2013) ed è del 2016 la legge che ne stabilisce i limiti legali alla produzione, commercializzazione e consumo, riferiti alla concentrazione di THC (0,2-0,6) per la marijuana light. Il THC (tetraidrocannabinolo) è uno dei principi attivi della canapa indiana insieme al CBD (cannabidiolo). Per la prescrizione sono necessari tre requisiti: 1) si deve ottenere il consenso del paziente; 2) la ricetta deve riportare un codice numerico in luogo del nome e cognome del paziente; 3) devono essere indicate le esigenze particolari (non la diagnosi) per le quali si ricorre alla prescrizione.

Le indicazioni terapeutiche e gli usi medici riguardano gli stati di spasticità da moderata a grave, dovuta a sclerosi multipla, che non hanno manifestato risposta adeguata ad altri medicinali antispastici; il dolore cronico associato a sclerosi multipla e lesione del midollo; nausea e vomito in corso di chemioterapia radioterapica; come stimolante dell’appetito nell’anoressia e nei pazienti oncologici; come ipotensivante nel glaucoma. Tutti questi effetti sono dovuti ai cannabinoidi, composti derivati dalla pianta cannabis sativa e cannabis indica. Sono almeno 144 differenti composti specifici, i più abbondanti dei quali, come si è detto, sono il tetraidrocannabinolo e il cannabidiolo. Purtroppo di questi farmaci se ne fa anche uso “ricreativo”, ed è quest’ultimo con i suoi effetti sul sistema nervoso centrale che provoca la dipendenza, i danni a lungo termine e la resistenza, non a torto, sia da parte del legislatore che della gente comune a definirne in modo definitivo i contorni legali. Basta dire che una persona su 11 diventa dipendente. Questo rischio si raddoppia se l’uso inizia nell’adolescenza e si colloca tra il 25% e il 50% se si fa un uso quotidiano. E dipendenza significa aumento degli effetti collaterali psichici (alterata percezione del tempo, disturbi della memoria con allucinazioni e depressione, sedazione, euforia) e fisici (disartria, tachicardia, ipotensione, debolezza muscolare). E questo per effetto della lipofilia dei cannabinoidi che una volta assunti si distribuiscono prevalentemente nei tessuti ricchi di grassi, come il cervello. Concludo riportando una review pubblicata nel 2014 sul New England Journal of Medicine che fa il punto sui danni causati da marijuana e cannabinoidi: oltre agli effetti psichici già citati essi provocano frustrazione nel raggiungimento degli obiettivi, nello studio, nel lavoro e in famiglia, con aumentato rischio di patologie psichiatriche e compromissione delle difese immunitarie polmonari. Concordo quindi col prof. Mantovani (direttore scientifico dell’IRCCS istituto clinico Humanitas e illustre immunologo) quando afferma che tali danni sono tanto più gravi se l’uso inizia nell’adolescenza: è bene saperlo, ed è fondamentale farlo sapere; la sua preoccupazione rispetto alla legalizzazione di questa droga è massima: il THCd, uno dei principi attivi della cannabis, ha  effetti profondi sul sistema immunitario attivando cellule che di professione fanno i frenatori, cioè che sopprimono le risposte immunitarie ed è questo probabilmente il motivo per cui aumenta il rischio di infezione. Ma ciò che più spaventa è che, come accaduto per alcol e fumo di sigaretta, solo a distanza di decine di anni misureremo il prezzo in salute di un aumento del consumo di cannabis inevitabilmente associato alla legalizzazione. E a pagare saranno soprattutto i più fragili, adolescenti e fasce povere della popolazione.

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